Archivio delle
PILLOLE DI STORIA FIDARDENSE
a cura del Centro Studi Storici Fidardensi

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 1591 - LE MONACHE DI S. BENEDETTO - LO SCONTRO FRA TOROLI E BRANCALEONI

     
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Anno 2003 Dicembre, da “… Castello è segreto” pp.63-64:

CHIARA GIGLIO. “Gli Irlandesi nella Battaglia di Castelfidardo e il mistero della medaglia di Toro Seduto”.

Poi come “curatori” abbiamo ospitato sulla Strenna del Centro Studi Storici Fidardensi una ricerca di una nostra preziosa collaboratrice.

“Pochi fidardensi lo immaginano e anche per me è stata una piacevole novità scoprire che, nel lontano 1860, alcuni soldati irlandesi parteciparono alla Battaglia di Castelfidardo. La loro storia è così curiosa e interessante che non posso fare a meno di raccontarvela.La Medaglia di Castelfidardo

Erano poco più di mille volontari irlandesi e militavano nell'Esercito Pontificio agli ordini del Generale De La Moricière. Erano venuti in Italia per difendere i confini dello Stato Pontificio, minacciato dagli invasori Sardi, ed erano animati da forti ideali di fede e di lealtà nei confronti di Papa Pio IX.

Giunti nel nostro Paese agli inizi d'aprile del 1860, furono riuniti per formare il "Battaglione di San Patrizio", costituito da otto compagnie che furono assegnate in difesa delle maggiori roccaforti delle Marche e dell'Umbria.

Numerose testimonianze raccontano la determinazione e l'ottimismo che gli Irlandesi dimostrarono in battaglia, non solo a Castelfidardo ma anche nei precedenti scontri armati a Foligno e Perugia, entrambe assediate dall'Esercito Sardo. Nonostante molti volontari irlandesi non fossero soldati di professione e non avessero neppure l'equipaggiamento necessario per combattere, non si perdevano mai d'animo, marciavano cantando e con la tipica fierezza irlandese dimostravano di avere grande coraggio.

La vigilia della Battaglia di Castelfidardo un centinaio di essi giunse con il resto dell'esercito sulle alture di Loreto e il 18 settembre 1860 partecipò attivamente allo scontro armato fra l'Esercito Pontificio e quello Piemontese.

Al termine del conflitto, i soldati più valorosi furono insigniti di una medaglia con una croce rovesciata, simbolo dei martiri pontifici che avevano perso la vita a Castelfidardo.

Proprio da questa medaglia inizia la parte più curiosa della storia. Tra coloro, infatti, che ricevettero la Croce di Castelfidardo c'erano anche alcuni Irlandesi, che nei mesi successivi alla battaglia si arruolarono al di là dell'oceano e combatterono nella Guerra Civile Americana.

Uno di loro militò nel VII Reggimento di Cavalleria e morì combattendo coraggiosamente in un agguato degli indiani a Custer's Point.

Purtroppo di lui non si seppe più nulla fino al 1890, quando con il ritrovamento delle spoglie mortali di Toro Seduto si scoprì sul petto dell'indiano…la medaglia di Castelfidardo!

Il capo tribù, ammirato dall'eroica condotta del milite irlandese, l'aveva sottratta al suo cadavere e l'aveva custodita gelosamente, credendo si trattasse di un amuleto magico.

E' quindi merito degli Irlandesi se la "nostra" medaglia, testimonianza della Battaglia di Castelfidardo, è arrivata fino in America!

 

ANNO 2004 Giugno:

CHIARA GIGLIO. “LA QUARTA COMPAGNIA IRLANDESE DI SAN PATRIZIO NELLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO” Brillarelli Osimo Stazione.

La nostra Chiara pubblica quindi il suo lavoro proprio sulla Compagnia Irlandese con l’eccezionale presentazione dello storico illustre e accademico Gilberto Piccinini.

PRESENTAZIONE.

“Esiste ormai una numerosa pubblicistica storica dedicata al fatto d'arme successo a Castelfidardo nel settembre del 1860, dalla quale però poco emerge il contributo fornito dai volontari stranieri accorsi per rafforzare le difese pontificie. Molto è stato scritto sull'apporto francese, anche come debito di rico­noscenza nei confronti di certe figure di spicco presenti sul campo di battaglia, abili condottieri caduti in combattimento per la difesa del papato: tra tutti spicca la figura del De Pimodan. Ma dalle fonti mili­tari sappiamo che nella piana del Musone, tra le fila dei pontifici, c'erano armati provenienti da molti altri paesi della cristianità, per cui si è quasi imposto il mito di un'ultima "crociata", impegnata a bloc­care, nel centro dell'Italia, non tanto il progetto unitario dei Savoia piuttosto l'avanzata del liberalismo, ormai a più mandate condannato dal regnante pontefice Pio IX.

