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18/09/1860 - LA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO - RIEVOCAZIONE |
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I- LA RICORRENZA. Il prossimo 18 settembre 2008 ricorrerà “il 148.mo Anniversario della Battaglia di Castelfidardo”. Il nostro auspicio è che nel 2010 (fra due anni appena) la data dello storico evento che “ricongiunse le Marche alla Patria, la via di Roma indicando e aprendo” (A.Vecchini) possa e debba essere ricordata e commemorata con la dovuta dignità e solennità e all’insegna dell’alleanza per la pace e la solidarietà tra i popoli. Il tema della giornata di studio potrebbe porre l’accento, ad esempio, su “i martiri di quella battaglia”: i morti, i feriti e i prigionieri di entrambi i fronti. Rintracciandoli tutti e di tutti sapere la loro storia personale, le loro azioni in battaglia, capirne i pensieri e le loro angosce nel momento delle decisioni: prima, durante e dopo lo scontro. Si, un martirologio della battaglia. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno del loro passaggio alla vita eterna, detto il «dies natalis» e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Anticipiamo oggi questo scampolo di storia castellana, fermando volutamente la nostra attenzione sul “dopo battaglia”, quando sul campo vengono raccolti i morti e i feriti e gli sconfitti si arrendono ai vincitori. I primi sepolti provvisoriamente sul terreno dello scontro e i secondi trasportati con qualsiasi mezzo in infermerie d’urgenza allestite financo nelle chiese. I caduti non sempre hanno un nome e i corpi non identificati vengono pietosamente raccolti e sepolti in fosse comuni. Al dolore della morte si assomma così l’angoscia e la disperazione di non poter piangere sulla tomba del “caro estinto”. I feriti dopo giorni di agonia esalano l’ultimo respiro, quando riescono a sopravvivere, molti ritorneranno nella vita di tutti i giorni mutilati (con arti amputati) ed invalidi. Un’altra categoria di combattenti entra nella tragedia della guerra: i prigionieri e gli sbandati. La storia degli uomini nella diversità. La diversità è un altro motivo delle angosce per l'uomo. Il giorno e la notte regolano la vita. Per "quelli della notte" il giorno è la notte e la notte è il giorno. Gli uomini sono autori e vittime del proprio destino dai segni opposti. Il trovarsi da una parte o dall'altra non importa. Le persone che sopravvivono alle loro miserie e ai loro crimini o periscono sotto la forca, la ghigliottina o il plotone di esecuzione quando hanno dato o credono di aver dato un senso alla loro vita e alla vita degli altri hanno la nostra comprensione.
L'uomo, seppure nella contrapposizione dei fronti, vive e
muore in storie apparentemente uguali, per quanto riguarda il limite
temporale e spaziale, ma che sono invece vissute in maniera diversa,
sofferte e gioite individualmente. Non tanto il vincere o il soccombere
sono importanti per comprendere un uomo, quanto il suo modo di vivere la
vita per la vita o per la morte nel giorno o nella notte. In ciò sta la
sua grandezza o la sua miseria. "...Da che parte stessero non
m'importa, importa invece che abbiano sofferto, combattuto e sperato in
buona fede perchè spinti da un ideale, giusto o sbagliato che
fosse...coloro che hanno vissuto quei giorni, tutto sommato affascinanti;
quando si scelse spesso a caso o per dispetto da che parte stare (una
scelta che molti pagarono con la vita e che altri
La pillola che vi proponiamo, con l’elencazione e l’illustrazione di uomini che hanno offerto anche la vita, giacché “Solo colla virtù e col sacrifizio le nazioni si formano e diventano grandi”, vuol essere “memoria e omaggio” ai protagonisti, volenti e nolenti, di uno spaccato di vita. Intendiamo riservare nel nostro lavoro un posto soprattutto agli uomini coinvolti anche loro malgrado negli avvenimenti della storia o della cronaca. La storia non è opera solo degli eroi. La storia vede la partecipazione attiva, anche se indistinta, di tutti, anche di quelli che fino ad un tempo considerati non soggetto, ma oggetto di storia. Il non Cesarismo di Livio ne è la prima prova. "Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? / Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. / Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? / Babilonia, distrutta tante volte, / chi altrettante la riedificò? in quali case, / di Lima lucente d'oro, abitavano i costruttori? / Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia, / i muratori?... Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi, / oltre a lui, l'ha vinta? / Una vittoria ogni pagina. / Chi cucinò la cena della vittoria? / Ogni dieci anni un grand'uomo. / Chi ne pagò le spese? / Quante vicende, / tante domande". Questi sono gli interrogativi, tra gli altri, che si pone Bertolt Brecht in "Chi fa la storia" a cui vorremmo dare una risposta nella elaborazione della nostra opera di ricerca. Oggi, poi, non si tratta più di giudicare un fatto o una persona, ma soltanto in che misura quell’evento o quel personaggio racconta un passato che come Castellani ci appartiene.
