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18/09/2009 - 149° ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO |
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Nella ricorrenza dell’evento storico castellano del 18 settembre del 1860 diverse sono state le novità editoriali e non, di cui la cronaca ci ha fatto partecipe in prima persona in questi ultimi anni. Cerchiamo allora di riportare, in ordine cronologico, tali occasioni di incontro.
ANNO 1957, 22 settembre COMUNE DI CASTELFIDARDO. 97° ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO. Corrispondenti da Castelfidardo per Voce Adriatica, eravamo in quel tempo interpreti e narratori della cronaca castellana. INVITO La S.V. è invitata a partecipare alla Cerimonia Commemorativa del 97° Anniversario della Battaglia di Castelfidardo che avrà luogo domenica 22 settembre 1957 con l’intervento dell’On.le Avv. Umberto Terracini, Senatore della Repubblica. IL SINDACO Guido Ottavianelli Programma Ore 9,30 - Ricevimento delle Autorità e delle Delegazioni nel Palazzo Comunale. Ore 10,30 - Corteo dalla Piazza del Comune al Monumento Nazionale delle Marche (con l’intervento della Banda Musicale Città di Osimo). Ore 11,00 - Discorso celebrativo del Sen. Avv. Umberto Terracini, già Presidente dell'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. Mostra Filatelica e Manifestazioni Sportive
ANNO 1957, 22 Settembre RENZO BISLANI. CORRISPONDENZA DA CASTELFIDARDO A VOCE ADRIATICA “Domenica 22 Settembre 1957 si è commemorata a Castelfidardo la data del 18 settembre 1860, 97° anniversario della Battaglia di Castelfidardo. Dalle ore 9,30 alle 11 è avvenuto il ricevimento delle delegazioni al civico palazzo. A tutti i partecipanti è stato offerto un vermouth.
Alle ore
11
è giunto con un tassì privato accompagnato da alcuni esponenti del PCI
locale e Consiglieri Comunali il Sen. Umberto Terracini, ex Presidente
d Alle 11,30 circa si è snodato il corteo da Piazza del Comune: In testa due vigili urbani, seguono una rappresentativa dell’Unione Sportiva Borgo di Osimo, che in mattinata aveva partecipato ad una gara podistica a staffette, una corona di alloro portata da sei cantonieri comunali in tuta azzurra e berretto con visiera, seguono ancora: la banda musicale "Città di Osimo” che intona l’inno nazionale "Fratelli d'Italia", i gonfaloni delle città di Castelfidardo, Osimo, Arcevia, Falconara, Senigallia, Maiolati, Sirolo e Numana, il Sindaco, Consiglieri di maggioranza, il senatore Terracini e membri delle delegazioni intervenute, ancora seguono bandiere di alcune associazione d'arma e dell'ANPI con un breve corteo di persone.
Al piazzale della Rimembranza del Monumento Nazionale delle Marche era
stato La modesta folla di persone si disperdeva tra i viali cercando refrigerio e sfuggendo il cocente sole che piombava nel mezzo del campo della rimembranza. Il sindaco Ottavianelli a sua volta leggendo ha presentato alla cittadinanza il Senatore Umberto Terracini oratore ufficiale dell'odierna commemorazione. Battimani dei presenti. Viene quindi appiccata ad una zampa del cavallo del generale Cialdini la corona d’alloro. L'oratore ha detto tra l’altro: “Che interesse può avere per noi questa rievocazione storica o ancora questa ricostruzione descrittiva dèi quel lontano avvenimento? Questo quadro di una battaglia triste e crudele potrà servire per qualche opera d'arte/ per ispirare i versi di qualche poeta. A noi ci interessa non per il modo che è stata combattuta, ma per motivi che hanno portato i piemontesi a varcare i confini e combattere qui. Che cosa quelle due forze rappresentavano. Per i motivi e le conseguenze che stanno e resteranno nella storia per un incancellabile progresso civile. Fatto significativo: da una parte uno stato costituito e riconosciuto da un'altra soldati mercenari al comando di un teocrate sordo, ad ogni anelito di libertà ed unità nazionale. E qui l'oratore tira in ballo la differenza palese dell’incontro di Aspromonte, di italiani comandati da Cialdini contro italiani comandati da Garibaldi. E prosegue: Chiariamo il significato, la forma e il valore: il significato di una battaglia voluta e condotta dal popolo. E' dal popolo che germogliano i grandi ideali. Ideali irriducibili talvolta ed ecco gli eroi che strappano gli ideali dal popolo e se ne fanno merito. E' come il contadino che semina e lavora mentre il padrone raccoglie. Molto tempo ci volle prima che il Piemonte avesse incarnato l'ideale dell'unità e liberazione nazionale. Già nel 1831 il generale Cialdini e il generale Zucchi si salvano dalla polizia pontificia per essere andati volontari per la presa di Ancona, fallita. Le mura di Gerico stanno per crollare con l'incalzare del pericolo della nuova legge di libertà e d'unità. Il Papa si rinchiuse gelosamente nel suo potere temporale e non si ricusò di chiamare financo i turchi per difenderlo. Questo è il decennio più drammatico della nostra storia risorgimentale. L'oratore ricorda ora che il Conte di Cavour morì scomunicato, egli cattolico,per punizione alla sua campagna di Castelfidardo. La battaglia di Castelfidardo,fu allora una impresa temeraria! Quale vendetta divina, il cielo avrebbe riservato per coloro che hanno osato andare contro il Papa? Ma l’umano e il divino s’incontrano, come un arcano disegno del cielo. Garibaldi non ebbe il conforto religioso in punto di morte, ne seppure lo chiese. Dio però non può non volere il bene degli uomini e la libertà delle nazioni. Il Parlamento ha celebrato l'altro ieri per la prima volta dopo un lungo silenzio la data del 20 settembre 1870, breccia di Porta Pia e presa di Roma. Una lunga parentesi di silenzio che tradiva chiari moventi politici. Voi a Castelfidardo non avete mai avuto vergogna del vostro 18 settembre che sempre siete fedeli custodi attraverso gli anni di questo ricordo. Il dittatore fece allora una commedia: la rappacificazione che forse il popolo italiano voleva. Occorre però oggi che le parti osservino il contratto. Era trascorso il tempo e pareva che gli antichi ideali si affievolissero. Invece no. Ai rapporti tra lo Stato Pontificio e la giovane repubblica italiano, rispose l'assemblea Costituente. Chiesa e stato convivono, perché la storia lo ha voluto, ma ciascuno nell1ambito delle proprie competenze e della loro sovranità. Non occorrono più altre battaglie basta ora la coscienza degli italiani a confermare la Costituzione. Ne saranno tollerate manovre che possano debellare questo diritto. Ieri 7.000 italiani, oggi milioni e milioni chiedono il rispetto di questa legge contro chiunque tenti di lederla e di incrinarla. Eredità sacra e dichiaro il mio rispetto ed il mio ossequio a questa volontà”. Battimani di chiusura.
