Archivio delle
PILLOLE DI STORIA FIDARDENSE
a cura del Centro Studi Storici Fidardensi

 

 

18/09/1860 - LA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO - RIEVOCAZIONE

Pagina 2 di 3

<< Pagina precedente

    V- LUCI ED OMBRE.

Cialdini è stato presente alla battaglia?  E’ viva la polemica se effettivamente Cialdini sia stato presente sul campo di battaglia di Castelfidardo. Finali, segretario di Lorenzo Valerio, sostenne che il generale non assistette alle operazioni del 18 settembre e quindi non partecipò e non influenzò l'andamento dello scontro, senza avere alcun merito per la vittoria. La tesi fu respinta da chi aveva partecipato allo scontro (Orero, Di Prampero) e fu respinta anche da storici come Cesari.  Gli storici militari, in genere, non prendono in considerazione la tesi del Finali.  Anche se calcolò male la direzione di attacco, come sostenne il Pieri, Cialdini a Castelfidardo ridusse le cose a proprio vantaggio, assolvendo il suo compito. (M.Morroni, M.Coltrinari: Pasquale Marinelli De Pugna 1991, pp.255.256)

Versione n.1 - Fin dalle prime ore dell'alba (ore 4?) il gen.Cialdini si trova alle Crocette ad ispezionare i reparti e posizioni in previsione di un attacco pontificio, anche se escluso. Alle ore 7 circa sul campo arriva al generale un biglietto del Commissario regio per le Marche Lorenzo Valerio, proveniente da Pesaro, residenza provvisoria, con il segretario Finali, che lo prega di un colloquio. Cialdini reputa ormai che per quel giorno, soprattutto in considerazione della enorme prostrazione dei soldati delle due parti, dopo le marce forzate conclusesi poche ore prima, ci sarebbe stata calma. Si allontana per abboccarsi con il Commissario, lasciando ordini precisi alle sue ordinanze contro qualsiasi evenienza ed autorizzando il rancio delle linee e si porta a cavallo in Osimo dove è atteso. Il commissario Valerio alloggia in casa Simonetti, dove il Principe Rinaldo accoglie gli ospiti con molto riguardo. Anche l'ammiraglio Carlo Pellion conte di Persano che il 17 si è mosso da Senigallia con una carrozza per raggiungere Cialdini, poco tempo prima di Valerio ha anch'esso conferito con il generale, ritirandosi quindi precipitosamente per dove era partito. Gen. Enrico Cialdini
Sono poco più delle dieci e mezzo (?) quando il tenente Ricordi, d'ordine del gen.Villamarina, avverte il generale, che sta consumando la colazione, dell'attacco dei pontifici. Cialdini seguito dal suo Stato Maggiore monta subito a cavallo e galoppa alla volta delle Crocette. Ma non è ancora giunto sul luogo della battaglia che già un altro ufficiale gli viene incontro per dirgli che tutto si stava ristabilendo in favore dei piemontesi. Devono essere più delle undici e mezzo. Sul teatro dello scontro il gen.Cialdini prende immediatamente conoscenza dei particolari delle azioni avvenute e provvede per una definitiva e completa vittoria sulle truppe pontificie.

Versione n.2 - Prima dell'alba, il generale Cialdini si recò da Castelfidardo alle Crocette; visitò i bivacchi e le posizioni delle truppe, impartì ordini e ricevette il rap­porto della ricognizione del luogotenente colonnello Piola Caselli, che, accompagnato dal luogotenente Orerò, e scortato da drap­pelli di bersaglieri, era disceso in quella notte giù pel Musone, lungo gli argini. Nulla accennava a preparativi d'attacco dalla parte dei pontifici. Cialdini alle ore 7 ritornò a Castelfidardo al quartier generale posto in S.Agostino per incontrarvi il commissario generale, avvocato Valerio.
Alle 9,30 circa, mentre le truppe, deposte le armi, atten­devano ad apparecchiarsi il rancio, partirono le prime fucilate dalle adiacenze delle case Arenici: la battaglia, che i piemontesi credevano oramai differita all'indomani, stava per   impegnarsi (Uff.Stor. p. 22). Ore 11,30, Le sorti del combattimento si capovolgono. Il gen.Cialdini, giunto sul posto e datosi ragione delle opposte forze in lotta, approva il dispositivo del gen.Villamarina.
Il generale stava conversando con il deputato Valerio quando verso le ore 10 sopraggiungeva a spron battuto il tenente Ricordi che gli annunciava l'attacco di sorpresa pontificio.  Fulmineo galoppa verso l'altura di Santa Casa di Sopra e lì assiste (ore 11?) impotente all'eroica e vana resistenza del 26° comandato dal valoroso capitano cav.Ottavio Barbavara di Gravellona. Subito il generale impartisce gli ordini al IV corpo d'armata.