Il giorno della memoria. Il 4 Novembre rappresenta
per noi il giorno di unità nazionale, la giornata delle Forze Armate e del
combattente, la commemorazione dei Caduti. Altro “luogo della memoria” è Redipuglia, in provincia di Gorizia, che ospita il più grande Sacrario Militare Italiano realizzato nel 1938. È situato sulle pendici del Monte Sei Busi, teatro di aspri combattimenti nella Grande Guerra, e vi riposano le salme di 100.000 Caduti della Grande Guerra, disposte come in uno schieramento militare. Alla base la tomba del Duca d’Aosta, Comandante della III° Armata, ai suoi lati i generali. Seguono lungo ventidue gradoni le salme dei 39.857 caduti identificati e nell’ultimo gradone, le salme dei 60.330 caduti non identificati. Il primo è il più grande sacrario italiano. Lungo il viale adornato da alti cipressi, segnano il cammino cippi in pietra carsica con riproduzioni dei cimeli e delle epigrafi che adornavano le tombe del primo sacrario. Sulla sommità del colle un frammento di colonna romana, proveniente dagli scavi di Aquileia, celebra la memoria dei Caduti di tutte le guerre, "senza distinzione di tempi e di fortune".
Di altrettanta importanza e maestosità è
il Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari. Inaugurato il 10
dicembre 1967. La struttura custodisce le spoglie di oltre 70.000
Caduti italiani in terra straniera, durante la Prima e la Seconda Guerra
Mondiale.
La costruzione dei monumenti ai Caduti in
guerra
è tipica del periodo dopo la Prima Guerra Mondiale, nonostante già
nella seconda metà dell’Ottocento fossero sorti alcuni monumenti o si
fossero infisse sulle facciate di palazzi lapidi in loro onore. Vedi
l’Ossario a Castelfidardo realizzato nel 1870 opera di Antonio Bianchi e
il Monumento ai Caduti, opera insigne Dello Scultore Vito Pardo,
inaugurato nel 1912. Gli internauti possono trovare in questo archivio
alcune pillole al riguardo. II- CORREVA L’ANNO 1860. A Castelfidardo, sotto lo Stato Pontificio. Seduta consiliare del 25.1. (vol.865). Magistratura: Anziani: Giovan Battista Sciava, presidente, facente funzione di Priore, Pietro Buccolini, Giuseppe Fiorani, Pietro Massucci (assente),Romano Sciava (assente), Tommaso Tomasini (deceduto). Consiglieri- Vincenzo Fontanella. Bernardo canonico Bartoloni. Costantino canonico Campanelli. Michele Mordini. Fortunato canonico Mordini. Paolo Rustichelli (assenti) Lorenzo Tomasini. Sante Carini. Paolo Sannoner. Pietro Massucci. Luigi canonico Giardinieri. Raffaele Zoppi. Pietro canonico Carini. Giuseppe Brunelli. Giuseppe Bonè. Luigi Ghirardelli. Daniele canonico Mordini deputato ecclesiastico. Padre Giuseppe Brinon deputato ecclesiastico. Proposta n.7 Sicurtà per il macello. Beccaio è Andrea Tobaldi.
14.3. Seduta consiliare. È sempre Priore Francesco Zampetti
perché la sua istanza di rinuncia era stata respinta. Anziani: Pietro
Buccolini, Giovan Battista Sciava, Giuseppe Fiorani. Romano Sciava.
Proposta n.3 Provvidenze per il Monte di Pietà rimasto senza fondi.