ANNO 1959. ANGELO FUCILI. I GIGANTI DELLA VALLE BEATA. A scuola gli alunni si esibirono in una Accademia vocale e musicale su testo di Angelo Fucili. Al termine dello spettacolo che riscosse un vivo successo, l'Ispettore Scolastico approfittò per chiederci che cosa si stava facendo per il Centenario della Battaglia. La conversazione che seguì fu cordiale e piacevole. Prima di congedarsi, Fucili, estrasse dalla borsa alcune veline dattiloscritte dandocele in consegna. V’era il testo della sua composizione quale appunto per l’articolo per il giornale.
Dopo cinquant’anni
abbiamo ritrovato quei fogli tra le pagine di un libro che dormiva
impolverato nella biblioteca domestica. I GIGANTI DELLA VALLE BEATA. A)- Eccoci affacciati nella valle del Musone; pochi fiumi nel mondo possono rispecchiare città e luoghi così gloriosi ed ameni. B)- Infatti abbiamo di fronte il Monte Conero, che regge sui fianchi le ridentissime Numana e Sirolo. C)- Già e fu a Sirolo che S.Francesco affacciandosi su questo terre disse una frase che, a distanza di oltre sette secoli, ci fa felici e fieri; disse valle beata! D)- E perché S.Francesco avrà chiamata valle beata questa terra bagnata dal Musone? A)- Io penso che il primo motivo sia chiaro: proprio sul colle di fronte, in un bosco di lauri, circa novant’anni dopo, doveva scendere miracolosamente la Santa Casa di Nazareth e doveva sorgere la città di Loreto. E)- Eppoi Sirolo doveva diventare celebre per un curioso proverbio: “Chi va a Loreto e non va a Sirolo, vede la madre e non vede il figliolo” . A)- Infatti, mentre a Loreto si venera Maria Santissima a Sirolo c’è il famoso Crocefisso. B)- Il bello si è che mentre il Crocefisso antichissimo ha il nome di Sirolo, di fatto si trova nella Chiesa di Numana A)- Ma ci sono altri motivi che danno lustro a questa terra; su di un altro colle non lontano da Loreto, biancheggia Recatati C)- Recanati è la patria di Giacomo Leopardi, il poeta del dolore. E dire che quella città così graziosamente schierata sul colle, Leopardi la disse "natio borgo selvaggio". E)- Io ho visto il palazzo Leopardi con la piazzetta del "sabato del villaggio". A)- Ricordo la splendida poesia: "la donzelletta vien dalla campagna… " C)- Se Recanati è la città della poesia, la vicina Osimo ci ricorda particolarmente la storia di Roma; anche Giulio Cesare abbeverò i suoi cavalli alla Fonte Magna, sotto le mura della antica città. A)- Sapete che in fatto di storia, anche Castelfidardo, la nostra Castelfidardo non scherza; celebreremo l‘anno prossimo, nel I960 il centenario di una gloriosa battaglia detta proprio di Castelfidardo. B) - Battaglia importantissima, perché ha segnato il destino delle nostre Marche; dallo Stato pontificio, cui facevano parte, i marchigiani passarono finalmente allo Stato Italiano. A) - La data della battaglia scriviamola nei nostri cuori e nelle nostre menti: 18 settembre 1860. E) - E il nome del generale che diresse quella fulgida azione delle truppe italiane? Non dimentichiamo amici, Enrico Cialdini! A) - E come si potrebbe dimenticare se lo vediamo, ogni giorno nel magnifico monumento in bronzo là di fronte, sul cavallo alla testa degli irresistibili bersaglieri piemontesi? Il monumento appare alto sopra le cime dei pini e dei cipressi che fanno boscosa e verde corona alla mole dello scultore Vito Pardo. D) - L'anno venturo quel parco e quel monumento, come il sottostante ossario sul colle delle Crocette, saranno meta di schiere di visitatori; da ogni parte d'Italia verranno scolaresche a rendere onore agli eroi della battaglia o, come qui si dice, della "battuta”. A) - Se penso che Castelfidardo l'anno venturo sarà sulle bocche e nei cuori di tutti gli italiani, come saranno del pari ricordate le imprese di Garibaldi e dei Mille in Sicilia, mi sento orgoglioso e fiero di essere nato e cresciuto in questa città. E) - Molto più che i nostri padri e nonni da quasi un secolo mandano per il mondo un armonioso strumento frutto del nostro lavoro: la fisarmonica. C) - Sicuro; fu non molto dopo la battaglia di Castelfidardo che un ingegnoso concittadino, Paolo Soprani, incominciò a costruire le prime fisarmoniche; e quanta strada di allora e quanti valentissimi lavoratori si sono moltiplicati per creare strumenti sempre più perfetti e armoniosi A) - Questi nostri colli sono veramente i giganti della valle beata: Loreto, la città santa B) - Recanati, la città della poesia e del canto; è di Recanati, infatti il tenore Beniamino Gigli. C) - Osimo, legata alla storia di Roma. D) - Castelfidardo, legata alla storia del Risorgimento italiano e a quella del lavoro umano, E) -E allora facciamo onore a queste terre nostre: fuori le fisarmoniche.
CORO
Fior belladonna. Questa è la terra dei celesti alunna: Ci venne a star di casa la Madonna
Fior di gaggia. In questa valle l’anima si bea; Ci dona Recanati poesia.
Fior sulla chioma. Corre la storia con perenne trama; Osimo antica ci ricorda Roma.
Fior di pini. Castelfidardo segna agli Italiani La cavalcata fiera di Cialdini.
Fior di dalia. Dopo aver corso tutta la Sicilia Qui fece tappa la storia d’Italia.
Fiore di cardo, Nel tuo bel nome rinasce il ricordo: l’Italia vince qui a Castelfidardo!
Anno 1960, 18 Settembre. CENTENARIO BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO. INVITO. Il Presidente del Comitato Marchigiano per le Celebrazioni del Centenario dell'Unità d'Italia - Il Sindaco di Castelfidardo.
