28/30 giugno 1944 - Paolo e Bruno Brancondi: cronaca di un martirio
   
28 GIUGNO 1944.  MERCOLEDÌ MATTINA A LORETO IN PIAZZA DELLA MADONNA.
Verso le ore 9, un padre cappuccino del Santuario si precipita in casa Brancondi per avvertire che  tedeschi e fascisti in borghese stanno cercando l'ingegnere, che non é ben conosciuto in città in quanto ha trascorso gran parte della sua vita fuori. Mentre Paolo  si  allontana per trovare rifugio in una casa a Montereale presso Mons. Delattre, della cappellania francese, verso le ore 10,30, incontra il capitano Luigi Corti  e lo mette al corrente della situazione. Il Corti si reca immediatamente in casa Brancondi e si rende conto che effettivamente l'abitazione é sul punto di essere circondata. Nonostante ciò  bussa alla porta e insieme alla moglie di Paolo provvede al recupero  dei documenti pericolosi che getta precipitosamente sul terrazzo pieno di cianfrusaglie  e di una rivoltella che nasconde in una cassetta, sul pianerottolo del secondo piano, colma di sfere di legno che servivano a confezionare corone.  Il capitano Corti ha appena finito l'operazione che sopraggiunge un uomo in borghese e lo arresta. Alle 11 circa, il fratello Bruno  sta per entrare in casa quando gli si accostano altri due. Il gruppetto entra dal portone lasciato aperto per dare luce all'ambiente. Chiedono a Bruno “Cerchiamo Brancondi”. “Sono io”. In casa vi sono la signora Luisa moglie di Paolo, la figlia Renata di sei anni, la suocera Bice e due donne di servizio.  La signora Luisa scende dal piano superiore e  accompagna gli uomini armati nella perquisizione della casa. Bruno é in una stanza del pianterreno impegnato a spiegare la propria identità. I tedeschi sopraggiunti cercano una radiotrasmittente ma non la trovano perché non c'era. Recuperano invece bracciali e coccarde tricolori e una vecchia rivoltella non funzionante del suocero Dante.
Non trovano fortunatamente, i tre soldati tedeschi di origine polacca disertori  nascosti nella grotta, né la rivoltella Berretta del padre della signora Luisa, ufficiale dell'esercito, nascosta precipitosamente dal Corti in un balcone, né i documenti della Resistenza gettati dal vetro rotto della finestra sul terrazzo. La signora Luisa viene quindi invitata a prepararsi per essere accompagnata agli arresti al comando tedesco a Castelfidardo. Mentre saluta la figlia, la piccola Renata le chiede: "Mammina...dove vai?" "Domandalo a lui..." risponde la signora indicando il tedesco che le sta accanto. Quando la signora scende in basso, Bruno é già stato portato via verso le 13 e accompagnato a piedi, pallido in viso, una sigaretta in bocca e con un trench chiaro in braccio, fino a Piazza dei Galli all'Hotel Leone sede della SS.  Verso le 16 verrà fatto salire su un automezzo militare e condotto insieme al Capitano Corti, sorpreso in casa Brancondi, e uno sfollato (Luigi Buffarini) che casualmente si trovava nell'abitazione, a Castelfidardo presso la fabbrica di fisarmoniche di Paolo Soprani. La signora invece viene fatta  salire su un'autovettura e portata a Castelfidardo alla villa Settimio Soprani.