Sono i documenti di parte pontificia che ci ricordano come a Castelfidardo fossero presenti 3094 volontari stranieri e che il gruppo più numeroso sia stato quello genericamente definito dei "tedeschi", con 1088 presenze, seguito immediatamente dai 980 inglesi, dai 668 svizzeri, i quali distanziavano parecchio i 139 francesi, i 115 belgi e i 103 irlandesi.

Proprio sul raggruppamento irlandese del Battaglione di S. Patrizio ora punta l'attenzione Chiara Giglio, la quale ha avuto l'opportunità, durante i suoi studi universitari, di soggiornare a Dublino pres­so il Trinity College, nella cui biblioteca è presente una delle rare copie del volume di George Fitz Hardinge Berkeley, dal titolo The Irish battalion in the papal army of I960, edito a Dublino nel 1929. Un testo scarsamente noto in Italia, se si fa eccezione per i riferimenti presenti nel saggio su II batta­glione di S. Patrizio e la mitica crociata per salvare lo stato pontificio nel 1860, di Antony Campanella, edito nel 1970 nella rivista "Il Risorgimento" di Milano (anno XXII, n. 3, pp. 118-134).

L'opera del Berkeley, come risulta d'altronde dalle indagini della Giglio, è a sua volta poco nota tra gli Irlandesi e la conferma è venuta anche attraverso i contatti presi con W.E. Vaughan, docente di sto­ria dell'Irlanda, nello stesso Trinity College.

Ottenuta una copia del volume, mediante un perspicace intervento dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Castelfidardo, la Giglio ha potuto avviare un diretto confronto tra le fonti tradizionali e la bibliografia corrente su Castelfidardo nel 1860, con le pagine del Berkeley, accorgendosi subito delle copiose informazioni che l'autore irlandese era in grado di fornire sui movimenti dei suoi connaziona­li nei campi di battaglia tra l'Umbria e le Marche e nella difesa di Ancona, in quella tarda estate del '60. Resta sempre da chiarire quali siano state le fonti dalle quali il Berkeley abbia tratto le sue infor­mazioni, tutte in fin dei conti alquanto attendibili e puntuali.

Quando sarà possibile avere nella versione italiana - perché no a cura della stessa Giglio ! - l'intero testo del Berkeley, allora sarà indispensabile preoccuparsi di fornire gli approfondimenti sulle vicende che formarono il retroterra del lavoro e conosceremo meglio sia il Berkekey stesso, sia la sua forma­zione storica e l'origine delle sue conoscenze riguardo alle vicende fidardensi.

Per adesso ritengo siano più che sufficienti le notizie che Berkekey dà sul raggruppamento dei volontari, sulla loro dotazione di armi ed equipaggiamenti, sul comportamento durante il conflitto sui rapporti con la popolazione locale. Non è cosa di poco conto poter ora conoscere gli Irlandesi sotto altre vesti che non fossero solo quelle loro attribuite da una tradizione locale, che li dipingeva come uomi­ni rozzi e facili all'ubriachezza. A parte gli atti di eroismo compiuti nel corso dei vari scontri, fa pen­sare quanto vien riferito in merito all'atteggiamento di quel drappello di Irlandesi, fatti prigionieri ad Ancona, che attraverso uno dei loro comandanti, il conte Russel of Killough, chiese di poter salutare la città, diventata italiana, "sventolando il cappello verso la fortezza e urlando", con voce forte e insie­me soffocata dall'emozione, Pius IX forever, vera sintesi di un sentimento religioso e di una passione politica che in quel momento accomunava i cattolici irlandesi agli italiani nella difesa ad oltranza dei loro principi, di fronte a quella che sembrava ormai un'irrefrenabile corsa verso la laicizzazione dello stato e l'affermazione del liberalismo.

Attraverso lo studio della Giglio sappiamo anche il destino di alcuni militari irlandesi, finiti a com­battere nel nord America durante la guerra civile. Tra loro c'era quel Myles Walter Keogh, caduto nello scontro con gli Indiani a Custer's Point, decorato con la medaglia di Castelfidardo, sottrattagli da Toro Seduto e ritrovata al petto del capo indiano, all'atto dell'esumazione della salma, forse perché ritenuta un valido amuleto. Da qui la conferma di quanto da tempo era documentato dalla fotografia di Toro Seduto, esposta al Museo del Risorgimento di Castelfidardo.