PROGRAMMA Ore 9 - Collegiata di S. Stefano - Messa di requiem in suffragio dei Caduti di tutte le guerre Ore 10 - Ricevimento in Comune delle Autorità ; Ore10,30 - Scoprimento di una lapide commemorativa della Battaglia di Castelfidardo nell'atrio della civica Residenza ; - Formazione del corteo per il Monumento al Generale Cialdini; Ore 11 - Saluto alle Autorità; - Discorso dell' oratore ufficiale On. Sen. Raffaele Elia, Presidente della Deputazione provinciale di Storia patria per le Marche. RINGRAZIAMENTO DOPO LA FESTA. A nome del Comitato Cittadino e dell' Amministrazione comunale vivamente ringrazio la S.V. per avere, con la sua preziosa collaborazione, reso più solenni e significative le manifestazioni del Centenario della Battaglia di Castelfidardo. Sindaco Guido Ottavianelli. Conservo il biglietto con la firma autografa del sindaco e con la frase: “Mille grazie”. ANNO 1960, 18 settembre, dal periodico del Santuario: P. UBALDO CAPPUCCINO. “NEL CENTENARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA. RIEVOCAZIONE DELLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO. Una pagina di eroismo cristiano sotto lo sguardo della Vergine Lauretana. “Si narra che il musicista LUIGI VECCHIOTTI durante la battaglia di Castelfidardo da Loreto, con la penna in mano e i fogli sott’occhio, componesse la « Grande Messa funebre », mentre il tuono dell'artiglieria e le dense colonne di fumo, che si scioglievano nel cielo come gigantesche nuvole d'incenso, eccitavano il suo estro. Ne scaturì un'opera che per la grandiosità, l'ampio respiro accademico e l'impiego di numerosi strumenti sembra nascondere veramente l'eco fragoroso del cannone. Che l'illustre Maestro potesse assistere alla battaglia da Loreto è possibile, perché il luogo in cui essa si svolse non è molto lontano. Dal Palazzo Apostolico è chiaramente visibile l'Ossario, circondato da una corona di cipressi che, come un picchetto di soldati, fanno guardia d'onore e vegliano sui valorosi estinti. Il Santuario di Loreto ha molte cose da raccontare sulla battaglia di Castelfidardo e sui soldati di La Moricière, che sostarono alla sua ombra prima e dopo la battaglia, come in un atrio di Paradiso. Il Generale La Moricière giunse a Loreto da Macerata, dopo una marcia forzata, il 16 settembre 1860. Bivaccò con i suoi uomini nella Piazza della Madonna. Durante la notte cadde ferito il primo uomo dell'esercito Pontificio. Mizael de Pas, che aveva accompagnato il capitano Pallfy in una escursione a scopo di informazione sulle posizioni piemontesi. Il giovane francese, ricoverato presso i Gesuiti nel Palazzo Illirico, sei giorni dopo reclinava per sempre sulla chioma intrisa di sangue e disciolta sul volto, come un fiore reciso che si ripiega sullo stelo. Aveva offerto generosamente la propria vita a Dio con un sorriso giulivo che gli sbocciava sul labbro esangue e con lo sguardo quasi sognante, ora rivolto al cielo, ora alla Santa Casa. Il 17 La Moricière, insieme a Pimodan, si confessò e i soldati seguirono l'esempio dei due Generali. Al mattino seguente, senza distinzione di grado, si accostarono alla mensa eucaristica per ricevere la S. Comunione, che per molti di loro fu anche Viatico. " Scrive un Sacerdote francese, che in quei giorni si trovava a Loreto: « Io vidi la maggior parte di quegli eroi prostrati sul pavimento della Basilica pregare a lungo, immobili, con le fronti per terra: il raccoglimento dei due generali era così grave e solenne, che io ne restai altamente commosso, e vidi intorno ad essi molti che li fissavano ammirati e piangevano di tenerezza ».
Poi si avviarono alla battaglia, mentre la stessa bandiera che ondeggiò sulle acque di Lepanto, garriva dinanzi a loro. La Moricière l'aveva presa nella S. Casa per servirsene durante la battaglia. E la battaglia si scatenò. La Basilica di Loreto torreggiava sulla cima del colle di rimpetto alle Crocette dove infuriava la mischia. Gli zuavi vi rivolgevano gli occhi di quando in quando, come per prender forza e coraggio da quella visione di cielo. Pimodan, ripetutamente ferito, cadde svenuto da cavallo in un lago di sangue. «Dio sia con noi! » urlò, precipitando a terra. Lo trasportarono fuori e gli prestarono le più sollecite cure. Quando sopraggiunse Cialdini, il moribondo gli mormorò soavemente: «Io ti perdono! » E lo sguardo vuoto girò intorno come in cerca di qualcosa, finché si fermò sul Santuario di Loreto. In un soffio bisbigliò: « Gesù e Maria ! ». E si spense. Quando alla consorte, per predisporla al doloroso annuncio, comunicarono che Pimodan era solo prigioniero, costei disse: « Voi volete ingannarmi: Giorgio non è prigioniero, egli è morto; mai e poi mai si sarebbe lasciato imprigionare dai Piemontesi. Andiamo in Chiesa a pregare per lui ». E alzato al cielo il suo piccino di 4 anni, quasi candida ostia fra le mani materne, esclamò : « Anche tu sarai soldato del Papa, e se occorre, morirai per la S. Sede, come tuo padre ». E s'avviò in Chiesa. Quando tacquero gli ultimi colpi dell'artiglieria e la battaglia diede gli estremi rantoli, i feriti furono raccolti e trasportati in gran parte a Loreto, dove, in mancanza di luoghi convenienti, furono disposti nella Basilica sopra covoni di paglia. Erano usciti di lì al mattino cantando e pieni di vita, e vi ritornavano la sera urlando e gemendo fra gli spasimi della morte. Molti pregavano i barellieri di adagiarli sui sacconi più vicini alla Santa Casa, altri si trascinavano carponi sul pavimento per poter giungere a baciare le sacre mura, e quelli che non potevano muoversi, non si stancavano di mandar baci verso quel luogo. Scesero i Confessori di ogni lingua per assistere i feriti, mentre i chirurgi procedevano alle asportazioni e alle incisioni più dolorose. Al mattino cominciarono le Messe sugli altari della Basilica e i soldati vi assistettero con tutto l'ardore della loro anima. Chi aveva le braccia immobilizzate da stecche cercava di segnarsi, chinando il capo fino al pollice ; chi era supino e quasi inchiodato sul paglione, per riverenza tentava di drizzarsi, fino allo sforzo supremo di inginocchiarsi durante l'Elevazione. Non tutti gli zuavi ebbero la sorte di ritornare, vivi o morti, nella Basilica di Loreto. Molti restarono sul campo di battaglia, confusi tra i soldati piemontesi. Gli zuavi superstiti, percorrendo ad occhi bendati il campo