Versione n.3  C.Grillantini scrive su “Storia di Osimo (pp.699-700):Dice il Vigevano che, quando il generale Cialdini arrivò sul luogo del combattimento erano poco più delle 11. In Osimo è tuttora opinione comune che egli la mattina del 18 fosse tra noi e non sul campo. E' una persuasione nata dal racconto dei vecchi. Ricordiamo che, quando uscì il volume del Finali, il no­stro Comm. Giacomo Gallo, Baly di Malta, che fu testimonio di quelle giornate, al leggere che il primo incontro del Finali e del Commissario Valerio con il Cialdini avvenne la mattina del 18 a S. Agostino di Castelfìdardo, si dibatteva sulla poltrona ed esclamava: «Buffoni, buffoni! Cialdini era alla trattoria (del Moro) fuori porta Vaccaro!».
Altri dicono altro, e altrove. E ciò spiegherebbe come possa essere avvenuto quel che dice il Finali: che, avvisato il Cialdini durante la colazione (erano poco più delle 10) che il nemico aveva attaccato, lasciò la mensa e, dati pochi ordini, partì per il campo sul cavallo già insellato. Ma non era ancor giunto sul luogo (« a breve distanza da Castelfidardo » dice il Finali) che già altro ufficiale gli venne in­contro per dirgli che oramai tutto era bello finito e che De Pimodan era ferito. In quel momento non poteva essere meno delle 12. perchè la notizia del ferimento del De Pimodan l’avranno appresa solo al cessare di ogni resistenza, intatti il Vigevano dice che non prima delle 11,15 poté cominciare l'azione controffensiva della Artiglieria piemontese tenuto conto della lunga resistenza degli svizzeri e dei franco belgi l’azione non poté finire prima di mezzogiorno. Del resto l’asserzione del Finali (che durante la colazione non si sentiva il rombo del cannone) è semplicemente puerile spiegarla col fatto del vento con­trario, ove si fosse trattato solo di qualche chilometro di distanza; mentre è spiegabilissima se la distanza è quella di Osimo. E poi, due ore di tempo per an­dare e tornare a spron battuto da S. Agostino alle Crocette (una decina di chilometri) è una enormità; mentre è giusto da Osimo (km 22-25). Tanto vero che anche la prima staffetta aveva impiegato quasi un'ora per portargli la notizia dell'attacco, Evidentemente, il Finali — conoscendo tutte le accuse contro il Cialdini, e il danno che ne veniva al prestigio dell'esercito — ha accomodato la narrazione, cambiando il nome della località dell'incontro.
Né ci distoglie dal nostro sospetto quanto dice il Persano nel suo « Diario », sem­brandoci anzi che quelle sue parole abbiano tutta l'apparenza di una excusatio non petita. Leggiamo nel Persano (p. 287): «Mi racconta (il gen. Cialdini) che la fortuna gli è stata propizia; dacché, non iscorgendosi movimenti nelle file nemiche, egli stava sul punto di accompagnare il Commissario generale L. Valerio in Osimo, quando un interno presenti­mento gli suggerì di non allontanarsi da C.fidardo neppure per pochi momenti, di che ben gli colse, perchè poté senza ritardo alcuno trovarsi a dirigere le mosse dei suoi contro l'attacco delle truppe pontificie capitanate dal gen. La Moricière in persona, che seguiva verso le ore 10,30 del mattino». Troppo interesse a diffondersi su un particolare, che al Persano non interessava nulla!

Quel che scrive l’Ufficio Storico. In “La battaglia di Castelfidardo” pubblicato dall’ufficio storico del Corpo di Stato Maggiore  a Roma nel 1903 si legge: (il 17.9.) Il quartier generale della IV divisione alle Crocette … Il quartier generale  del IV corpo d’armata  con il comando della Brigata Bergamo ed il 4 battaglione dell’anzidetto reggimento a Castelfidardo … In Osimo il comando della 7 divisione (p.15) … Fin dal mattino del 16 il generale Cialdini aveva mandato informatori sull’alto della costiera di Senigallia, per avvisarlo in tempo dell’arrivo delle navi. Queste furono avvistate all’alba del 17. Ne sbarcò subito il contrammiraglio Persano per recarsi a Osimo a prendere gli accordi col generale Cialdini circa la cooperazione della squadra davanti Ancona (p.18) … Nulla accennava a preparativi d’attacco dei pontifici. Il generale Cialdini ritornò a Castelfidardo  per incontrarvi il Commissario Valerio (p.22) … Il generale Cialdini, da Castelfidardo, si recò di rapido galoppo sul luogo del combattimento dei bersaglieri. Erano circa le 11 del mattino (p.26)

… Documento 3 – Dal Generale Cialdini al generale Villamarina. Dal quartier generale di Osimo (sic), lì 17 settembre (p.44) … Documento n.7 - IV Gran Comando militare. Osimo 18 settembre 1860, ore 9 di sera F.to Cialdini (p.47) … Documento 16 – Cialdini da Osimo 19 settembre (p.59)… idem documento 21 (p.62) … Documento 24 – Dal Conte di Cavour al generale Cialdini ad Osimo (p.65) …