Amministratore Eusebio Sciava. Dalla presenza e dalla assenza ai vari consigli comunali si evidenzia lo stato di disagio degli amministratori castellani in un periodo di cambiamento e di disordini. Grandi avvenimenti a livello nazionale sono all'orizzonte. Pio IX si trova a gestire il momento storico della nascita anche in Italia di un moderno stato nazionale unitario. Entro i confini dello Stato della Chiesa le prime città a manifestare l'insofferenza al dominio papale sono in particolare quelle di confine. Bologna insorge più volte negli anni ma viene sempre riconsegnata alle truppe pontificie dagli austriaci, sino al 1859, anno dell'annessione della città felsinea al Regno di Savoia. Sulla scia di Bologna insorge anche Perugia che il 14 giugno 1859 instaura un Governo Provvisorio. Il legato pontificio se ne torna a Roma e lo Stato della Chiesa reagisce in maniera dura, ordinando la repressione dei moti ed inviando duemila guardie svizzere comandate dal colonnello Schmidt. Il segretario di stato di Pio IX, il cardinale Antonelli, autorizza al saccheggio della città le truppe svizzere inviate per riportare entro i confini del dominio della Chiesa la città perugina: il 20 giugno 1859 questi entrarono in città e fecero strage dei rivoltosi, senza risparmiare donne o bambini. I viaggiatori stranieri presenti in città, rapinati, provvidero ad avvertire del grave accaduto la stampa internazionale, avvalorando ancor più agli occhi dei cittadini europei e statunitensi la causa dell'unità italiana. In seguito alla riconquista di Perugia, Papa Pio IX, in considerazione del successo, promuove il colonnello Schmidt a generale di brigata.
.2. Una dimostrazione
patriottica in Osimo. “Allorché, recitandosi alla «Fenice» l'Attila del
Verdi, dato con la celebre Sternini, il Governatore dovette assistere
impotente dal suo palco a una improvvisa esplosione di entusiasmo
patriottico da parte del pubblico insolitamente numeroso. Vincenzo Rossi,
Erminio Marcosignori, Augusto Lardinelli ed altri avevano già fatto venire
da Ancona e da Jesi un bel gruppo di patriotti, (Solo in Ancona ne erano
sbarcati 70 già il 27 gennaio, 144 il 22 marzo e 200 il 28 dello stesso
mese) e tutti insieme erano andati a teatro portando sotto i mantelli
corone e nastri tricolori. Alla strofa: Anche noi donne italiche —
cinte dì ferro il seno, sul fumido terreno — forti vedrai pugnar
lanciarono corone e nastri sul palcoscenico. A quel gesto tutti si
alzarono in piedi battendo le mani e gridando. Al Governatore non rimase
altro che riferire, il giorno dopo, alla Delegazione di Ancona,
confessando di non aver potuto arrestare alcuno. .3. In Vaticano. Con la scomunica maggiore, irrorata nel marzo 1860, la Chiesa colpiva la maggior parte degli Italiani che, sia direttamente sia indirettamente, partecipassero al processo unitario. A cominciare dai membri di Casa Savoia, funzionari, militari, diplomatici e semplici cittadini. La bolla papale costituì fino al Novecento la maggior arma nella lotta tra il Vaticano e la nuova Italia. 8.4. A Roma il giorno di Pasqua il proclama ai soldati del generale pontificio: "Soldati! Essendosi Sua Santità il Papa Pio IX degnato di chiamarmi all'onore di comandarvi per difendere i suoi diritti misconosciuti e minacciati, io non ho affatto esitato a riprendere la mia spada. Agli accenti della gran voce che, or non è molto, dall'alto del Vaticano faceva conoscere al mondo i pericoli del Patrimonio di San Pietro, i cattolici si sono commossi e la loro emozione si è subito estesa su tutti i punti della terra. Infatti il cristianesimo non è solo la religione del mondo civile, esso è il principio e la vita stessa della civiltà e il papato è la chiave di volta del cristianesimo. Tutte le nazioni cristiane sembrano avere oggi la coscienza di queste grandi verità che costituiscono la nostra fede. La Rivoluzione, come una volta l'Islamismo, minaccia oggi l'Europa, ed oggi, come allora, la causa del Papa è quella della civiltà e della Libertà nel mondo. Soldati Abbiate fiducia e crediate che Dio sosterrà il nostro coraggio in proporzione alla causa, la cui difesa Egli affida alle nostre armi. Il Generale comandante in capo Generale De Lamoricière” 5.5. Garibaldi salpa da Quarto per la Sicilia. Garibaldi inizia la travolgente conquista del Regno borbonico. Cavour si preoccupa di bilanciare la portata politica della fulminea azione garibaldina entrando nello Stato Pontificio. Si assicura il benestare di Napoleone III (fais vite, mais fait vite), ma è indispensabile che l'operazione inizi con una sommossa popolare creando un pretesto per giustificare l'intervento armato del Piemonte. 