nemico, andarono a scongiurare Cialdini, perché concedesse loro di ricercare e seppellire i propri compagni all'ombra della Basilica Loretana, « che essi combattendo l'avevano mirato come il porto di pace». Ma Cialdini negò la grazia e i morti furono sepolti insieme con gli eroi piemontesi. A Loreto restarono solo i feriti a morte, mentre gli altri furono trasportati a Iesi e a Osimo. Molte mamme scesero in Italia per consolare e assistere i loro figli moribondi, fiere di poter donare alla Chiesa i loro fiori più belli. In quei giorni la Basilica di Loreto era trasformata come in un immenso altare, su cui i soldati si offrivano a Dio vittime generose in un bagno di sangue. Qui si spense Paolo Percevaux, che scriveva di lasciare « lo spirito a Dio, il corpo a ' nostra Signora di Loreto, il cuore a sua madre e alla nativa Brettagna ». Il giovane Maurice de Guérin scriveva dal suo letto di morte ad un amico di Francia: « Da lungo tempo ho offerto a Dio e alla Chiesa il sacrificio della mia vita. Invidiate la mia felicità e confortate la mia povera madre ». Vi morì anche Giorgio d'Haliand, unico figlio di madre vedova, la quale, stringendo il volto fra le mani, come per trattenere l'impeto del dolore, alla notizia della sua eroica e santa morte, ringraziò generosamente Iddio. Altri ancora chiusero i loro giorni fra le mura della Basilica di Loreto, con espressioni sublimi di sacrificio e di fede. 1 A ragione poteva asserire La Moricière : «Non è senza un gran disegno di Dio che il sangue cristiano scorresse sotto i muri della S. Casa di Loreto...». In altra pagina: Di un illustre personaggio serviglianese parla la storia della musica: LUIGI VECCHIOTTI (1804-1863), il cui busto marmoreo il pellegrino vedrà scolpito oltre che nella sala del Consiglio Comunale, nella navata sinistra della Basilica Loretana, dove appunto riecheggiano le sacre armonie. A lui si devono le opere "La fedeltà in pericolo" e "Adelesia". Tra le numerosissime sue composizioni di musica sacra "bisogna ricordare il suo capolavoro, la grande Messa funebre composta per i caduti della Battaglia dì Castelfidardo, cui potè assistere dall'alto di torre di Loreto. Numana umanissima, alla cui fontana si ristorò il fuggiasco e nemico Lamoricìére dopo la battaglia di Castelfidardo.
ANNO 1960, 18 settembre, da “Voce Adriatica” RENZO BISLANI. IL CENTENARIO DELLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO. Un’intera pagina è dedicata all’avvenimento. La stessa che è stata donata da noi alla Biblioteca Comunale e che è tutt’ora visibile sotto vetro appesa alla parete.
ANNO 1960, 10 Dicembre, Da Voce Adriatica: IL CONVEGNO NAZIONALE DI STORIA MILITARE. I RADUNISTI A CASTELFIDARDO PER VISITARE I LUOGHI DELLA BATTAGLIA. “La seconda giornata del convegno di storia militare si è imperniato, si può dire, attorno ad un unico argomento: «La battaglia di Castelfidardo».
I relatori hanno, infatti, quasi tutti, illustrato questo argomento, visto — si intende — da diverse angolazioni. Ha iniziato il prof. Giovanni Maioli, proponendo ai convegnisti il tema: « L'azione della Società nazionale della lega militare alla annessione delle Marche e dell'Umbria », facendo conoscere l’azione e l'organizzazione dei "volontari che aderivano, alla vigilia della campagna interessante la nostra regione, al nuovo esercito piemontese. E' seguita la relazione del col. Ferdinando Di Lauro, capo dell’Ufficio storico dell'Esercito Italiano, sul tema: « Castelfidardo» ; la celeberrima battaglia è stata tratteggiata dall'oratore nelle sue fasi preparatorie e con il porre nel dovuto, risalto gli enormi errori dell'Esercito Pontificio, errori derivati da sbagliati calcoli di tempo e di altrettante erronee impostazioni di manovra. Il generale di divisione Alberto Montessoro ha, invece, illustrato nella sua conferenza «La battaglia di Castelfidardo e l'assedio di Ancona», l'andamento vero e proprio di quelle due ore di lotta, che contribuirono in modo determinante a dare all'Italia il suo volto di Nazione. A conclusione della giornata, il generale Vincenzo Longo, direttore de II Corriere Militare, ha trattato l'argomento «Esercito pontificio nel 1860», particolareggiando le figure dei due condottieri francesi, La Moricière e Pimodan. In mattinata i convegnisti si sono recati a Recanati per visitare i luoghi leopardiani e la casa del grande poeta della nostra terra, che tanto soffrì nel vedere la sua Italia smembrata e schiava; nel tardo pomeriggio si sono portati, invece, sui luoghi della battaglia di Castelfidardo, ed hanno deposto corone di alloro sul monumento ai Caduti e su quello del generale Cialdini”. Ricordiamo volentieri l’occasione che ci vide “guida” sui luoghi della battaglia con commenti finali positivi degli illustri ospiti.
Anno 1961, 14 Gennaio Renzo Bislani. Fuorisacco da Castelfidardo. “Cippi sul campo della storica battaglia” “Mentre tutta l'Italia si prepara a celebrare solennemente il Centenario dell'Unità nazionale sarà bene riferire in questo clima risorgimentale di una iniziativa del prof. Mario Francucci di Macerata realizzata da non molto a Castelfidardo.
I Il gen. di Corpo d'Armata Renato Eugenio Righi di Bologna assunse la supervisione del progetto per la collocazione dei cippi che dovranno sfidare i tempi e di una «piastra» orientativa in cui si svolse la battaglia. Una speciale commissione composta dal prof. Mario Francucci, dal gen. Renato Eugenio Righi, dal col. Silvio Bazzani dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, dal col. Mario Nugnez, comandante del Presidio militare di Ancona, dal col. Pietro Righi, ha indagato a fondo sul teatro delle operazioni e con scrupolo ha predisposto tutto quanto è stato necessario per la realizzazione dell'idea. Questa opera ricorderà ai posteri le gesta dì quello che fu il primo Esercito Italiano, glorificato nel Monumento Nazionale al gen. Cialdini, primo monumento al nuovo esercito eretto dalle scultore Vito Pardo a Castelfidardo”. Partecipammo ai lavori della eletta Commissione e al pranzo di congedo offerto dal Comune di Castelfidardo in un noto ristorante loretano, anche in rappresentanza del Sindaco Ottavianelli. Immaginabile il nostro imbarazzo di riformato alla leva militare per l’incidente alla gamba in mezzo a tanti alti graduati dell’Esercito. La nostra collaborazione fu molto apprezzata da tutti.