Perché La Moricière da Macerata vuol raggiungere Porto Recanati facendo la strada più lunga?  Lo scaglione dei pontifici, guidato dal La Moricière, il mat­tino del 15 arrivò a Macerata. Premeva di giungere presto alla costa, allo scopo di imbarcare il tesoro da guerra per approvvigionare la piazza di Ancona, ed i bagagli più interes­santi da porre al sicuro dentro le sue mura. Donde la scelta della via più lunga ma più opportuna per Monte Lupone, Monte Santo, S. Maria di Potenza e Porto Recanati con l 'idea d'appoggiarsi ad Ancona ben munita, e dar tempo agli sperati soccorsi stranieri di giungere.
All'alba del 16 lo scaglione s'avviò da Macerata a Porto Recanati; quello del generale Pimodan lo seguiva ad una giornata di distanza. La piccola ar­mata pontificia doveva raccogliersi a Loreto la sera del 17. Il 16, sul tramonto, il generale La Moricière pervenne con i suoi a Porto Recanati. Non vi trovò le canno­niere della marina, che fin dal 14 aveva chiesto da Tolentino: la comunicazione telegrafica era stata interrotta. Fece allestire grosse barche pescherecce. Per fortuna, un battello a vapore con bandiera pontificia, il «San Paolo», in crociera da An­cona giù per la costa picena, s'accostò alla spiaggia ed imbarcò il tesoro di guerra. In gran furia si compì il trasbordo, perchè era corsa voce che già Loreto fosse caduta in mano dei piemontesi, e perchè il riflusso della marea poteva, di momento in momento rimandare l'opera urgentissima all' indomani. Nel trambusto, an­che il numerario che doveva provvedere ai giornalieri bisogni dell'armata passò a bordo del «San Paolo ». Questo salpò che era già notte, recando ad Ancona 250.000 franchi e la bandiera di Lepanto, che era con lo scaglione del generale La Moricière: egli aveva chiesto quel làbaro al santuario di Loreto, perchè per esso contava di rinnovare tra i suoi gli entusiasmi e la fede dei vecchi crociati.
Ora premeva accertare le notizie relative a Loreto. La stessa sera uno squadrone di gendarmi agli ordini del capitano Palfy », si avanzò verso questa città, occupò l'abitato, che era affatto sgombro, e si spinse fin verso i ponti del Musone. Ne fu ricacciato dalla mitraglia. Sulla mezzanotte il grosso della colonna raggiunse lo squadrone, e pose campo a sud di Loreto.
Prima dell'alba del 17 i pontifici rettificarono le posizioni. Le linee degli avamposti dei due avversari non distavano più di 1800 metri l'una dall'altra. Era noto ai pontifici che le strade da Loreto a Camerano ed Osimo erano precluse dai piemontesi rafforzati sulle colline, e che la loro flotta era comparsa sotto Ancona. Lo scaglione Pimodan non era ancora giunto; le truppe estenuate e digiune avevano bisogno di viveri e di riposo; gli abitanti si rifiutavano di recare vettovaglie se non per denaro, e questo faceva assolu­tamente difetto, poiché le casse da guerra erano salpate sul San Paolo. In questa critica situazione, al La Moricière non re­stava che tentare di raggiungere Ancona, checché costasse.
Esclusa l'idea di un attacco delle colline tra Castelfidardo e le Crocette, si trattava di guadagnare la via denominata del Monte d'Ancona, che si distacca da Porto Recanati, guada il Musone poco a valle della, confluenza con l'Aspio, e quindi, per sentieri traversi, sale per Umana, Sirolo, Massignano e Poggio, ad An­cona, rasente alla ripa che scoscende al mare. E poiché i piemontesi avevano lasciati sguarniti altri passaggi più a monte, che pure adducono alla via del Monte d'Ancona, La Mo­ricière decise,di profittarne, facendo marciare le truppe su larga fronte, col fermo intento di raggiungere quella via da più parti.
Nel frattempo, era svanita ogni possibilità di cooperazione e di accordo fra le truppe del generale in capo e quelle del presidio mobile della piazza di Ancona. Il generale De Courten, per eseguire gli ultimi ordini che, fin dal 15, aveva avuto dal generale La Moricière, di difendere cioè la piazza e di uscirne per accorrere al cannone delle truppe sopravvenienti, aspettava notizie  precise   sulla marcia del grosso dei pontifici prima di muovere incontro ad essi. Poiché dai piemontesi furono intercettate le comunicazioni telegrafiche, come abbiamo accennato, supplirono le crociere dei piccoli legni de­porto : fu cosi che il « San Paolo », all'alba del 17, recò in Ancona la notizia dell' arrivo dei pontifici a Loreto.
Il generale Del Courten lasciò il colonnello De Gady, con 2000 uomini a pre­sidiare la piazza; con i rimanenti 1800 all' incirca e due batterie da campagna sali sulle alture di Camerano; di là mandò alle scoperte una colonna leggera, quella che, come abbiamo già visto, alle ore 3 del pomeriggio, comparve sui piani dell'Aspio. Nulla accennava a rumore di combattimento dalla parte di Lo­reto. Imbruniva. Inquieto per la crociera delle navi italiane, il generale De Courten decise di far ritorno ad Ancona: abban­donava cosi alla loro sorte le truppe dei generali La Moricière e Pimodan. La sua marcia notturna fu segnalata dalle vedette della brigata Como, al Quadrivio di S. Biagio, le quali videro una lunga fila di lumi serpeggianti tra le pendici di Camerano e di Monte Umbriano.
Il generale Pimodan, intanto, era giunto a Loreto sul far della sera con le truppe stanche, digiune; avevano marciato da una settimana tra i monti, a grandi tappe, senza tregua e senza mezzi adatti, da Narni e da Terni sino alle foci del Potenza.
Dalle alture di Loreto il generale Pimodan potè a malapena abbracciare d'un solo sguardo le colline che erano di fronte, gremite d'armati. Scese la notte.