Si tratta di una ulteriore esemplificazione di come ormai vada intesa la ricostruzione dell'episodio di Castelfidardo, momento importante e tappa decisiva nell'unificazione italiana, ma anche luogo d'in­contro di uomini con abitudini e culture diverse, disposti a battersi in difesa della fede, a volte prove­nienti da territori lontani e con percorsi di vita a lungo segnati dai giorni trascorsi in armi tra Castelfidardo e Ancona.

Sul recupero di tale memoria storica occorrerà lavorare in avvenire, anche per fornire un contributo alla ricostruzione delle comuni radici storiche dell'Europa.

Tale è l'impegno di chi oggi si occupa della salvaguardia del patrimonio culturale e monumentale dell'area della battaglia di Castelfidardo, mercé sempre il sostegno dell'Amministrazione comunale che, come in questo caso, si è ogni volta dimostrata attenta alle iniziative tendenti a promuovere la conoscenza di uno dei momenti più alti della storia di Castelfidardo.

Gilberto Piccinini Professore di Storia del Risorgimento all'Università di Urbino Sovrintendente del Museo del Risorgimento di Castelfidardo

 

ANNO 2005, Dicembre, da “… Castello è segreto” pp.32-38.

RENATO BIONDINI “I CANNONI DELL’UNITA’ D’ITALIA”

            “Nella storia del Risorgimento italiano e dell’unità d’Italia  la battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860  ha una grande importanza politico-militare  non sempre sufficientemente valutata.  La sua rilevanza è determinata da una serie di fattori: fu la prima battaglia combattuta e vinta dall’esercito italiano in quanto ne facevano parte soldati provenienti da tutta l’Italia centro-settentrionale; portò al declino del potere temporale dei papi; aprì la strada verso il Meridione all’armata sarda permettendogli di raggiungere l’esercito di Garibaldi consentendo così l’unificazione dell’Italia.

I cannoni della vittoriaDall’esame della documentazione e della storiografia sulla battaglia, si evidenzia  come il principale fattore che ne determinò l’esito fu l’impiego da parte dei sardi di un’artiglieria quantitativamente ma soprattutto qualitativamente superiore rispetto a quella dei pontifici.

Questa superiorità dell’ artiglieria del regio esercito sabaudo derivò dall' utilizzazione,  per la prima volta in questa battaglia di Castelfidardo, delle artiglierie a canna rigata mentre i pontifici impiegarono solo quelle tradizionali a canna liscia.

I piani militari

Unico fra gli stati della penisola, il Regno di Sardegna dal 1848 si  era dotato del parlamento e delle libertà politiche sancite dallo Statuto albertino e  proseguì una politica di riforme,  consapevole che i liberali italiani avrebbero guardato al Piemonte come alla guida di tutte le energie morali e materiali  per una lotta contro l’Austria e come unica possibilità per raggiungere  l’unificazione italiana.

Queste speranze dei movimenti nazionali poterono concretizzarsi grazie anche all’abilità politica di Camillo Benso di Cavour che fu chiamato a guidare il suo primo governo del Regno di Sardegna nel 1852.  Cavour operò un profondo rinnovamento economico e politico del Piemonte sabaudo, favorì il libero sviluppo delle iniziative economiche, diede l’avvio a grandi opere pubbliche, mentre per quanto riguarda le libertà politiche, favorì la libertà di stampa, di associazione e di insegnamento.

Ma la sua azione più importante fu in politica estera. Egli, infatti, facendo sue le aspirazioni dei liberali italiani, inserì il processo risorgimentale nel contesto internazionale e lo sostenne con ogni mezzo. Anche se in un primo tempo il Cavour escluse la possibilità di poter unificare tutta la penisola, indirizzò i suoi sforzi alla creazione di uno stato sabaudo nell’Italia settentrionale e a tal fine si adoperò per inserire il Piemonte nel gioco europeo e per mantenere desta la simpatia dei liberali italiani nei confronti degli ordinamenti costituzionali del Regno di Sardegna.

Dopo l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana il Piemonte sabaudo sembrava aver raggiunto confini oltre i quali non riteneva opportuno spingersi, ma i democratici riproposero con vigore il loro programma di unificazione dell’intera penisola.