ANNO 1981 settembre, da “Il Comune di Castelfidardo”: RENZO BISLANI. “18 settembre 1860. C.Pasquali Marinelli e Luigi Vecchiotti. Una produzione artistica commemorativa sull'evento storico da recuperare”. “La 121.a annuale ricorrenza del fatto d'arme che ha avuto protagonista la nostra terra castellana, ci offre l'occasione per presentare ai nostri concittadini, in particolare ai giovani e agli studenti, questa ricerca su volumi pubblicati sulla battaglia e su opere musicali e artistiche da questa ispirate. Ricerca appena abbozzata che sarà, ce lo auguriamo, completata da altri che ci leggono perché si possa creare nella locale Biblioteca Comunale una sezione sul "Risorgimento" con la presenza di tutti i volumi (anche in fotocopia) che elencheremo, come pure la riproduzione o raccolta in un album di fotografie dell'epoca e di quadri ad olio, ad acquarello e al tratto di figure e fatti risorgimentali. Ci piace cominciare con le opere di due autori particolari: un latinista ed un musicista. GIUSEPPE PASQUALI MARINELLI di Camerano (1793 - 1875) "italiano eminentemente cattolico e poeta latino di merito non comune" è autore del poemetto "De pugna ad Castrumficardum" di contenuto patriottico. Se si considera che egli è autore della versione completa della Divina Commedia in distici latini e di altre opere eminenti, questa rivisitazione vuol mettere in giusto risalto il lavoro scritto nel 1870 che è rimasto purtroppo inedito e che serve a conoscere .meglio lo svolgimento della battaglia di Castelfidardo. La lettura dell'intero testo in latino è un vero godimento dello spirito per il suo "amor fidei" che può sembrare anche troppo eccessivo. La parola del poeta marchigiano riabilita i vinti. L'unità morale degli italiani frutto anche del sacrificio dei perdenti vede infatti operata nel sacrificio di questi la giusta catarsi. La parola di un altro genio marchigiano nelle onde della musica mira a dissipare ogni ombra di rancore, accomunando vincitori e vinti. È il serviglianese LUIGI VECCHIOTTI (1804 - 1863), allora Maestro di Cappella a Loreto, autore nel 1860 della "Grande Messa Funebre" per i caduti di Castelfidardo. Il Vecchiotti compose l'opera durante la battaglia, assistendo dall'alto di una torre di Loreto, mentre il tuono dell'artiglieria e le dense colonne di fumo eccitavano il suo estro. Ne scaturì un'opera che per grandiosità, l'ampio respiro accademico e l'impiego di numerosi strumenti sembra nascondere veramente l'eco fragoroso del cannone. Fra le sue numerose composizioni delle quali il Radiciotti ha detto che peccano di "soverchia teatralità", riflessa e di maniera, ebbe rinomanza nelle Marche questa "Messa da Requiem" per soli, coro ed orchestra, la quale fu oggetto di un commento descrittivo dell'autore stesso. Venne eseguita per la prima volta a Loreto il 24 marzo del 1863 in commemorazione della sua morte e ripetuta poi nella Cattedrale di Fermo il 9 agosto 1890. Dopo quasi cent'anni l'opera sarà forse riproposta il prossimo anno a Castelfidardo il 18 settembre 1982 all'Auditorium S. Francesco, coinvolgendo la locale Corale S. Antonio e studiando la possibilità di una trascrizione dello spartito per fisorchestra. Una manifestazione artistico-musicale di alto livello a carattere nazionale che sicuramente riscuoterà l'interesse e l'attenzione di tutto il mondo musicale”. Per quest’ultimo personaggio ci siamo avvalsi delle notizie tratte da una ricerca dattiloscritta di una ventina d'anni fa del Prof. Ruggero Prosperi, appassionato studioso castellano, e dal volume di Giovanni Tebaldini "L'archivio musicale della cappella lauretana" S.Casa di Loreto 1921”. 8.8.1890 Fermo. “Il Cav. LUIGI VECCHIOTTI” di Padre GAETANO Filippetti. “La parola del poeta marchigiano, mossa dall’amor fìdei riabilitava i vinti ripetendo l’insegnamento del Gioberti che accettando nell’Italia confederale il magistero del Pontefice fondava una nuova diplomazia eliminando il fatto compiuto il ricorso cioè alle armi. Ricordiamo Pio XII; “con la guerra tutto è perduto trattando tutto si può ancora salvare”. Quindi l’unità morale degli italiani frutto anche del sacrificio dei perdenti vedeva operata nel sacrificio di questi la catarsis della recente colpevolezza napoleonica di cui frutto fu la reazione garibaldina”. La parola di un altro genio marchigiano sulle onde della musica mira a dissipare ogni ombra di rancore accomunando vincitori e vinti: “e tu onore di pianto Ettore avrai”. Riporto l’intero commento della grande Messa da requiem eseguita per i caduti di Castelfidardo: qui le passioni politiche ed umane tacciono solo il richiamo alla vita presente come lotta si placa in una visione illuminata dalla luce della contemplazione eterna. Leggiamo l’epigrafe che vediamo scritta sotto il busto marmoreo eretto nella basilica Lauretana al grande Serviglianese: è tale che trascina e commuove: “QUI aspettano / il suono dell’angelica tromba / le ceneri del Cav. Luigi Vecchiotti / autore insigne di sacre armonie / e 21 anni Maestro di questa augusta Basilica / riconoscente piissimo / legò a S. Casa le sue opere musicali / testimoni perenni / di quanto s’ispiri nella parola del nostro culto / l’arte dei sommi / Visse fino al 1863 – A. 58 – m. 9.” La Messa evoca la storia al cospetto del giudice divino mentre diffonde sui sepolcri l’armonia che vince di mille secoli il silenzio. Al poeta di Camerano e al musico di Servigliano l’ultima parola del grande atto umano che vede allargarsi l’orizzonte patrio nella federazione europea. Mi sia lecito concludere col verbo carducciano:
“Salute o genti umane