7.9. Garibaldi entra trionfalmente a Napoli. Ora l'Italia è spezzata in due tronconi. Nord e sud sono ormai liberi, al centro le tre regioni sotto lo Stato Pontificio (Lazio, Umbria e Marche) tagliano l'Italia in due. Il governo piemontese forte del tacito accordo con Napoleone III aveva deciso di agire; agenti piemontesi furono inviati in Umbria e nelle Marche per fomentare disordini. Furono repressi e Charette fu citato all'ordine del giorno per avere, nell'agosto 1860, disperso i partigiani a Civitacastellana. Il governo piemontese, perfettamente al corrente dell'azione dei suoi agenti e molto deluso per i risultati ottenuti, protestò ufficialmente contro i « massacri commessi dai mercenari del gen. La Moricière » e ne chiese l'immediato licenziamento. Il segretario di Stato, Antonelli, rispose aspramente, ma Cavour ormai aveva deciso di attaccare e non aspettò nemmeno la risposta. Questa è la situazione dello schieramento delle truppe pontificie alla vigilia dell'invasione sarda: Prima Brigata generale Schmdit a Foligno con 4 battaglioni, una compagnia di gendarmeria mobile, la sesta batteria con sei pezzi e un distaccamento di Gendarmeria a cavallo. Seconda Brigata generale De Pimodan a Terni con 4 battaglioni e mezzo, due squadroni di Dragoni, uno squadrone cavalleggeri, l'undicesima batteria con sei pezzi. Terza Brigata generale De Courten a Macerata con 4 battaglioni, uno squadrone di Gendarmi, la 7° e 10° batteria con 12 pezzi. Questa Brigata è destinata a completare i presidi di Ancona nel caso in cui questa piazza fosse seriamente minacciata. Riserva colonnello Cropt sotto gli ordini del Generale in capo a Spoleto con il 1° reggimento straniero, 2 battaglioni di volontari pontifici a cavallo l'8° batteria con sei pezzi. Guarnigioni di sicurezza ad Ancona, Pesaro, Perugia, Orvieto, Rocca di Viterbo, Spoleto e Roma III- L’INVASIONE PIEMONTESE DELLO STATO PONTIFICIO. LA MARCIA DEI DUE ESERCITI. OBIETTIVO ANCONA.
11.9. Inizia da parte dell'esercito piemontese la “campagna delle Marche
e dell'Umbria”. L’invasione dello Stato Pontificio con la battaglia di
Castelfidardo che costituirà l’episodio decisivo. Il IV ed il V
corpo d'armata con alla testa rispettivamente i generali Enrico Cialdini e
Marozzo della Rocca, alle ore 12 varcano il confine e passano il Tavullo,
seguendo il primo la via litoranea ed il secondo la Val Tiberina. Il
totale delle forze dell'armata di invasione è il seguente: IV Corpo
d'Armata uomini 25734 cavalli 3910. V Corpo d’Armata uomini 13070 cavalli
1761 per un totale di uomini 38804 cavalli 5671(Vigevano). Accentuata e
precisa nell'esercito piemontese la sua ripartizione in due masse di
manovra: il IV corpo d'armata, su tre divisioni, deve operare nelle
Marche; il V, su due divisioni, ha per teatro di operazioni l'Umbria.
12.9.
Il gen. Cialdini, a mezzogiorno, a Cattolica, passa il confine
pontificio e marcia su Pesaro che si arrende.
13.9.
Il generale piemontese è a Fano. Perugia è investita dalle truppe
piemontesi.
14.9. Perugia alle 17,50 si arrende ai Sardi. Cialdini è a Senigallia e a
Mondolfo dove fa sostare le truppe in attesa di vettovagliamenti. Il
gen.Kanzler, a Senigallia, riesce a sfuggire all'attanagliamento,
sacrificando la retroguardia Rooner in un combattimento.
15.9. Cialdini è a Jesi, dopo tredici ore di marcia forzata. La Moricière raggiunge Macerata con una marcia notturna senza incidenti.
16.9.Finalmente nelle primissime ore dell'alba il generale Cialdini arriva a
Osimo, compiendo tra disagi e la stanchezza cinquantasei chilometri in
solo ventotto ore. Osimo vede i soldati dell'11° e 16° battaglione
bersaglieri e più tardi quelli della brigata Como. Sempre la mattina del
16, partono da Jesi tutte le altre forze della VII divisione che giungono
alle ore 10. Vengono sistemati in Osimo il quartier generale del IV Corpo
di Armata ed il Comando della VII Divisione, dipendente dal gen. Leotardi,
che prende alloggio nel palazzo Guarnieri.
17.9.
Così il 17 Cialdini completa le posizioni estendendosi a Castelfidardo
con la IV divisione, che si stabilisce alle Crocette. Occupa la strada per
Ancona e schiera al di qua del Musone fino alla confluenza dell'Aspio i
suoi uomini.