L’idea già avanzata da Mazzini e da Pisacane di una spedizione nel Mezzogiorno, che risalisse la penisola fino a liberare Roma, venne affermandosi tra gli emigrati siciliani come Francesco Crispi e Rosolino Pilo, che convinsero Garibaldi a guidare l’impresa. Nonostante l’ostilità di Cavour e di Vittorio Emanuele II, timorosi delle imprevedibili ripercussioni internazionali del tentativo, il 6 magio 1860 un migliaio di volontari accorsi intorno a  Garibaldi salpò da  Quarto e sbarcarono a Marsala che non era presidiata da truppe borboniche.

Cavour non potendo più ostacolare l’impresa garibaldina decise allora di strapparne la direzione dalle mani di Garibaldi e  sfruttando le preoccupazioni suscitate in Italia e all’estero dall’impresa garibaldina e riuscì ad ottenere da Napoleone III il consenso all’invio di truppe regolari piemontesi col compito di occupare le Marche e l’Umbria e spingersi a sud per arrestare l’avanzata di Garibaldi.   

Il piano del regio esercito sardo era quello di marciare velocemente verso il Meridione d’Italia cercando di avere  ragione velocemente della possibile opposizione pontificia al fine ultimo di portare nell’alveo moderato e monarchico la riuscita impresa garibaldina nel Regno delle Due Sicilie.

L’armata pontificia doveva invece cercare di garantire l’integrità delle frontiere dello stato, impedendo e respingendo l’invasione sarda.

Considerato che il Lazio era presidiato dalle forze francesi, nella convinzione che la Francia sarebbe intervenuta nella guerra, il comando pontificio aveva l’estrema necessità di garantire i collegamenti con l’Austria, altra sua grande potenza alleata.

Come primo obiettivo si doveva quindi portare tutte le forze mobili stanziate lungo l’asse Terni – Spoleto - Foligno nelle Marche e rinchiudersi nella città fortezza di Ancona e resistere ad un eventuale assedio fino all’intervento franco-austriaco.

Il piano militare sardo prevedeva l’attacco con due corpi d’armata:  il V corpo (comandante Morozzo Della Rocca) lungo la valle  del Trasimeno con il compito di intercettare le forze pontificie stanziate in Umbria,  il IV corpo (comandante Enrico Cialdini)  lungo la fascia costiera adriatica con l’obiettivo di puntare diretto  su Ancona.

La battaglia

Lo sviluppo di queste manovre portarono dunque il 17 settembre 1860 i  pontifici a Loreto, mentre i sardi si  attestarono  sulla dorsale Osimo – Castelfidardo - Crocette.

Dalle posizioni di Loreto De La Moricière osservò i movimenti dei sardi sulla dorsale Osimo-Castelfidardo - Crocette e quelli nella vallata del Musone, oramai il problema non era più il movimento verso Ancona, ma quello di come passare senza dover sostenere un combattimento. 

Il piano della battaglia elaborato da  De La Moricière prevedeva che le truppe  pontificie  si dividessero in tre colonne. La colonna di destra al comando volontario delle guide terovane partendo alle ore 9,  per la strada di Banderuola e Simia, doveva varcare il Musone al guado di c. Camilletti e proseguire per c. Palanzese. La colonna centrale al comando del gen. De La Moricière partendo alle ore 9, tra la colonna di destra e la strada di c. Arenici,   doveva passare il Musone immediatamente sotto la confluenza  con l’Aspio, e cioè subito ad ovest del guado di c. Camilletti, costituendo scorta al convoglio ed insieme seconda linea.  Una terza colonna di sinistra o d’attacco, al comando del gen. De Pimodan, partendo alle ore 8,30 doveva per la strada di c. Arenici, passare il Musone, attaccare il nemico, impadronirsi di c. Andreani-Catena e stabilirvi l’artiglieria. Poi facendo un cambiamento di fronte  a sinistra, procedere all’attacco delle alture di Colle Montoro seguendo la direttrice  c. Andreani-Catena, c. Serenella del Mirà, casino Sciava, occuparle e mantenervisi. Era perciò ad essa affidato il compito principale allo scopo di permettere alla seconda e terza colonna di passare indisturbate il Musone; defilate queste, ruotare di 180 gradi  trasformandosi in retroguardia  e ripiegare su Ancona.

Alle ore  8 e 30  la colonna del generale Pimodan costituita da quattro battaglioni e mezzo della sua brigata  8 cannoni e 4 obici,  mosse da Loreto verso la vallata del Musone dove passò inosservato grazie alla folta alberatura di quel versante e si mostrò improvvisamente sulla riva destra del fiume.