affaticate / tutto trapassa e nulla può morire. / Noi troppo odiammo PREFAZIONE di Luigi Vecchiotti. “Misera è, a mio parere, una produzione artistica, la quale, solleticando i sensi, non sia di qualche pascolo all’intelletto. Dietro questo principio mi sono sforzato nella presente composizione di raggiungere il secondo scopo condividerla in 14 temi, formandovi una fantastica poesia, e notandovi appuntino tutte le idee. che ho avuto in mente di esprimervi. Ho voluto inoltre usare,dello stile musico del secolo in cui vivo, per non imitare l’esempio di coloro, che, volendo comporre idoli Egiziani, e, mancando all’opera loro il prestigio di tanti secoli, fanno assolutamente cosa ridicola, e invero io non convengo con quelli che a nostri dì vorrebbero restringere per il culto religioso l’architettura al gotico stile, la pittura a quello del Giotto e del B. Angelico da Fiesole, e la musica a quello del Palestina. Se una prerogativa della Religione nostra è pur quella di prestare una storia artistica, conservando le opere di tutti i tempi sarà giusto, che conservi ancora le opere del secolo XIX. Ognuno pensi come vuole; io son d'avviso che la musica religiosa sia "ben quella che sappia meglio esprimere e far risaltare le idee racchiuse nei libri sacri, nei quali non si trova esclusa alcuna passione. Dietro questo principio posi mano all'opera, e chieggo perdono se non ho saputo del tutto raggiungere il mio scopo. PRELUDIO I - La Battaglia “Batte il tamburo, suona il cannone, e dopo sanguinosa mischia si odono i pietosi lamenti dei caduti sul campo. All’immagine di una battaglia ben può rassomigliarsi la lotta che l’ uomo sostiene in tutta la sua vita, nella quale. dopo aver tanto combattuto e sofferto, soggiace finalmente all’ultimo sonno. Già la campana con lento rintocco ne annuncia il transito, e poiché la salma con funebre rito è accompagnata al sepolcro, leggeri suoni che dal sarcofago emergono, appalesano la presenza dell’anima, che, sorvolano intorno a guisa di farfalla, manda flebili accenti a significare le sue pene. Quindi sospinta e spossata da una bufera simile a quella che "Mena gli spirti nella sua rapina” si raccomanda pietosamente alle nostre preghiere per impetrare la desiata pace, e ricongiungersi a Dio. II – La Desolazione. (Quartetto a Baritono Basso. Alto, e Tenore con Pieno). Mentre i Congiunti e gli amici sono immersi nella più profonda tristezza, la Chiesa intuona il suo canto di requie (1), ed il coro de' Leviti le laudi al Signore (2) Si ode poi in mezzo ad umili suoni che interpolatamente ascendono e discendono un pregare ed un chiedere che l'anima de’ trapassati segua la irresistibile tendenza verso Dio, come il corpo l'ha seguita verso il sepolcro (3). Dietro questa idea tutti successivamente ripetono il canto di requie (4), ed infine vicendevolmente gemendo intuonano il Kjrie per impetrare all’ anima vagante il desiderato riposo ( 5). (1) Requiem aeternam dona eis Domine, et lux perpetua luceat eis» (2) Te decet hjmnus Deus in Sion, et tibi reddetur votum in Jerusalem. (3) Exaudi orationem meam ad te omnis caro veniet. (4) Requiem aeternam dona eis Domine, et lux perpetua luceat eis. (5) Kjrie etc... III - Canto Sacerdotale. (Solo a basso con cori) In mezzo al comune compianto, il sacerdote solo con dignità e con calma intuona a canto fermo l’assoluzione de' trapassati, e mentre la turba del devoti ripete in armonia il medesime canto ed ogni cuore è sospeso e commosso il Cielo accoglie le reiterate preghiere (1). (1) Absolve, Domine, animas omnium fldelium defunctorum ab omni vinculo delictorum; et gratla tua illis succurrente mereantur evadere judicium ultlonis, et lucis aeternae beatitudine perfrul. IV - La confusione ed il trambusto. (Pieno) Tre volte si scuote la terra ed altrettante odesi un alto fragore a cui succede uno spaventoso silenzio Già le trombe annunciano la finale ruina e la resurrezione dei morti. In mezzo a tanta confusione e trambusto con forza intuonare si sente “Dies lrae, dies Illa solvet saeculum in favilla “ e accompagnato da poetico slancio “ teste David cum Sjbilla” quasi a rammentare l’entusiasmo del gran profeta quando vaticinava sull'arpa. Un cupo tremore (1) e come uno strisciare di folgore fanno presentire la venuta dell'eterno giudice (2) Di nuovo si scuote la terra, di nuovo si ode un alto fragore, e dopo misterioso silenzio, di nuovo le trombe chiamano gli estinti all'eterno premio o all'eterno castigo (3). (1) Quantus tremor est futurus (2) Quando Judex est venturus, cuncta stricte discussurus. (3) Tuba mlrum spargens sonum per sepulchra regionum coget omnes ante tronum. V - La dissoluzione. (Con tromba, trombone, corno e clarino obbligati) Ad un nuovo squillo si dissolvono gli elementi , i sepolti si svegliano e risorgono, la stessa Morte rimane stupefatta, e l'abbattuta natura facendo un supremo sforzo di amore geme sconfortata e si lagna (1). Il gran volume dei meriti e delle colpe si apre e udir sembra tuttora il crepitar della gran penna che vi segnò le indelebili note (2). A conforto dei buoni l'angelica Tromba scostandosi dall'usato stile diffonde quasi lieti e scherzevoli tuoni, Ma la venuta del divin giudice si attende (3) ed il giusto sebbene rinfrancato dal suono giulivo pure non sa totalmente riaversi dal proprio sgomento e resta come usignolo che scampi dalla bocca della serpe (4). (1) Mors stupebit et natura eum resurget creatura judicantl responsura. (2) Liber scriptus preferetur in quo totum continetur unde nundus judicetur (3) judex ergo cum sedebit quidquid latet apparebit, nil inultum remaneblt (4) Quid sum miser tunc dicturus quem patronum rogaturus cum vix justus sit securus VI – LA GRAN RASSEGNA. (Pieno). Ecco tutti a gran passi, si avanzano alla vallo di Giosafat ove sono tratti dalla sfolgorante luce della tremenda Maestà divina (1) . Quivi “Diverse lingue, orribili favelle. / Parole di dolore, accenti d’ira” esprimono spavento e disperazione ed alle grida si uniscono pure "voci alte e fioche" di pianto e di preghiera, e il tutto produce un confuso e tumultuoso contrasto che accresce l'orrore della funesta giornata (2). (1) Rex tremendae majestatis. (2) Qui salvando salvas gratis, salva me fons pietatis. VII - LA PREGHIERA. (aria a solo tenore con pieno) “Chi integro di vita a puro di colpa si fa a meditare sul novissimo giorno, e sulla venuta dell'Eterno Giudice, rimane compreso da salutare timore ma non dispera. Niente fidando ne' propri meriti e tutto in quelli dell'uomo-Dio che lo redense prega per sé, prega per gli altri, ed ha la dolce speranza di essere esaudito (1). Una immagine sola sotto la tinta di colori diversi esprime che dalla grotta di Betlemme alla Croce del Golgota nella infanzia, nell'adolescenza, in tutta la vita insomma ogni pensiero ogni atto del Redentore ebbe un solo ed unico fine, cioè la umana salvezza (2). E però mosso da questa idea anche il popolo si volge al Giudice della vendetta implorando anch'egli perdono (3). Satana lo spirito maligno vuol frapporsi per impedire