La marcia dei Piemontesi agevolata. Gli insorti. Quando Cialdini varca il confine ha la strada spianata dai volontari. Il Montefeltro, Urbino, Cagli, Pergola, Fossombrone, Sassoferrato e Fabriano (tutti centri strategicamente importanti) sono in parte in possesso degli insorti o stanno per esserlo. Le truppe piemontesi sono state in grado di percorrere la via più breve per raggiungere Castelfidardo, senza sciupare altre energie, senza dilungarsi in operazioni che avrebbero reso più difficile l'impresa militare. Il telegrafo. Il gen. Leotardi confesserà che i Piemontesi sono al corrente di tutte le mosse dei pontifici per telegrafo. Le intercettazioni avranno un ruolo determinante negli spostamenti dei due eserciti. La burla di Filottrano. La Moricière, già in Umbria per fronteggiare un possibile attacco di Garibaldi, si porta a marce forzate a Macerata. La via più breve per le truppe pontificie da Macerata ad Ancona è quella per Osimo, poi c'è quella per Recanati e Castelfidardo e infine la più lunga per Montelupone, Porto Recanati Loreto. Cialdini vuole impedirgli i percorsi migliori e gioca d'astuzia: spedisce a Filottrano uno squadrone di lancieri che fanno chiasso e confusione come se fossero cento volte tanti, e ordinano 24.000 razioni di pane, lasciando intendere che fosse per arrivare l'intero esercito piemontese. La Moricière informato cade nel tranello e per passare indisturbato sceglie la via più lontana, quella per Loreto. I cannoni rigati. “Il nemico, avendo cannoni rigati, di cui mancavano i pontifici, e la posizione avanzata che occupava non essendo che di 2200 metri circa dal guado posto al confluente dell'Aspio e del Musone, per cui doveva passare il mio convoglio, io doveva necessariamente pigliare le due cascine e sostenermici più lungamente che fosse possibile.(Relazione del Gen.Lamoricière).
La diversa valutazione sui fiumi Aspio e Musone. La distruzione dei
ponti.
I ponti di Loreto sul Musone e sul Vallato erano già stati rotti
(Ufficio Storico, La battaglia p.14). Dobbiamo parlare ora di David
Bocci, portorecanatese essendo ivi nato il 29 gennaio del 1829. Ingegnere idraulico, presidente dell’ufficio
speciale per l’inalveazione del Brenta. Fa lungamente valere la sua
competenza in terra veneta. Nel 1860 Bocci dirige le azioni preparatorie
alla Battaglia di Castelfidardo. Ha una parte importante e delicata. Ha
infatti dal colonnello Casanova l’ordine di portarsi nottetempo con degli
operai fidati agli avamposti sotto Loreto per la demolizione del ponte sul
Canal Vallato; ciò che faranno con successo, ma non senza suo grave
pericolo. Ecco in proposito il testo preciso dell’ordine ricevuto: ”Si
rompa il ponte sul Canal Vallato, dove sta la barricata armata da due
pezzi agli avamposti. Castelfidardo 17 settembre 1860. Il Colonnello
comandante la Brigata Bergamo A.Casanova”. Il guado del Musone e
dell’Aspio. La giornata del 17 viene diversamente impiegata dai due
avversari più direttamente interessati. Cialdini lasciate le forze
necessarie a guardare l'uscita principale della fortezza di Ancona, ha
imposto alle sue truppe uno sforzo superiore al normale per arrivare
sull'orlo collinoso di Castelfidardo per prevenirvi il nemico e su esso
ostacolargli la marcia su Ancona. La Moricière, nonostante avesse deciso
di forzare il giorno successivo il Musone, nella parte prossima al mare (a
tale proposito ha fatto scendere da Loreto la colonna del col. Kropt fino
a Porto Recanati) intende attendere l'arrivo della colonna Pimodan. Dopo
l'arrivo di questi viene deciso il da farsi, sfruttare l'itinerario Porto
Recanati-Numana, come quello più adatto a sfuggire ad uno scontro a campo
aperto con un avv IV- 18 SETTEMBRE 1860. LA BATTAGLIA SULLA DORSALE DEL MONTE ORO ALLA CONFLUENZA DEI FIUMI ASPIO E MUSONE.
Giorno di riposo?
Data la stanchezza tra gli uomini dei due eserciti, enorme
per le marce forzate compiute, da parte dei piemontesi si è frattanto
radicata l'idea che forse il 18 settembre si sarebbe trascorso senza altre
fatiche. Cialdini sa che i pontifici devono percorrere una strada
obbligata e li attende. Quando alle 9 del giorno 18 dal suo osservatorio
avanzato non vede ombra di nemico pensa a ragion veduta che l'operazione
sia rinviata al giorno seguente e ritorna al prossimo quartier generale.