Il generale francese raggiunge Ancona usufruendo delle grotte? Il generale La Moricière mandò guide ed ufficiali per di­sporre che le truppe si riordinassero almeno sulla destra del Musone : obbedissero al colonnello Goudenhoven, cui affidava il comando con il compito di raccogliere i fuggiaschi verso la Grotte degli Schiavistrada del monte di Ancona, mentre egli già si avviava a quella volta. Faceva assegnamento sulla cavalleria; ma questa si era interamente sfasciata.
Dopo il mezzodì, il generale La Moricière abbandonò il campo di battaglia : costeggiò l'argine ed il fossato che corre sulla riva sinistra del Musone fino alla confluenza dell'Aspio in questo corso d'acqua; poi prese la strada di Umana: lo seguivano pochi ufficiali, alcune guide ed una cinquantina di cavalleggeri austriaci. Per via incontrò alcuni gruppi di sbandati del 1° e del 2° reggimento di linea straniera e li indirizzò verso la marina; una punta di cavalleggeri austriaci, guidata dal capitano Zichy, precedeva gli sbandati alla volta di Umana. Il generale francese si rinchiude in Ancona. Dopo un attacco della squadra italiana, vuole trattare coll'Ammiraglio Persano un armistizio che viene respinto, onde dovette arrendersi.

Le grotte degli schiavi sul monte Conero o grotte romane.  Secondo il racconto di fonti orali esse sarebbero state utilizzate al termine della Battaglia di Castelfidardo dai superstiti del La Moricière per superare il blocco dei bersaglieri lungo il fianco del monte all’altezza di Massignano, dal momento che in quel tempo le "grotte romane” attraversavano da parte a parte il monte. In effetti vi sono alcune circostanze strane e non chiarite sul come i superstiti della battaglia di Castelfidardo e con essi il La Moricière abbiano potuto raggiungere Ancona e sostenere il successivo assedio del Cialdini. Circostanze che potrebbero far ritenere fondata l’ipotesi della tradizione orale. Sicuramente nel passato le gallerie raggiungevano profondità maggiori e alcune fonti  orali asseriscono che, almeno fino a cento anni fa, le grotte avevano sbocco in altra località del monte, forse addirittura sul versante opposto dello stesso. Le stesse fonti orali assicurano che il pro­seguimento, oggi ostruito da frane, si trovava nei pressi della cosiddetta "cassa da morto" già citata. In effetti in quella zona è possibile rag­giungere successivi ambienti della cava, oltre il normale percorso, passando per stretti varchi  fra il materiale detritico che ne ostruisce l’accesso. Se questo proseguimento esiste  e sarebbe lo stesso utilizzato dai papalini in fuga della battaglia di Castelfidardo, esso è probabilmente celato sotto qualcuno dei cumuli di detriti che si trovano un po’ dovunque nella cava e particolarmente  nella parte terminale del tratto effettivamente percorribile…” (A.Recanatini, Le grotte del Conero, 1977, pp.26-30)

Il generale de Pimodan assassinato a tradimento? (SI) - Era tutto così bene organizzato e diretto allo scopo (lo ricordo con raccapriccio) di far prender servizio nell'esercito del Papa alcuni agenti della nostra setta. Le istruzioni che avevo date ai medesimi nell'arruolarsi erano que­ste: in guarnigione procurare a prezzo d'oro il maggior numero di diserzioni; in campo e in battaglia spargere falsi allarmi e sbarazzarsi degli ufficiali più intelli­genti ed intrepidi. (Rivelazioni d'un Carletti, agente del Piemonte) San-Pol Con­ferenza 29. Il generale Pimodan è morto assassinato. Nell'istante in cui alla testa di pochi uomini ch'egli incoraggiava alla pugna, slanciavasi per combattere una colonna Piemontese, un soldato che gli stava dietro, tirogli una fucilata ed il valoroso De Pimodan cadde mortalmente ferito. Il soldato (grida Carletti) era uno di quelli che io mesi prima ero riuscito ad arruolare in Roma (Pasquali Marinelli, De pugna p.71)
(NO) - Non può essere ragionevolmente ipotizzabile che ci sia stato un soldato sardo appositamente incaricato di sparare al de Pimodan per uc­ciderlo. Con la sua uniforme e con la posizione di prima fila, a cavallo, il De Pimodan era un bersaglio molto remunerativo. La palla, estratta dai medici durante l'operazione condotta la sera del 18 settembre, era una palla da bersagliere. Lo colpì dal basso in alto, su di un fianco, non alla schie­na, né a tradimento; uno scontro tra soldati in combattimento.  Naturalmente chi colpì il De Pimodan non era un traditore, ma un soldato sardo. De Pimodan prima fu ferito al labbro e alla guancia, poi subì una seconda ferita al braccio; infine un terzo proiettile lo ferì alla coscia. Quello mortale gli penetrò dal basso verso l'alto, dal fianco destro attraverso i reni e uscì dal fianco sinistro.