Bruno Brancondi

    NEL POMERIGGIO A CASTELFIDARDO. Alla villa Settimio Soprani, sede del comando di divisione tedesco. La signora Luisa  viene introdotta in una stanza a pianterreno dove sono quattro tedeschi tra cui un maresciallo della SS. I minuti passano lentamente e la signora Luisa si avvicina alla finestra. Fuori passano alcuni uomini che la guardano. A questo punto viene fatta allontanare. Nel tardo  pomeriggio un soldato accompagna la signora Luisa probabilmente al palazzo Paolo Soprani. Attraversa alcune stanze dove ci sono militari che scrivono a macchina e dove intravede la sua valigia rubata. Viene introdotta in una stanza arredata con un letto. Sulle coperte un pigiama stirato. Alla sua presenza un solo ufficiale tedesco che la incomincia ad interrogare. L'imbarazzo della signora viene fugato dal tedesco che in buon italiano le dice: "Stia tranquilla... farei prendere solamente dall’ultimo soldato tedesco il piacere su  di lei". Ne viene un altro che parla un italiano con accento  lombardo. Nell'interrogatorio alla signora si chiedono spiegazioni della gita in bicicletta con il marito ad Appignano dove erano stati ospiti della famiglia De Witt che aveva un figlio prigioniero in India. Ciò non poteva che essere una riunione di antifascisti partigiani. Vogliono conoscere i nomi di quelli che frequentano la famiglia e i motivi perché erano state fatte quelle coccarde comuniste tricolori. La signora non parla o é evasiva. Circa le coccarde dice loro che “non sono comuniste perché al centro c'è il verde, altrimenti ci sarebbe stato il rosso”.  Nelle  perquisizioni in casa, il signor Lamberto  Brancondi, cugino di Paolo,  che abita accanto, riesce a farsi amico un maresciallo tedesco di origine austriaca di religione cattolica e a cui offre anche un caffé. Il tedesco promette di assistere la signora Luisa come meglio può. Nelle successive tre perquisizioni del palazzo Brancondi, i tedeschi hanno trafugato tra l'altro un auto, una bicicletta, una valigia, calze di seta. La signora dopo l'interrogatorio viene riaccompagnata nella  stanza a pianterreno e qui può mangiare qualcosa prendendone da un pacco mandatogli dalla famiglia. In serata. Frattanto l'ing. Paolo venuto a conoscenza dei fatti, decide di uscire allo scoperto e di costituirsi, passando prima in casa a salutare i famigliari e la piccola Renata che adora. Viene quindi condotto a Castelfidardo presso lo stabilimento di Paolo Soprani. Al termine della giornata il maresciallo cattolico viene a prelevare la signora Luisa conducendola nel suo ufficio dove trascorrerà la notte riposando su di un materasso buttato in terra all'ultimo momento, chiusa a chiave dall'interno, su raccomandazione dell'ufficiale. Dal sotterraneo del palazzo Paolo Soprani si sentono nella notte dalle case vicine urla di dolore di persone torturate. Così testimoniano Aurelio Carini e Alfredo Pellegrini.
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Paolo Brancondi