Prima fase dello scontro. Verso le ore 9,30 del mattino.
L’offensiva della colonna Pimodan.
Tutto sembra tranquillo. Quando risuonano le prime fucilate
scambiate fra una pattuglia del 101° compagnia del 26° battaglione
bersaglieri piemontese, in avanscoperta oltre il Musone, e l'avanguardia
della colonna di sinistra di Pimodan, composta da un gruppo di carabinieri
svizzeri. Questo presso la casa Arenici (casa Ascani). Ore 10,15: intervento di un secondo battaglione pontificio: il 1° battaglione cacciatori indigeni che costringe gli uomini del 26° bersaglieri, impegnatosi totalmente, di ripiegare in direzione ovest su casa Serenella del Mirà (casa Cardella - S.Casa di sopra) alle pendici della collina di Monte Oro. I franco-belgi (zuavi) che li seguono, avanzano subito dopo alla baionetta. I cacciatori indigeni non oltrepasseranno quella casa e combatteranno solo nei pressi. Ore 10,30: a casa Cardella (S.Casa di sopra) il 26° battaglione bersaglieri e la 47° compagnia, qui ripiegati da casa Catena, lottano disperatamente per contenere l'attacco dei battaglioni pontifici, sostenuti da due mezze batterie di artiglieria, poi abbandonano la casa alle punte degli zuavi e dei carabinieri svizzeri. Gli zuavi della terza fila si spostano in testa: il capitano della 1° compagnia Charret si scontra in un corpo a corpo con i piemontesi avendo la meglio. Gli zuavi o franco belgi avrebbero dovuto operare un secondo assalto per confermare la loro posizione, ma solo deve rinunciare all'idea.
I
“…Da entrambe le parti tuonano i cannoni e nell'aria
sibilano le palle di piombo, portando la morte; i giovani colpiti cadono
per ogni dove. Pimodan incalza con straordinario
impeto: folgorante avanza fin sotto le
soglie, scaccia i nemici ed
occupa una casa. Nessun indugio: lieto del successo, vola
velocemente pieno di ardore, conducendo avanti l'attacco, e furente
si porta all'altra casa. L'azione incalza e già Blumensthil posiziona l'artiglieria
e magistralmente dirige a distanza i colpi di cannone. In una nuvola di
fumo e tra la gragnola di piombo sibilante, sta
Daudier che assale il nemico con
sicuri attacchi, anche se minore di forze e di truppe.
Tutto il colle rintrona per gli scoppi.
Non meno impavido, sebbene con una coscia trapassata da una
pallottola vagante, il forte Richter
rifulge tra i tanti. Fuckmann resta
imperturbato e, resistendo in cima al
colle, respinge tutti gli assalti con ferma vigoria. Infiammato contro
l'esercito nemico. Becdelièvre,
si precipita e lo costringe a ritirarsi. Ma sopratutti,
il comandante della schiera, Pimodan, rinomato nelle armi, infuria
nel combattimento. Contro di lui da ogni parte si addensano le fitte
truppe dei Sardi. La mischia si fa furiosa.
Come il gonfio fiume che, superate le sponde, sta per inondare i
campi con i suoi flutti impetuosi; i contadini accorrono
e per mezzo di grossi tronchi senza indugio s'adoprano a chiudere
il varco che l'onda percorre: uno porta i pali, un
altro i pioli. Tutto il campo brulica di gente che s'affretta, mentre
il torrente lotta per la via sbarrata.
Allo stesso modo si serrarono le schiere sarde e Pimodan
fu sommerso da fitte orde…
Seconda fase. La controffensiva dei Piemontesi. Ore 11.00:
il gen.Villamarina, comandante la IV divisione piemontese, dopo la
segnalazione pervenutagli dall'osservatore cap. Di Prampero, ordina al 1°
reggimento fanteria della Brigata regina, al comando del gen.Avenati, di
buttarsi al contrattacco. Il 1° battaglione del 10° fanteria, comandato
dal magg.Morgiandi, il più vicino alla strada, è il primo ad ordinarsi e
prendere le armi. Poi si avviano gli altri tre battaglioni e quindi il
quarto. Nasce un violento scontro fra i battaglioni 1° e 2° del 10°
reggimento fanteria sull'altura di Monte Oro (zona ossario), con alla
testa il col.Bossolo, e la prima linea pontificia di tre battaglioni,
guidata da Pimodan che vi resta ferito.