Il fuoco nemico entro le truppe pontificie?  Roma, 11 ottobre 1860.  Il 17 settembre il battaglione di carabinieri, i due battaglioni di caccia­tori indigeni, il battaglione di fucilieri Franco-Belgi, il 2° battaglione ber­saglieri, due batterie d'artiglieria, i dragoni e l'ambulanza, venendo da Macerata e passando per Monte Lupone, Monte Santo e Porto Recanati, arrivarono verso le 6 di sera vicino Loreto, dove ebbero l'ordine di ac­camparsi durante la notte. L'indomani, 18, si ebbe l'ordine di levare il campo e di stare sotto le armi alle 7 del mattino; il battaglione dei carabinieri, aprendo la marcia, seguito dal battaglione di cacciatori indigeni «Giorgi», formava l'avan­guardia. Verso le 8.30 la colonna si mise in movimento dirigendosi verso il fiu­me Musone. Prima di passare il fiume, due compagnie di bersaglieri furo­no dispiegate in ordine sparso e inviate in avanti per ispezionare un picco­lo bosco che si trova sulla riva destra del fiume e per scovare il nemico nel caso in cui egli vi si fosse imboscato: questi esploratori scambiarono qualche colpo di fucile con i fucilieri nemici che sorvegliavano il guado della sponda opposta. Durante questa piccola briga io passai il fiume con le altre quattro com­pagnie: compiuta questa operazione a passo di corsa, feci immediatamente spiegare queste compagnie dietro la diga della riva sinistra e si iniziò un fuoco ben nutrito contro il nemico che cedeva il terreno. Qui fui raggiun­to dalle due compagnie che avevano protetto il passaggio del fiume; ebbi già diversi uomini feriti, tra gli altri il capitano Elgger al braccio sinistro ed io stesso al mento, ma leggermente. Mentre il mio battaglione era là a sparare, guadagnando poco a poco il terreno, mi accorsi che ci tiravano da dietro e che mi trovavo tra due fuochi. Erano i Cacciatori Giorgi che tiravano su di noi; lo facevano in­tenzionalmente o no? Non lo potei decidere; ma ciò che c'è di positivo è che, seguendoci da molto vicino, essi dovevano sapere, e non potevano ignorarlo, che c'era il battaglione dei carabinieri davanti a loro. Due volte sono uscito dal boschetto che costeggia la riva sinistra del fiume per farmi riconoscere da essi e far cessare i loro spari; due volte De Renneville, ufficiale delle guide e aggiunto allo Stato maggiore del ge­nerale Pimodan, è andato da essi per avvertirli che stavano tirando a de­gli amici e non al nemico… Il Comandante  del battaglione carabinieri I. Jeannerat”
“Roma 25.11.1860  … Che mai fu da me ordinata una compagnia in bersaglieri, mentre conosceva benissimo che il fuoco di questi sarebbe caduto sopra i soldati della prima linea, e che, per conseguenza, non ebbi e nou potei avere alcun ordine da nessuno ufficiale di cessare il fuoco; e non na­scondo che mi sorprende oltremodo, come il Signor Generale su questo fatto non abbia raggiunto la verità, e non sia pervenuto a sapere da quale corpo sortisse veramente una compagnia in bersaglieri che, a danno del vero, addebitò al mio battaglione.Il Comandante del 2 battaglione cacciatori P.Giorgi. (Ufficio Storico pp.27.28)

 

VI-  I MORTI SUL CAMPO.

A Castelfidardo e a Loreto, una messa di requiem viene celebrata per i Caduti delle due parti. I morti nei due fronti sono provvisoriamente sepolti sul luogo dello scontro. 

- PIEMONTESI. Morti 6 ufficiali , 3 sottoufficiali e 53 soldati per un totale di 62 Caduti.

Alle ore  9,50 i carabinieri svizzeri sono a casa Catena (S.Casa di sotto). Dei piemontesi cadono sul campo il cap. Angelo Della Casa del 12 btg. bersaglieri e il cap. Giovanni Nullo del 26 btg bersaglieri, quest'ultimo mentre conduce all'assalto la 104° compagnia per la conquista di due cannoni e il cap. Paolo Gusberti del 12 btg. bersaglieri. Ore 10,15: intervento di un secondo battaglione pontificio: Nella seconda ritirata muore il cap.Paolo Gusberti del 26° bersaglieri. Sono caduti nella prima resistenza del mattino tre su quattro comandanti di compagnia. Ore 12, dalle pendici orientali della collina di Monte Oro, la duplice e concorde e decisa azione dei due reggimenti della brigata regina (il 10° ed il 9°) determina il crollo della resistenza pontificia. Dei piemontesi più di 70 sono i morti. Cadono nel contrattacco del 10° reggimento fanteria il cap. Luigi Cugia di S.Orsola, il cap. Eleuterio Scorticati ed il ten.Agostino Volpini. 10° Reggimento Fanteria: Fornelli Giovanni Sergente. Bonifaccio Giuseppe Sergente. Sangiorgi Francesco Sergente . Avondo Pietro Caporale. Fadda Salvatore  Caporale. Provera Francesco  Caporale. Pizzavelli Vincenzo Caporale. Bajardi Carlo Soldato Scelto. Dacarone Carlo. Camojrano Giacomo. Marro Domenico. Casassa Tommaso. Adami Giovanni. Piovano Giuseppe. Guglielminetti Grato. Maccagno Giacomo. Colombo Giacomo. Portis Giuseppe. Rattone Naborre. Tepasso Michele. Rosso Costanzo . Rosso Pietro. Rossi Tommaso. Dalmasso Clemente. Mauri Giovanni. Caldabini Giuseppe. Godifredi Ambrogio. Amighetti Andrea. Briaca Fornello. Diemas Francesco. PanigCapitani Nullo e Della Casahini Giuseppe. Marchesotti Giuseppe. Della Donna Giovanni. Panizza Felice. Bernardi Giovanni. Mongrandi Salvatore. Sampò Giuseppe. Frasca Pietro. Mina Carlo. Tarrone Giovanni. Vaccari Serafino. Sparratina Leopoldo. Draghi Cristoforo. Gioanniní Giuseppe. Gini Giovanni. Zucchino Giacomo. Lainerì Gavino. Reggimento Lancieri Di Novara. Alfieri Cesare

- PONTIFICI. Morti 7 ufficiali, 81 soldati, per un totale di 88 caduti raccolti sul campo. “I corpi di quei valorosi (pontifici) morti egli (Cialdini) confuse insieme in un’ampia fossa…” (O’Clery 1893: 2165-218).