GIOVEDÌ 29 GIUGNO. ALLA MATTINA DEL GIORNO DOPO. Alla villa Settimio Soprani, di buon ora, il maresciallo  da' la sveglia alla signora  Brancondi facendola poi accompagnare da un soldato ad un ulteriore interrogatorio. Si porta a Loreto con la bicicletta il dottor Francesco Rabini, sostituto procuratore, sfollato da Ancona a Camerano, comandante delle forze operative partigiane nell'anconetano. Aveva in precedenza pattuito con i tedeschi di sostituire i fratelli Brancondi con l'informazione del rifugio dell'avvocato Francesco Iori, noto fascista anconetano, nascosto nella villa Leonardi. Ha come segno di riconoscimento una mezza banconota. Non appena giunto a Loreto, degli amici gli comunicano che un gruppo di comunisti é andato nella notte ad ammazzare Iori. Trovato al mattino dentro il pozzo con le mani legate sulla nuca. Un proiettile aveva trapassato le mani ed il cervello. Ormai privo della carta da giocare il dottor Rabini fa ritorno precipitoso a Camerano dove sarà chiamato per l'autopsia del gerarca.
A Loreto, davanti al palazzo Brancondi, viene affisso un manifesto  scritto a mano dove i tedeschi, in un cattivo italiano, vogliono far apparire Brancondi un delatore:
"Sono stati incarcerati: 1)Brancondi Paolo  2) Corti Luigi  3) Brancondi Bruno per essere in possessione di arme e per formare bande 4) Brancondi Luisa per aver confezionato distintivi comunisti. Jl Brancondi ha denunciato come altri capi della sua banda: 5) Alfieri Attilio 6) Braccetti 7) Sirignano  8) Alfieri Nereo 9) Patrignani 10) Marcello 11) Romolo 12) Valeri  13) Biagetti 14) Monsignore Delare. Questi individui debbono rispondere delle sue attività al comando Tedesco. Jn caso che non Lanno riportato personalmente fino al 30.6.44, 20°° ore i accusati n.1-4 saranno fucilati il 30.6.44 alle 21°° ore. Per il arresto delle persone 5-14 una ricompensa di Lire 10 000 é promessa. Jl Comando Tedesco".
Alla villa Soprani, un  maresciallo della SS, di sorveglianza alla signora Luisa, la invita a pranzo alla sua tavola e in segno di scherno, con in mano una scatola di carne conservata, le butta un pezzo di grasso. Uno dei tre soldati presenti fa un segno di disapprovazione e dice alla donna a bassa voce: “Maresciallo non buono”. Nel pomeriggio. Al palazzo Paolo Soprani, in un ennesimo interrogatorio, la signora viene a sapere che un tribunale di guerra funzionante  presso la villa di Fabrizio Marcosignori, poco distante dal palazzo, sta celebrando il processo a Paolo e a Bruno. All'annuncio della condanna a morte dei due la signora si sente mancare. Più tardi chiede ad un soldato il permesso di andare alla toilette.
Quando ne esce sente dal fondo del corridoio passi strascicati e quelli cadenzati dei soldati e nella penombra vede la figura del marito. Il gruppetto incrocia la donna e la signora Luisa riesce ad abbracciare il marito, osservandone la mascella gonfia, e a dargli un biglietto scritto dalla figlia . Paolo riesce appena a pronunciare:
"Ti raccomando
la Ninetta..". Bruno le balbetta a sua volta: "É finita..." , appoggiando per un attimo il capo sulle sue spalle. A notte la signora si ritira per la seconda volta nella stanza del maresciallo amico, il quale le raccomanda di chiudersi a chiave e di non muoversi se sentisse del trambusto. Verso mezzanotte la signora avverte infatti  un grande movimento di camions e  di soldati , mentre da una parte della villa si tiene una festa danzante.

 VENERDÌ 30 GIUGNO. NELLA MATTINATA DEL TERZO GIORNO. Alla villa Settimio Soprani mentre i soldati smobilitano in mezzo ad un trambusto di inferno, alla signora Luisa viene detto da un soldato tedesco: “Le hanno fatto vedere suo marito?”  “No”. “Vada via, fugga via subito da qui”. La signora esce dalla stanza, si precipita  indisturbata all'uscita e si avvia per la strada di Loreto. Sono le ore 9 circa. Durante il cammino sente saltare i ponti sul fiume Musone e si accorge di essere seguita. Si ferma a bere alla “fontana delle bellezze” per la scorciatoia che porta a Loreto e  più tardi raggiungerà la propria abitazione. Anche il capitano Luigi Corti é stato interrogato, torturato e processato dai tedeschi e quindi assolto e lasciato libero verso le 10,30. Nel primo pomeriggio  arriva da Loreto a piedi il vescovo ottuagenario Gaetano Malchiodi, alto e grosso, accompagnato da alcune persone tra le quali suor Nerina Brancondi (sorella di Lamberto) e Padre Emidio d'Ascoli, provinciale dei cappuccini che fa da interprete, per garantire con la sua persona e chiedere la liberazione dei Brancondi. Il prelato conferisce con lo stesso gen. Hoppe, comandante della Divisione tedesca,  il quale si rivolge all'ufficiale più vicino domandando: “Che cosa si può fare per questi due fratelli?”. Purtroppo viene comunicato che erano già stati giustiziati. La morte dei fratelli Brancondi è avvenuta pertanto nella notte del 29 giugno 1944, in anticipo a quanto minacciato con il bando tedesco esposto fuori del portone di casa Brancondi. Si può immaginare che l’ordine di ritirarsi da Castelfidardo alle truppe tedesche per il giorno 30 abbia fatto precipitare gli eventi. Il grosso delle truppe si spostava strategicamente solo durante la notte. Due giorni dopo, le truppe polacche del gen. Anders liberano la città di Loreto dall’occupazione nazifascita e il 4 luglio Castelfidardo.