Terza fase. La crisi dei pontifici e l’inseguimento dei piemontesi. Sono le ore 11,30 a Monte S.Pellegrino (case Romani). Anche il 9° reggimento fanteria della brigata Regina, con alla testa lo stesso brig.Avenati, guadagna l'altura a nord del Monte Oro per aggirare il fianco sinistro delle truppe pontificie, mentre un'altra batteria, la 4° dell'8°artiglieria, al comando del cap.Rizzetti, provoca con le altre forti perdite nella seconda linea pontificia. Ore 12, Crollo della resistenza pontificia. La Brigata Regina. Dalle pendici orientali della collina di Monte Oro, la duplice e concorde e decisa azione dei due reggimenti della brigata regina (il 10° ed il 9°) determina il crollo della resistenza pontificia, mentre i tiri di artiglieria provocano vuoti paurosi sull'immediato rovescio della prima linea e l'artiglieria pontificia è presto ridotta al silenzio dai tiri bene aggiustati. Avanza correndo il 10° fanteria con alla testa il colonnello cav.Antonio Bossolo. Il comandante Avenati informato dal capitano osservatore Conte Antonino Di Prampero del movimento avversario e preso gli ordini dal comandante della 4 Divisione gen. Bernardino conte Pes di Villamarina del Campo fa avanzare il 10°. Il 10° reggimento con i superstiti del 26° bersaglieri ed appoggiato da una sezione di batteria si getta su casa Cardella (Santa Casa di Sopra), conquista casa Catena (Santa Casa di Sotto). Giungono ora di rincalzo, d'ordine del gen.Cialdini il 9° reggimento alla cui testa si mette lo stesso brigadiere Avenati, seguito da una mezza batteria del 5° artiglieria campale, e tre squadroni di Milano che si tengono pronti per la carica nella piana.
Ferito mortalmente il gen.Pimodan,
sul campo pontificio
rimangono il gen. Becdelievre, il cap. Charrette ed il magg.Fuckmann, i
quali in qualche modo cercano di prendere in mano la nuova caotica
situazione. Masse pontificie che si ritirano verso le boscaglie del Musone
si scontrano con altre che avanzano, truppe di seconda schiera che senza
muoversi di posto hanno aperto il fuoco mascherando con una linea di fumo
la loro presenza alla artiglieria piemontese.
Fine del combattimento. Alle ore 14,30 tutto è terminato. Il La Moricière con 80 fanti e 45 cavalieri superstiti e la bandiera del 1° reggimento stranieri, tenendo i più remoti sentieri per Numana, Sirolo, convento del Conero, ove sosta per rifocillarsi, costa del Poggio, Trave, Pietralacroce penetra in Ancona verso le ore 17,30 dello stesso giorno, appena prima che un'avanguardia piemontese giungesse da Camerano ad occupare quei luoghi. Un castellano alla battaglia. È Raffaele Baldassari, 1834-1908. “Mia madre Solidea - ricorda il cav. Alfredo Pellegrini - mi diceva sempre che suo padre Raffaele Baldassari, nato nel 1834, prese parte casualmente alla battaglia. Nel 1860 mio nonno aveva 26 anni e faceva il cenciaiolo, mestiere tipico dell'epoca. Il 18 settembre di quell'anno non fu come gli altri. La mattina Raffaele uscì di casa molto presto per andare in campagna a cercare stracci. Per caso si portò proprio in quella zona nella quale qualche ora dopo si sarebbe combattuta la battaglia tra piemontesi e pontifici. Quando iniziarono gli spari, mio nonno si rese subito conto che si trattava di due eserciti contrapposti. Dapprima si riparò sotto un ponte (forse quello del Musone o di Mariabella). Quando uscì fuori, lo videro subito i soldati dell'esercito pontificio e lo invitarono ad aiutare a caricare i loro fucili con la canna. Egli vide in terra molti soldati caduti. Per questo, la sera tardi, quando fece ritorno nella sua casa in Borgo Cialdini, era più silenzioso del solito, molto stanco e senza il suo consueto fagottello di stracci. E non suonò neanche, come era solito fare, il suo organetto, cantando le canzoni di allora della Repubblica romana».