L’elenco dei Caduti: Secondo il Conte de Colleville quando gli Italiani entrarono  in Roma, impossessatisi del Quirinale, analizzarono gli archivi pontifici. In queste circostanze, alcuni documenti andarono perduti  nei trasbordi. Inoltre fu distrutto tutto quello che era favorevole ai Pontifici. Tra queste carte smarrite e distrutte dovrebbe esserci  l’elenco dei Caduti di Castelfidardo, l’elenco dei feriti e quello delle ricompense proposte da La Moricière. (Conte de Colleville, Un crime du Second Empire,1910. pp.176-177).  “Ecco dunque i solo nomi che possiamo citare con esattezza:  George DE PIMODAN general  (France), Mizael DE PAS, George D’HELIAND (Anjou), Alfred DE LA BARRE DE NANTEUIL (Paris), Leopold DE LIPPE (Belgique), ALFEGE DU BEAUDRIEZ  caporal (Paris), Gaston DU PLEISSIS DE GRENEDAN (Bretagne), FLORENT THIERRY DU FOUGERAY, GEORGE MIYONNET, FELIX DE MONTRAVEL (Dauphiné), RAOUL DU MANOIR, NOEL BERNARD Joseph BLANC sergent (Lyon), EDME DE MONTAIGNAC (Berry), LANFRANC DE BECCARY sergent (Lorraine), ALPHONSE MENARD (Bordeaux), ROGATIEN PICON (Bretagne), PAUL DE PARCEVAUX Sous-lieutenant (Bretagne), HYACINTHE DE LANASCOL (Bretagne), ARTHUR DE CHALUS (Bretagne), LOUIS  JOSEPH GUERIN (Bretagne), GUELTON capitaine (Belgique), GUILLAUME-EDOUARD CARVELT (Belgique), EDGARD DE GUER (Paris), ALFRED DE LIMMENGH (Belgique), PAUL  SANCET (Vendée).  Ce ne sono molti altri purtroppo! ma se la lista completa non esiste in Vaticano, se non la si ritrova  più al ministero della guerra italiano, essa è scritta nel cielo, siatene sicuri, a lettere d’oro. In caratteri di fuoco risplende il nome di Castelfidardo e vicinissimi a Cristo stanno   questi ammirevoli eroi, i più puri, i più nobili e i più santi che si possono trovare nel martirologio cristiano  (Comte de Colleville, op.cit. pp.176-177)».

Gaston conte de Plessis de Grénedan (Bretagne). Alla sera del disastro un gruppo di compagni di Gastone fatti prigionieri, attraver­sava il campo di battaglia ed uno di loro indicando un cadavere con una tempia perforata « Ecco là il povero de Plessis” esclamò. (morto sul campo). Il subdolo libro del La Guèronnière  “Il Papa ed il Congresso”  aveva come in altri generosi, suscitato lo sdegno del trentaduenne Conte Gastone che alla morte del padre aveva preso il governo della famiglia. Va a Parigi per concludere un matrimonio, s’incontra con amici bretoni come lui e si decide di crociarsi sotto il comando di  Cathelineau. Evita la commozione di salutare la madre.(Canestrari pp.145.146)

George DHeliand (Anjou) La mattina della battaglia, prima ferito ad una gamba si trascina avanzando finché una palla lo colpisce in pieno alla testa. (morto sul campo). Giorgio. unico figlio della nobile vedova d’Hénliand discendente da una famiglia di crociati, a diciotto anni partì col cugino Zaccaria. La madre glielo aveva acconsentito solo perché si era mosso a difendere il Papa, non per motivi legittimisti o di glorie umane: lo aveva abbracciato frenando l’emozione ed aveva già scritto «I figli se li abbiamo avuti da Dio, dobbiamo pur renderli a Dio!”. La madre nell’apprendere la ferale notizia esclama «Sia benedetto il Nome santo del Signore! Mi consola ricordare di aver ben educato mio figlio! “(Canestrari pp.143.144).

Florent -Thierry du Fougeray di Bauge, A mezzodì del combattimento giaceva già sopra una fossa trafitto da tre palle, una ad un braccio, due ad altre parti del corpo» (morto sul campo). « Si staccò con forza dal mio amplesso quando partì per correre a Roma mentre io lo volevo rattenere», disse l’Arcivescovo dì Rennes nell’elogio funebre del nobile trentenne Florent-Thierry. (Canestrari p. 146)

Alfege du Beaudiez (Paris) Caporale. Cadde per una fucilata, strinse la mano ad un compagno sussurrando: “Di­rai ai miei genitori che muoio da buon cristiano, e che offro la mia vita a Dio per il trionfo della verità sopra la terra ». (morto sul campo). Un suo fratello poté ritornare in patria e consolare i suoi. A vent’anni era partito e quasi scherzando aveva detto: «Vado ben volen­tieri a regalare un braccio e una gamba al Santo Padre! » Ed altra volta. alludendo alla sua passione per il disegno « Se il Signore mi lascerà la mano destra sarò contento! » — « E se Iddio vi doman­dasse un sacrifizio maggiore? » « Glielo offrirei di tutto cuore ». Prima di partire soldato aveva avuto sempre tanto orrore del sangue che mai sì era piegato alla caccia a sparare un fucile!(Canestrari p.145).