Colti di sorpresa e  sopraffatti  dall’impeto e dalla superiorità numerica dei pontifici, i bersaglieri piemontesi dovettero arretrare abbandonando santa casa di sotto risalendo il colle.

Il generale De Pimodan e le sue truppe assolsero così la prima parte del loro compito, si trattava ora di adempiere al secondo e cioè quello di impadronirsi dell’altura del colle Montoro e di stabilirvisi fortemente.

Alle ore 11 circa  i pontifici,  nonostante gravi perdite e dopo durissimi scontri anche corpo a corpo, riuscirono a raggiungere casa Serenella del Mirà  a poche centinaia di passi dal dorso del colle Montoro dominata dal Casino Sciava.

Occorreva ai pontifici un ultimo sforzo per raggiungere l’obiettivo.

Mentre si svolgeva questa decisiva fase della battaglia, le altre colonne pontificie invece di proseguire la loro marcia verso Ancona come era nei piani attendevano su ordine di De La Moricière  ai piedi del colle Montoro, forse per non abbandonare il Pimodan  e per eventualmente portare aiuto alle sue truppe.

A questo punto lo scontro si fece durissimo e si determinarono continue avanzate e retrocessioni della linea di combattimento, facendo rimanere indecisa la sorte della battaglia.

Il passare del tempo avvantaggiava le truppe sarde che contando su rinforzi e rincalzi ottennero una superiorità in uomini e mezzi in particolar modo  l’artiglieria.

Infatti verso le ore 10,00 il generale Villamaria diede ordine  di accorrere con una sezione di cannoni a canna rigata.

I due cannoni furono messi in posizione i e subito iniziarono un intenso fuoco a ottocento metri in direzione di santa casa di sotto ove si scorgevano, insieme all’artiglieria, masse di fanteria pontificia cagionando con i suoi colpi ben aggiustati notevoli perdite al nemico.

Lo stesso Cialdini fu favorevolmente impressionato dal comportamento e dell’abilità di questi artiglieri e dei loro pezzi, tanto che venne loro assegnata la medaglia di bronzo al valor militare.

Poco dopo giunsero sul posto altri 4 pezzi, l’artiglieria pontificia fu presto colpita dai tiri  di quella piemontese e gli attaccanti si tramutarono in difensori.

Si diede anche l’ordine ad un’altra batteria di cannoni da 16 libbre, di portarsi a Monte San Pellegrino e fare fuoco  d’infilata contro il fianco destro dello schieramento pontificio, tagliando loro una eventuale via di fuga verso Ancona. Alcune scariche di questa batteria fulminarono, squarciandole, le linee dei pontifici costringendole a ritirarsi sgominate verso il fiume Musone.

Vista la critica situazione, De La Moricière decise di inviare rinforzi alla prima linea ormai esaurita e diede ordine  di  avanzare verso la prima linea, non  appena iniziato il movimento di avanzamento però,  queste truppe furono colpite dai precisi colpi  d’artiglieria sarda e prese dal panico, cominciarono a vacillare  ed  a sbandarsi.

Proprio nel momento cruciale dello scontro, quindi, quando la prima linea pontificia di Pimodan, aveva urgente necessità di rinforzi, la seconda linea invece di andare in soccorso e rinsaldare le file pontificie (cercando di stabilire un certo equilibrio di forze dei due schieramenti per poter avere qualche possibilità di successo), cominciò a indietreggiare  battendo in ritirata, dietro i precisi colpi di cannoni rigati piemontesi.

Quindi la crisi dei pontifici non iniziò dalla prima linea, che anzi era in procinto di raggiungere il suo obiettivo, ma da tergo, dalla seconda linea che invece di avanzare e rinsaldare la prima, a causa dei precisi colpi d'artiglieria si sbandò e si diede alla fuga.

Era poi naturale che, a questo punto, la prima linea pontificia priva dell'aiuto dei rinforzi  dal resto dell'armata, soccombesse, nonostante una strenua difesa, sopraffatta dalle forze preponderanti piemontesi.

Lo stesso comandante in capo dei pontifici  il generale De La Moricière rimase sorpreso e impressionato dagli effetti della micidiale potenza di queste nuove artiglierie, anche perché le sue truppe non avevano un riparo e erano soggetti dei micidiali  effetti delle nefaste meraviglie dei cannoni rigati  piemontesi.

E’ comprensibile, che sotto l'effetto delle esplosioni delle granate, i pontifici presi dal panico si sbandarono e si diedero alla fuga, determinando di conseguenza con un effetto domino un disordine generale e una  confusa ritirata. 