(Loretta Bompezzo). Casa Andreani-Catena (S.Casa di sotto) Ricordi. Un nipote di Andreani riferisce di aver inteso raccontare dallo zio Giuseppe figlio di Raffaele e di Angela Zandri , i quali abitavano la casa Andreani-Catena (una delle tre protagoniste della battaglia del 18 settembre di Castelfidardo) quanto segue: "Quando ci fu la battaglia tra i Papalini e gli Italiani tutto il campo era arato e pronto per la semina di autunno. Quel giorno nelle prime ore della mattinata vedemmo cadere delle cannonate una qua un'altra la' . Tutta la famiglia ,dopo le prime cure agli animali di cortile e alla stalla, anziché andare a lavorare per il campo, pensò prudentemente di porsi al riparo dietro la casa verso il mare ,nella parte opposta alla direzione delle cannonate. Aspettammo che la battaglia finisse con i soldati che andavano avanti e indietro sparando. Nel pomeriggio, quando tutto divenne tranquillo incominciammo a girare intorno casa per vedere cosa era successo e trovammo per terra due o tre morti. Uno che nel pomeriggio avevamo preso per morto alla sera era ancora vivo. Raffaele lo soccorse come poté, aiutato da Angela, ma il soldato morì il giorno dopo. Il 19 mattino un carretto con i cavalli portò via i cadaveri”. Hanno preso parte al combattimento: Piemontesi: Il 9° e il 10° Reggimento fanteria della Brigata Regina, l'11°,12° e 26 Battaglione bersaglieri, i Lancieri di Novara e la Brigata Dho di rtiglieria. In tutto 4.880 uomini, 45 cavalli e 14 cannoni. Il 10° reggimento fanteria della brigata regina è decorato della medaglia d'oro al valor militare. Pontifici: Colonna Pimodan – 1° battaglione carabinieri svizzeri, 1° battaglione cacciatori indigeni (magg.Ubaldini), 1° battaglione tiragliatori zuavi (Becdelievre), il 2° battaglione austriaco e mezza batteria dell'11° (cap.Uhde - 2 cannoni e 1 obice) e l'altra mezza batteria (ten.Daudier). Colonna La Moricière - il 1° reggimento stranieri e la cavalleria. In tutto 6.800 uomini, 45 cavalli e 16 pezzi. Il dispaccio del Generale vincitore. La sera del 18 settembre il vincitore di Castelfidardo Enrico Cialdini invia il seguente dispaccio al gen.Cucchiari, di stanza a Bologna: "Il gen.La Moricière ha attaccato questa mattina alle ore 10 le mie estreme posizioni sul contrafforte che partendo da Castelfidardo, alle Crocette, va salendo presso il mare. Tutti i prigionieri affermano ch'egli capitanava 11.000 uomini e 14 pezzi d'artiglieria, avendo riunito alle truppe di Foligno tutte quelle che aveva a Terni, Ascoli e altrove. Egli ha fatto concorrere all'attacco una colonna di 4.000 uomini usciti di Ancona. Queste truppe ingaggiarono la pugna con vero furore; il combattimento fu breve, ma violento e sanguinoso: fu mestieri prendere d'assalto le case di campagna ad una ad una, e dopo una resa simulata, i difensori assassinavano i nostri soldati con colpi di pugnale; molti feriti hanno dato colpi di stile ai nostri che andavano a soccorrerli. I risultati della giornata sono i seguenti: si è impedita la riunione del corpo di La Moricière con la piazza (di Ancona), si sono fatti 600 prigionieri, fra i quali 30 ufficiali superiori: si sono presi sei pezzi di artiglieria, e fra gli altri quelli da Carlo Alberto a Pio IX donati nel 1848, molti cassoni, carri di bagagli, una bandiera, infinità d'armi e di sacchi dei fuggitivi. Tutti i feriti del nemico, tra i quali è il gen.Pimodan che dirigeva la colonna d'attacco, sono in nostro potere, e di più un considerevole numero di morti. La colonna uscita di Ancona ha dovuto retrocedere; ma ho grande speranza di prenderne gran parte questa notte. Giungono a tutti i momenti numerosi prigionieri e disertori. La flotta è arrivata: essa ha aperto il fuoco contro la piazza d'Ancona.” A Castelfidardo. La Municipalità fa affiggere il seguente manifesto: “In nome di sua Maestà Vittorio Emanuele II. La Giunta Provvisoria di Governo in Castelfidardo. Cessata finalmente anco per noi la tirannia Papale, i sottoscritti hanno preso possesso di tutti i poteri Governativi e Municipali. Essi sperano che tutti gli onesti vorranno coadiuvarli nel disimpegno del loro difficile assunto, e che il paese darà prova di quel senno e di quella moderazione, che hanno sempre costituito le principali virtù di un popolo civilizzato. Castelfidardo li 20 settembre 1860 Francesco Tomasini, Pietro Francalancia, Giambattista Sciava”. Nel quadro del personale amministrativo “si loda lo zelo ed il patriottismo di: Amilcare Ghirozzi, chirurgo, Lorenzo Sciava dispensiere delle lettere, Domenico De Lupis, maestro in pensione, Raffaele Testa, famiglio”.
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