Leopold de Lippe (Belgique). Colpito da una palla alla testa verso la fine di quel­la giornata in cui il sacrifizio fu vittoria, un altro amico lo riconobbe ormai senza parola, agonizzante.   (morto sul campo). “Pensate voi che se morirò per difendere la Chiesa sarò un Martire?” domandava Leopoldo al suo padre Spirituale in procinto di parti­re a ventitrè anni, per Roma. Alla risposta affermativa, un lampo di gioia mai dal sacerdote dimenticato, brillò nel suo sguardo. «lo non ho che un’ambizione morire sul campo di battaglia», scriveva poi alla mamma. Il giorno dell’azione all’amico du Bourg disse: «Desidero morire oggi. Accetta il mio testamento; se tu resterai scriverai a mia madre»(Canestrari p.144).

Felice-Gabriele Fleury de Tardy di Montravel (Dauphiné).   Mentre in gi­nocchio stava ricaricando il suo fucile, fu colpito sull’occhio sinistro da una palla che gli attraversò la testa. (morto sul campo). Uno dei primi a salire l’altura occupata dai nemico fu il nobile Felice-Gabriele.  Discendente di crociati ed erede del­le virtù del Visconte suo padre,si era acceso nel fervore che de Cathelineau aveva diffuso per orga­nizzare un corpo scelto di cavalieri di San Pietro, come s’è visto, con insegne crociate. Era nato nel 1831.(Canestrari pp.146.147)

George Miyonnet. Angers Francia.  seminarista / Zuavo pontificio. Dopo che i sette od otto campioni della più epica resistenza della giornata nella cascina furono costretti ad arrendersi per salvare dalle fiamme i feriti ivi raccolti, i nemici infuriati, contro ogni legge cominciarono faccia a faccia a sparare alcuni colpi di pistola. Una delle vittime fu Giorgio di soli 17 anni ben giovane fra i combattenti. (morto sul campo) Aveva sentito la vocazione al sacerdozio e stava per seguirla allorché pensando che in quel momento la Chiesa tra i giovani aveva bisogno più di soldati in un esercito che nel seminario, era venuto a Roma rimettendo a più tardi, se a Dio fosse piaciuto , la sua consacrazione alle lotte per la conquista delle anime. (Canestrari p.146).

 “Viene educato nel Collegio di San Paolo di Maulevrier. Gli avvenimenti italiani  fanno cambiare il proposito di Giorgio di farsi sacerdote. Matura invece di partire per Roma e di porsi nel Battaglione dei Franco-Belgi e se è uno degli ultimi ad arrivarvi, ciò avviene perché ha dovuto aspettare l'assenso di suo padre che glielo concede dopo aver messo alla prova il figliolo su quella risoluzione.
“Angers 29 ottobre 1860.   Mio carissimo Abbate (
Superiore del Collegio di Maulevrier ). Mi fo certo che vi sia caro di sapere a che sia riuscito Giorgio d'allora che mel rendeste educato, per darne conto ai giovinetti in mezzo ai quali ha vissuto.     Voi avevate colto nel segno quando orsono due anni mi scriveste: il vostro Giorgio è di cuore; si farà uomo. Ne ha data prova sul campo di battaglia di Castelfidardo e a prezzo di se medesimo. Ma a voi caro Abbate è dovuta parte della sua gloria perché l'educaste voi.  Giorgio fu fedele alla promessa fatta il giorno dell'Ascensione, nel quale, dopo essersi comunicato, lesse una lettera venutami da Parigi, in che si diceva: Se vostro figlio, presentatosi orsono due mesi, persiste di voler partire per Roma, si trovi qui fra due giorni.  La comunione fatta il mattino avealo reso irremovibile nel proposito. Partirò, mi disse non pretendo di mai comandare gli altri, ma di rendermi un buon soldato romano e di saper morire, se fa bisogno, per una santa causa.   La sua fisica robustezza andò di pari coll'energia dell'animo e le sue gambe d'anni diciotto non si fiaccarono sotto il peso dello zaino, delle armi e di tutto il suo bagaglio.
Nell'impeto a baionetta si portò da maestro e nella casa di Castelfidardo ha come gli altri combattuto da valoroso.  
Che ne è di lui da quel tempo? Noi non sappiamo nulla. Vive egli ancora in lotta coi patimenti che formano il vitupero dei Piemontesi? Se così fosse, fate pregare Iddio, mio caro Abbate, da i suoi antichi condiscepoli perché ce lo voglia rendere.
E forse in cielo a godere la ricompensa del suo sacrificio? ... Se così è , caro Abbate, entrate a parte della mia ventura con l'unire il vostro pianto a quello  di sua madre, delle sue sorelle, e del suo fratellino.  Augusto Miyonnet”

E Giorgio muore veramente nel giorno della battaglia ed ecco ciò che dissero i suoi compagni:
"Era con esso loro rinchiuso nella casa del podere delle cascine e combatté con loro da buon soldato sino alla fine. Quando per salvare i feriti già in pericolo d'arsi vivi dal fuoco, quei giovani eroi furono stretti a capitolare, Giorgio Miyonnet stavasi ancora fermo alla prima fila.
Intanto che capitolavasi, il fuoco cessò, s'aprirono le porte della casa e i Piemontesi vi ruppero dentro. Ma in quel momento molti di quei miserabili certamente inebriati dalla polvere, furibondi per la lunga resistenza dei pontifici, ne punto memori di trovarsi, non più dinanzi a nemici ma si a prigionieri di guerra, tirarono a bruciapelo un dodici colpi di pistola che fortunatamente non fecero molte vittime. Ma una palla più scellerata delle altre feriva il giovane Miyonnet, poichè fu visto cadere dai suoi compagni, e quando di li a poco fu loro dato di riconoscersi non lo trovarono tra i feriti. E dunque indubitato che questo nobile giovane moriva assassinato alla porta di quella casa, teatro immortale di gloria per zuavi pontifici e che la sua morte, più anche che quella dei suoi compagni, su conseguenza d'una odiosa violazione del diritto delle genti e delle leggi dell'onor militare. Il suo corpo restò egli sepolto sotto le fumanti ruine della casa, o fu gettato alla fossa comune, dove i piemontesi ammucchiarono i corpi delle loro vittime? non si sa, e poco importa. Ciò che torna di sapere, e che per fede si sa di certo, si è che l'anima sua volava in cielo coronata di beatitudine o di gloria, nel consorzio di tutti quei martiri, che dall'origine del mondo seppero come lui morire per una santa causa, per la causa della giustizia e della verità”.