La maggior parte dei pontifici si ritirò a Loreto per poi il giorno successivo arrendersi, mentre  De La Morcicière riuscì con pochi del suo seguito a raggiungere Ancona.

Concludendo ciò che portò allo sbando e al ritiro disordinato delle truppe pontificie verso Loreto fu soprattutto l’entrata in azione delle artiglierie rigate piemontesi,  le quali grazie alla loro regolarità e precisione di tiro, e una maggiore gittata, fulminarono con tiri aggiustati la prima e la seconda linea pontificia.

Possiamo quindi affermare che i cannoni rigati,  determinando l’esito della battaglia di Castelfidardo come quella della fortezza di Civitella del Tronto e la vittoria nell’assedio di Gaeta,  furono uno dei fattori che contribuirono all’unificazione italiana”.

            Per ulteriori approfondimenti, si veda il volume RENATO BIONDINI, I cannoni della vittoria - l’artiglieria nella battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860   Edizioni  Bieffe  2005, reperibile nelle migliori librerie.

 

ANNO 2006, settembre, da “D’onore e d’orgoglio. Vita di Attilio Valentini , giornalista”. Bieffe Recanati.

Lino Palanca ha dato alle stampe un ennesimo lavoro, che abbiamo letto con estremo interesse, e dal quale riportiamo un pezzo che si inserisce nell’argomento trattato. E’ un evento avvenuto nel 1892 a Biuenos Aires in Brasile, nella redazione del giornale di lingua italiana. Il giornalista Valentini rievoca in un articolo la figura del Generale Enrico Cialdini, nel 32 anniversario della Battaglia di Castelfidardo.

Ecco cosa scrive Lino Palanca nelle pagine 125-127:

“L'unico articolo oggi disponibile a firma Attilio Valentini ne “La Patria Italiana” è del 24 settembre '92 (dodici giorni prima della morte).

DD'onore e d'orgoglioue colonne con titolo: Il Generale Enrico Cialdini; in sommario, Un grande che scompare - Vita e aneddoti.

Il pezzo è scritto in tono piuttosto placido per i parametri del nostro, non vi si riconosce il grintoso polemista che ci ha abituato a ben altro atteg­giamento sull'esercito e i militari negli articoli degli anni '84-'89, quelli della militanza democratica in Italia, dove il re, bene che gli andasse, era un prigioniero dei reazionari e l'esercito solo un reclusorio per centinaia di migliaia di sventurati, oppressi dai superiori e da una classe politica di inca­paci, in grado di ordinare niente altro che di sparare al popolo inerme. (Si noterà che nell'articolo si fa un grande elogio di Vittorio Emanuele II. Vi leggo una più ragionata valutazione dei personaggi chiave del nostro Risorgimento, non certo una conver­sione di Valentini alla fede monarchica).

Forse Cialdini piace a Valentini per la sua vita fuori dagli schemi; un avventuriero che si è ricoperto di gloria in Portogallo, in Spagna e sui campi di battaglia della sfortunata guerra di Carlo Alberto. Uno fattosi da sé, senza passare per le accademie militari, in grado di rappresentare agli occhi dei propri soldati un tipo umano generoso, a volte intrattabile e collerico, ma sempre coerente e perciò degno di rispetto.

E poi, per Attilio il democratico, Cialdini è il generale di Castelfidardo, il condottiero che ha disfatto i pontifici e aperto la via alla proclamazione del Regno d'Italia e alla fine del potere temporale dei preti.

L'articolo è parecchio lungo, perciò ne trascrivo le parti essenziali:

Un telegramma ci ha recato ieri la triste notizia: il generale Enrico Cialdini è morto nella sua villa di Livorno, la lenta dolorosa agonia di un grande figlio d'Italia è terminata.

Cialdini era ammalato da anni; più volte fu sul punto di soccombere, ma la ferrea sua fibra gli volle prolungare le sofferenze; adesso si trovava costretto a letto da oltre due mesi, ed era ridotto in stato tale che faceva pietà. Enrico Cialdini duca di Gaeta era nato a Lombardina in quel di Modena VII ottobre 1811.

Incominciò i suoi studi nel collegio dei gesuiti di Reggio Emilia ... Nel febbraio del 1831, in occasione della rivoluzione nell'Italia centrale, Cialdini abbandonò gli studi, e si arruolò nelle truppe regolari, sotto gli ordini del generale Zucchi. Cessata la rivoluzione Cialdini passò in Francia guada­gnando qualche cosa con la traduzione delle opere del dottor Velpeau.