UN SOGNO. Qualche tempo dopo, una donna di Villa Musone, già addetta ai lavori presso la colonia Serenelloni a Mirano Vittoria, racconta ad una amica di aver sognato che un uomo in un funerale la invitava ad andare ai bordi della strada statale adriatica n.16 nei pressi di quella abitazione perché li' erano stati sepolti dei loretani. La signora Luisa, lasciato Loreto, si era rifugiata ai primi di luglio alle Brecce presso il contadino Cupidio con lo zio Romolo e Lamberto e viene a sapere dalla donna di servizio di casa Brancondi di quello strano sogno. Va ad interrogare la donna che le conferma il tutto e le racconta inoltre che  il 30 giugno, dopo che i tedeschi  avevano fatto scavare ai bordi della strada statale due fosse che dovevano servire per riparo alle truppe in ritirata in caso di attacco aereo, alla mattina, una di quelle era stata riempita di terra. La sera precedente inoltre, verso la mezzanotte,  il contadino nei pressi della strada aveva avuto in casa l'irruzione di  un gruppo di tedeschi che hanno chiesto del vino e si sono ubriacati. La donna non aveva riferito prima il sogno né i particolari, che ha collegato successivamente  con il sogno, per paura di reazioni fasciste. La signora Luisa  dispone immediatamente con il maresciallo dei carabinieri di Loreto ed alcuni amici una ricognizione sul luogo.  Dopo poche palate di vanga appare tra il terriccio un biglietto.  É il biglietto scritto dalla figlia Renata e recapitato alla madre agli arresti a Castelfidardo: “Cara mamma, torna presto. Tanti bacini al babbo e allo zio Bruno”. Immediata la tragica scoperta dei resti dei fratelli Brancondi. Papà Brancondi  deve avere estratto dalla tasca il biglietto prima dello sparo, stringendolo nel pugno e perdendolo con l’accasciarsi al suolo. Il luogo dell’esecuzione deve essere avvenuto quindi ai bordi della buca  antiaerea per opera di “quel gruppo di soldati ubriachi” in ritirata e  verso la mezzanotte del 29 giugno.
Verrà eseguita la visita e ricognizione dei due cadaveri nella cappella mortuaria dei cimitero.
“Noi sottoscritti medici Dott. Brancati Francesco Ufficiale Sanitario di Loreto e Dott. Francesco Mainolfi Medico Condotto abbiamo oggi 13 Luglio 1944 alle ore 11 nella Cappella mortuaria del locale cimitero proceduto alla visita e ricognizione dei cadaveri dei Patrioti Ing. Brancondi Paolo e del di lui fratello Brancondi Bruno entrambi uccisi nella notte fra il 29 ed il 30 giugno
1944 a Castelfidardo dalle truppe di occupazione tedesche riscontrando quanto segue (…)”.


Intervista del Dott. Bislani alla vedova di Paolo Brancondi, a destra nella foto il Sindaco di Castelfidardo Aurelio Carini

 Il giorno dopo si terrà il funerale dei due fratelli: le loro bare saranno avvolte nel tricolore. Dietro il feretro la moglie Luisa e la figlioletta Renata.  A Paolo Brancondi verrà concessa, alla memoria, la Medaglia d'Argento al valore militare.  Sul ricordino distribuito dalla famiglia si legge:  “All’alba della liberazione/ la vostra fiorente giovinezza/ è caduta a baciare/ il suolo della Patria/ per il cui amore siete morti./ Dal vostro sangue Dio vi raccolga/ nelle braccia della sua misericordia./ A Lui il giudizio infallibile:/ a noi tutti/ l’accorato desiderio di voi/ l’inconsolabile dolore/ la fierezza del comune sacrificio./ E voi benedite alla piccola Mimma/ Che, vi fu tanto cara:/ che alla mamma e alla nonna vi chiede/ nella casa deserta:/ che il babbo ultima nominò con ansia d’amore/ a cui ultima pensò/ quando morendo ne stringeva nel pugno/ l’ignaro innocente saluto/ che ci fu guida a ritrovarvi”.

  Dott. Renzo Bislani
Presidente onorario del Centro Studi Fidardensi

bislani@tin.it
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