l'affettuosa preghiera, ma l'angelo tutelare lo respinge e prende la difesa del supplicante devoto. (1) Recordare, Jesu pie quod sua caussa tuae viae neme perdas illa die (2) Quarens me sedisti lassus, redemisti crucem passus, tantus labor nonsit cassus. (3) Juste judex ultionis donum fac remissionis ante diem rationis. VIII – IL DOLORE, LA VERGOGNA E LA SPERANZA. (pieno) “Talvolta cadono anche i giusti, ma appena caduti, sentendo il battito del rimorso piangono si vergognano e si pentono (1). Al pianto, alla vergogna e al pentimento succede la consolazione dell'animo e la piena speranza di conseguire quando che sia la sorte della Maddalena e del ravveduto Ladrone (2). Perdurando ancora l'interno moto, piangono di nuovo ed alzano fortemente la voce al Signore perché voglia spargere il balsamo salutare nel cuore piagato, e ridonare all'anima conturbata la tranquillità e la pace. (1) Ingemisco tamquan reus, culpa rubet vultus meus (2) Supplicanti parce Deus; qui Mariam absolvisti et latronem exaudisti, miai quoque spem dedisti. IX – L’UMILTA’ DI CUORE. (duetto a tenore e basso) “L'umile che prega in mezzo alle angosce ed ai travagli tempera la voce in tuono di soave mestizia tutto fidando nell'altrui bontà e nulla in se stesso (1). Se gli si affacciano al pensiero le pene dell'eterno fuoco (2), spera di esserne incolume e di far parte un giorno del gregge eletto (3) quando i maledetti saranno respinti verso gli abissi (4). Se medita la dolorosa giornata (5) piang si copre di cenere e nel ribrezzo che sente per l'uomo perduto (6) non cessa di pregare por sé pei fratelli massime per quelli de’ quali si fa la funebre commemorazione. (1) Preces mase non sunt dignae, sed tu bonus fac benigne (2) Ne perenni cremer igne (3) Inter oves locum praesta et ab haedis me sequestra tatuens in parte destra statuens in parte dextra (4) Confutatls maledictis flammis scribus addictis, voca ne cum benedictis . (5) Lacrimosa dies illa, qua resurget ex favilla (6) Judicandus Homo reus (7) Hicergo parce Deus. Pie Jèsu domine dona eis requiem. Riepilogo (pieno).
“Ogni bene
é
passeggero nel mondo, e perciò dopo una breve calma di che il giusto
godeva, gli si affaccia
(1) Tuba mirumspargens sonum per sepulchra regionum coget omnes ante thronum. (2) Confutatis maledectis flammis acribus addictis, voca me cum benedcotis. (3) Recordare, Jesu pie quod sum caussa tuae viae, ne me perdas illa die.
ANNO 1984, febbraio, da “Il Comune di Castelfidardo”. BENIAMINO BUGIOLACCHI. “GRANDE MESSA FUNEBRE IDEATA E COMPOSTA PER I CADUTI NELLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO” "Grande Messa Funebre ideata e composta pei caduti nella Battaglia di Castelfidardo": è questo il titolo di uno spartito musicale portato alla luce dall'Assessore alla cultura del Comune castellano Beniamino Bugiolacchi con la collaborazione di Renzo Bislani, appassionato studioso di storia locale. Lo spartito è stato scritto dal 1860 (quindi, subito dopo il fatto d'arme avvenuto sulle alture delle Crocette il 18 settembre di detto anno tra piemontesi e pontifici) all'inizio del 1863, anno in cui è stato terminato ed eseguito per la prima volta. Autore il musicista e filosofo Luigi Vecchiotti, che in quel tempo dirigeva la Cappella della Santa Casa e che per le sue pregevoli composizioni musicali ebbe grandi riconoscimenti e gli fu anche eretto, in memoria, un monumento funebre nella stessa basilica lauretana. Il Vecchiotti riuscì appena a terminare, ma non ad ascoltare, la Grande Messa Funebre sui caduti di Castelfidardo perché morì a Loreto, all'età di 59 anni, il 10 febbraio 1863. Il manoscritto, che è conservato presso l'archivio storico della S. Casa, si compone di ben novantanove pagine ed è realizzato per due cori ed orchestra. Il nostro Comune ha avuto l'autorizzazione a ricavarne copia, subito affidata al m° Riccardo Serenelli, diplomato al Conservatorio di Pesaro e direttore del coro "Ars Nova", il quale sta provvedendo alle necessarie trascrizioni ed adattamenti. Verrà senz'altro eseguito, a lavoro terminato, in una delle manifestazioni che annualmente si svolgono a Castelfidardo) a ricordo della "Battaglia". Dopo ventisette anni dalla sua prima rappresentazione, la Grande Messa Funebre venne ripetuta l'8 agosto del 1890 a Fermo, per l'anniversario della morte della contessa Morrone Mozzi. In tale occasione padre Gaetano Filippetti, penitenziere apostolico, scrisse una dotta relazione, rilegata in volume ed ugualmente custodita a presso l'archivio storico di Loreto, nella quale si magnifica e l'autore e la sua opera. Tra l'altro in essa è scritto: "Vecchiotti: questo nome, che ora fra i più grandi ed illustri maestro del suo tempo, stimato, come si nota nella prefazione dei suoi pensieri intorno all'arte ed alla musica, non solo dai cultori della musica stessa, ma eziandio dagli artisti d'ogni genere e dai filosofi: questo nome, diceva, vive e vivrà imperituro in Loreto, e risuona caro a tutti i marchigiani dopo ventisette anni dalla sua morte. Ma cosa non ha prodotto venerdì il capolavoro della sua Messa di Requiem scritta, come si annunziò, per i caduti nella Battaglia di Castelfidardo! È impossibile poterne descrivere la bellezza, l'elevatezza dei pensieri; la sublimità dei concetti, il tipo originale, il perfetto unisono, i nella più perfetta varietà; ma soprattutto carattere artistico che la distingue. Qui farebbe d'uopo riprodurre lo splendido discorso stampato, credo bene, nella seconda ripetizione di questa Messa in Urbino pel centenario di Raffaello, perché se ne potesse avere un vero concetto, ma per amore di brevità, mi limiterò a dirne qualche cosa di volo".
In un'altra citazione sull'opera del Vecchiotti, definito "gigante in armonia"', il Filippetti scrive ancora: "elevata e robusta nei concetti, sentimentali nell'espressione, questa Messa Funebre non ha nulla da invidiare, sotto l'aspetto estetico, a qualunque altro lavoro che abbiamo in simil genere di musicale composizione". Ci pare che di fronte ad una tale descrizione, bene abbia fatto l'assessorato alla cultura del Comune di Castelfidardo a voler rispolverare ed affidare alla trascrizione quest'opera che "fa sentire tutto il ribrezzo e lo spavento prodotto dal tremendo pensiero di quel giorno fatale, pieno d'ira, di calamità e di miseria".