Nel 1833, sfuggito miracolosamente ad un attacco di colera, ebbe modo di parlare con don Fedro di Portogallo, il quale gli propose di formare un reggimento per correre in difesa della propria pupilla donna Maria... In questa guerra Cialdini si distinse moltissimo... Dal Portogallo passò in Spagna, ove combatté i carlisti come comandante d'un battaglione di volon­tari. . .La sua carriera militare in Spagna fu rapidissima: il suo valore e il suo ingegno lo condussero in breve ai gradi supremi. Infatti nel 1844fu nomina­to comandante del corpo dei gendarmi. Nel 1847 dalla Spagna fu inviato in Francia ... e fu a Parigi che lo sorprese la notizia della rivoluzione italiana del 1848. Tornò subito in patria e a Vicenza, sotto gli ordini di Durando (Giovanni Durando, generale piemontese (1804-1869), combattè da eroe, e ferito gravemente venne fatto prigioniero dagli austriaci.

Liberato rientrò in Piemonte...

Nella storia del Risorgimento italiano, nessuno forse, dopo Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi, ebbe attorno a sé come Enrico Cialdini quella aureola di eroismo, per la quale le fantasie popolari si accendono e le leggende si formano. Soldato fin nel midollo delle ossa, egli rifulse alle viva­ci immaginazioni degli italiani come tipo cavalleresco di valore indomito, e di gentilezza nuova e gagliarda. Parve quasi che nel suo nome la guerra diventasse geniale e poetica, parve dovessero in lui rifiorire le balde audacie dei capitani di altri tempi, e le mirabili fortune di un Annibale, d'un Montecuccoli, di un Wallestein. Il suo nome fu simbolo di vittoria, dopo avere echeggiato nei trepidi cuori della nazione come segnacolo di speranza. Ebbe popolarità altrettanto diffusa, se non così clamorosa, quanto l'eroe Nizzardo; e come Garibaldi otteneva la fiducia cieca dei volontari, ottenne Cialdini quella illuminata e ragionatrice dell'esercito regolare. Egli è associato a tutte le glorie del primo periodo delle nostre rivendicazioni nazionali; egli è l'ese­cutore meraviglioso di quel piano di guerra, che in numero determinato di giorni doveva disperdere - e lo disperse infatti - l'esercito pontificio del gene­rale Lamoricière; egli diresse e compì quell'assedio di Gaeta nel quale due nemici erano da combattere, l'esercito borbonico e l'ambigua diplomazia del governo francese; e se fu creduto per un momento che la fortuna e l'ardire lo abbandonassero nell'indugio prolungato a passare il Po durante la guerra del 1866, egli potè agevolmente respingere l'accusa e riacquistare la popola­rità ed il prestigio un istante perduti... (La Patria Italian del 23 settembre 1892).

Valoroso, ingegnoso, cavalleresco, indomito, gentile, gagliardo e auda­ce: Attilio, rimpiangendo Cialdini, disegna il proprio ritratto. Il generale non è stato sicuramente repubblicano o radicale né un democratico, ma ha mostrato di avere tutti i requisiti per piacergli in virtù di un carattere simi­le al suo, capace di rischiare tutto per la difesa del proprio onore.

Sarà il sentimento dell'onore personale e nazionale a distruggere la vita di Attilio nemmeno due settimane dopo quell'articolo su Cialdini. Un duello alla pistola; il proiettile dell'altro a un soffio dal cuore. La morte quasi istantanea. A trentatre anni.

 

ANNO 2007 dicembre, da “… Castello è segreto” pp 126-127:

RICCARDO SAMPAOLESI. “MYLES WALTER KEOGH E CASTELFIDARDO”

Sempre su la Strenna fidardense del CSSF abbiamo avuto il piacere di pubblicare un articolo del nostro collaboratore, apprezzato ricercatore storico:

Myles Keogh “La recente pubblicazione di un libro di Chiara Giglio “La quarta Compagnia  irlandese di San patrizio nella battaglia di Castelfidardo” e un servizio televisivo sul Museo del Risorgimento di Castelfidardo hanno ridestato l'interesse sulla vicenda storica di un reduce dell'esercito di Pio IX e sulla medaglia con cui fu decorato dal Pontefice: la cosiddetta medaglia “di Castelfidardo”.

Il soldato in questione si chiamava Myles Walter Keogh. Egli nacque il 25 marzo 1840 a Orchard House, nella contea di Carlow, in Irlanda. La sua era una famiglia molto numerosa e anche di salda fede cattolica. Nel 1860, la madre convinse Myles ad arruolarsi come volontario (insieme a circa 1000 connazionali) nell'esercito che il Papa stava formando per difendere lo Stato Pontificio dall'attacco piemontese. Keogh fu destinato alla piazzaforte di Ancona dove, il 7 agosto 1860, fu nominato luogotenente del locale contingente irlandese costituito da 4 compagnie (in tutto 456 uomini) del battaglione di San Patrizio (il battaglione irlandese). Le altre quattro compagnie del battaglione erano di stanza a Spoleto e tra quest'ultime solo la 4a (Capitano Martin Kirwan, Luogotenenti Carey e D'Arcy) fu impegnata nella battaglia di Castelfidardo. Quindi Keogh non fu a Castelfidardo, ma combat­té solamente nel successivo assedio di Ancona dove fu fatto prigioniero di guer­ra (29 settembre). Dopo un breve periodo di detenzione a Genova, Myles fu libe­rato e con altri 45 compagni irlandesi si recò a Roma dove entrò a far parte della Guardia Papale. Fu proprio in questo periodo che ricevette la medaglia "di Castelfidardo", più propriamente detta "Pro Petri Sede" perché assegnata a tutti coloro che difesero lo Stato Pontificio nella Campagna dell'Umbria e delle Marche (la denominazione "di Castelfidardo" si deve soltanto alla maggiore importanza dello scontro del 18 settembre che divenne simbolico di tutta la guerra). Nel frat­tempo fu decorato anche con un'altra onorificenza pontificia, l'Ordine di S. Gregorio.

In quegli anni scoppiò anche la guerra civile americana (1861-1865) e il Segretario di Stato William H. Seward stava cercando ufficiali europei con una certa esperienza che volessero servire l'Unione nordista. Egli chiese all'Arcivescovo di New York, John Hughes, di aiutarlo in questa ricerca. Hughes si recò quindi in Italia per reclutare veterani dell'esercito papale: Myles Keogh e tre suoi amici irlandesi (Coppinger, Keily, O'Keeffe) risposero all'appello e il 1 aprile 1862 erano a New York pronti ad arruolarsi nell'esercito dell'Unione. Keogh fu nominato capitano e partecipò a numerose campagne nelle quali si distinse sem­pre; dopo la battaglia di Gettysburg (1863) fu promosso al rango di maggiore ed in seguito divenne luogotenente colonnello.

Finita la guerra, Keogh fu assegnato al Settimo Cavalleggeri, un corpo appena formato, sotto il comando del generale George A. Custer. il 25 giugno 1876 il capi­tano Keogh era ancora con Custer, al comando della Compagnia I del 7°, a fronteggiare gli indiani di Toro Seduto e Cavallo Pazzo presso il Little Bighorn: quella fu la sua ultima battaglia. Tutti i soldati di Custer ed il generale stesso furono uccisi. L'unico essere vivente del 7° a sopravvivere allo scontro fu il cavallo di Myles, comanche. I corpi dei militari furono ritrovati senza scalpo e mutilati, ma il cadave­re di Keogh, sebbene privato dello scalpo, non fu ulterior­mente oltraggiato.

Questo particolare diede ori­gine alla leggenda della meda­glia di Keogh: pare che gli india­ni furono molto colpiti dal coraggio dell'irlandese durante la battaglia e quando gli trova­rono una catenina con la meda­glia pontificia (Pro Petri Sede?, San Gregorio?), credendo fosse un amuleto magico che confe­risse forza e valore, preferirono non profanarne il corpo. Si narra inoltre che quando Toro Seduto fu ucciso da un agente della polizia india­na, nel 1890, portasse al collo l'onorificenza appartenuta a Keogh.

Per ritornare ad avvenimenti maggiormente "storici", possiamo aggiungere che nessuno degli ufficiali irlandesi presenti a Castelfidardo combatté nella guer­ra civile americana (D'Arcy entrò però nei ranghi nell'esercito dell'Imperatore Massimiliano del Messico), ma non è da escludere che qualcuno degli altri soldati della 4a compagnia possa essersi arruolato oltreoceano.

Nota. L'articolo è dedicato alla memoria di Brian C. Pohanka, storico militare ed editor (insieme a J.P Langellier e K.H. Cox) del libro "Myles Keogh: The Life and Legend of an Irish Dragoon in the Seventh Cavalry", Upton & Sons Publishers, El Segundo, CA, 1991, che, prima di morire, mi fornì molte delle informazioni qui contenute.

 

 

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