Anno 1991 Aprile, MASSIMO MORRONI. MASSIMO COLTRINARI. “De Pugna ad Castrumficardum auctore Josepho Paschalio Marinellio”. Tecnostampa Loreto. “Giuseppe Pasquali Marinelli è nato a Camerano 20.4.1793 e ivi morirà il 9.7.1875. Marinelli è il cognome della madre. Frequenta il ginnasio ad Ancona ed il liceo ad Osimo. Si laureai in Giurisprudenza all'Università di Macerata, facendosi notare come cultore di Lettere Classiche. Copre il posto di minutante nella segreteria del Camerlengo in Vaticano. Ritornato a Camerano è Priore per quindici anni. Dal settembre 1860, con il passaggio delle Marche dal governo pontificio a quello piemontese, si ritira a vita privata. Scrive diverse opere in lingua latina, a carattere giuridico, religioso e letterario. Scrive tra l'altro: "De Pugna ad Castrumficardum inter Pontificis Summi et Sardi Regis copias depugnata libri II" "Il componimento poetico rientra nella estesa produzione in lingua latina di celebrazioni, anniversari ecc.,nella quale ancor si dilettavano numerosi autori nella seconda metà del secolo scorso. Data la estesa cultura del Nostro e la finissima perizia nella costruzione del verso latino, il "De pugna ad Castrumficardum" si distingue e si eleva su tante altre pubblicazioni dello stesso tipo, rendendo quantomeno improcrastinabile l'edizione di un manoscritto di tale portata. Si tratta, dunque di un poemetto in due libri per complessivi 278 versi, preceduti da una dedica a Pio IX. Il metro usato è il distico elegiaco classico, dal Pasquali Marinelli preferito nelle composizioni che nelle traduzioni. Lo stile è abbastanza fiorito ed immaginifico, cosparso di similitudini e di immagini di derivazione sia classica (virgiliana) che biblica. Si è di fronte evidentemente ad un opuscolo celebrativo, scritto da un papalino convinto, che tenta di giustificare, a se stesso prima che agli altri, la "terribile " sconfitta subita dai pontifici a Castelfidardo. Terribile non tanto per l'episodio in se stesso, quanto per le conseguenze riguardanti la sorte dello Stato della Chiesa. Uno Stato che da mille anni costituiva un baluardo per la difesa della Fede. Ora Satana, portando anche in Italia lo scompiglio della rivoluzione, sembra prevalere sulle forze sante. Ma a conchiudere i fatti narrati nel poemetto, interviene la stessa voce divina che solennemente promette vendetta a chi ha osato varcare i sacri confini.
È evidente quindi
come il fatto d'armi venga inserito dal Pasquali Marinelli in forma
episodica nell'eterno contrasto manich (Morroni Massimo "Una versione altra della battaglia di Castelfidardo).
Anno 2000, da “L’Antenna” di Osimo: RENZO BISLANI. “IL MANIFESTO DEL 1910 DI ADOLFO DE CAROLIS”. “Osimo vive nel 1922 un evento artistico memorabile: il concorso per il progetto del Monumento ai Caduti di tutte le Guerre. L’esposizione di ben 58 bozzetti raccolti nelle sale del Palazzo Comunale è visitata per più giorni da autorità, artisti e numeroso pubblico. La Commissione Giudicatrice è composta dall’architetto Guido Cirilli, dallo scultore Raffaele Romanelli e dal pittore Adolfo de Carolis. Tre anni dopo, il Monumento, opera egregia dell’osimano Giuseppe Martini, verrà inaugurato solennemente a Piazzanova. Studente e quotidiano frequentatore dei giardini, quel monumento mi ha collegato altri momenti del De Carolis di Montefiore dell’Aso (1874-1928). Pittore, xilografo (stimolato dal suo esempio si dedicherà alla xilografia Bruno da Osimo), scrittore, soggiorna per diciannove anni a Porto Recanati, nella casa dell’avv.Budini in via Manin 22. E se De Carolis viene inizialmente per incontrare il cugino Alfredo, uno dei primi medici condotti del nuovo comune, vi rimane poi più a lungo, attratto dai costumi locali, dai suoi colori, da questo mare che ritrae in tante incisioni. Esegue lavori a palazzo Lucangeli. Il 21 agosto del 1927 si svolge a Porto Recanati una grande rievocazione della vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto del 1517 alla quale partecipano 108 cittadini portorecanatesi. Durante la cerimonia in costume, il tenore Beniamino Gigli impersona il capitano di quella ciurma. Verrà persino ricostruita ed attrezzata una Galea dell’epoca, sotto la direzione dello stesso De Carolis. Il 18 settembre del 1910 il Comitato Esecutivo per la solennizzazione del "Cinquantesimo anniversario della Battaglia" dispone che il Cartellone commemorativo venga stampato dalla rinomata Casa Chappuis di Bologna su disegno di Adolfo de Carolis. L’artista riceverà in tale occasione dal Comune di Castelfidardo il Diploma di Riconoscenza. Sensibile e raffinato, di cultura insolita, "aperto a tutte le forme dell'attività spirituale", De Carolis appare indubbiamente come una delle personalità più singolari dell'arte italiana tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del nuovo secolo. Alla felice stagione del diffondersi del manifesto anche lui offre un valido contributo tecnico artistico. Dalla semplicità dei primi fogli in bianco e nero, passa gradualmente ad una serie di manifesti da porre in parallelo alla sua pittura. Si segnala la composizione per il Cinquantenario della Battaglia di Castelfidardo, con la Vittoria non dissimile nei rostri dell'Altare della Patria, che si debbono a Edoardo Rubino e ad Edoardo De Albertis. Si assapora anche la differenza tra la donna di Dudovich e quell'incedere tra popolaresco e regale della Figlia di Jorio, che De Carolis ispirandosi al noto quadro del Michetti ha saputo darci col suo splendido manifesto del 1906 per la prima rappresentazione dell’opera di Gabriele D'Annunzio. Abbiamo cercato in lungo e in largo e per tanto tempo inutilmente il manifesto di Castelfidardo e solamente, grazie alla solerzia e capacità degli operatori della Civica Biblioteca Cini di Osimo siamo riusciti ad averne copia tratta dal libro di M.Rossi, Il Manifesto italiano, Milano 1965. Dopo novant’anni dalla realizzazione, strappata dall’oblio, nella comune soddisfazione di una ricerca andata a buon fine, poniamo alla vostra ammirazione su questa pagina de L’Antenna, e non poteva essere diversamente, l’opera grafica del nostro Artista”.
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