Georges Guelton  (Belgique) Capitano zuavo 2 comp. Pallottola alla testa e una al braccio. (morto sul campo)

Alfred de La Barre di Nanteuil (Paris) Verso la fine del combattimento del 18, fu trovato disteso a terra, le braccia aperte, lacerato da quattro palle e  due colpi di baionetta.( morto sul campo)

Dopo aver fatto la comunione pasquale il ven­tenne Alfredo svela ai suoi genitori il suo proposito di partire alla difesa  del Papa. Era devoto di San Lorenzo, aspirava e presentiva il martirio; allo zio scriveva « Se cadremo sul campo di battaglia i nostri cadaveri saranno il piedistallo della restaurazione del diritto”(Canestrari p.144) .

Guillaume-Edouard Carvelt (Belgique). Edgard de Guer (Paris). Alfred de Limmengh (Belgique)

Paul  Sancet (Vendée)

Ufficiale Louis Enry de La Valles  Mostra del Risorgimento di Roma: 23. Fotografia dell'ufficiale francese Luigi Enrico de Valles nato a Chanier (Dipartimento della Charente Inferieure Diocesi de la Rochette) il 14 dicembre 1832, arruolato nell'esercito pontificio e morto alla battaglia di Castelfidardo il 18 settembre 1860. (morto sul campo)

Raoul de Manoir Una palla alla fronte aveva addormentato nel sonno della morte ed inviato alla Gloria dei Martiri.   (morto sul campo). il ventenne Raoul che prima di partire, ad un amico che gli aveva domandato se si era reso conto del pericolo a cui andava ad esporsi aveva con vero presentimento risposto: « Me ne sono reso ben conto giacché sento una voce di dentro che mi dice forte: “ Tu non ritornerà più”. (Canestrari pp.146.147)

 

VII-  I FERITI.

Lettera di Eusebio Sciava possidente di Castelfidardo, al figlio Cesare ad Ostra Vetere: “C.Fidardo, 19 settembre 1860. Carissimo figlio, Noi tutti stiamo bene. Tale notizia sempre deve precedere ad ogni altra, oggi poi principalmente, dopo la crisi che abbiamo passata.
Il Martedì a mattina circa le 10 antimeridiane si attaccò un combattimento nel piano sotto la barca per impedire ai Pontifici il passo del fiume, che tentavano per portarsi in Ancona. Il combattimento fu breve di circa tre ore, ma fu vergognoso per La Moricière, che accompagnato da venti suoi Lancieri, passato il fiume si diede alla fuga, e salvò così se solo: e si salvò in Ancona, e lasciò la sua truppa per tal fuga in disordine da fuggire sbandatamente verso Loreto. Per il breve combattimento la strage è stata molta. Non ancora il Generale ha avuto il preciso ragguaglio, e però non possono darvene un preciso conto. Solo posso dirvi che le ambulanze hanno trasportato i feriti fino a notte avanzata, e qui collocati nel Convento e Chiesa dè Francescani, se ne contarono sopra duecento; altri erano depositati nella Chiesa delle Crocette. Era una cosa commovente vedere quei carrettoni pieni di feriti, vedere il sangue che grondava, mirare le facce cadaveriche; a questo però non si aggiungeva nè si sentiva un fiotto dei eriti e neppure un sospiro.
Questa mattina, i Piemontesi avevano determinato di rinnovare la scena ed era stabilito che essi invece di essere attaccati avrebbero attaccato per prendere Loreto. Ciò ci teneva in grande angustia, e perché superiori in numero i Pontifici si rendeva incerto l'esito della battaglia, e potevano essere compromessi.
Ho detto in succinto quanto meritava più diffuso racconto. Fatemi presto avere vostre consolanti notizie, ed intanto benedico voi e Giuditta, ripetendomi V. Aff.mo padre Eusebio. N.B. Il generale Ponti (de Pimodan) è morto nel nostro casino a Montoro.”

I feriti vengono trasportati inizialmente e provvisoriamente, i piemontesi  Castelfidardo (in mano sarda) e i pontifici a Loreto (occupata dalle truppe del Papa):

Cap. Giuseppe Trombone De Mier- PIEMONTESI I feriti ammontano a 140 unità di cui 130 soldati e 11 ufficiali.

Giuseppe De Mier Trombone. Capitano del 10° a Castelfidardo, otto volte ferito ad arma bianca. A Castelfidardo questo Capitano - scrive l'Orero - quantunque dato fra i morti, poté sopravvivere alle gravi ferite che si aggiunsero a quelle da lui riportate nelle campagne del 48, del 49, del 59... Basta pronunciare il nome di Trombone da Vercelli perché gli ufficiali, che militano nell'esercito piemontese dal 48 al 66, sappiano quanto egli sia meritevole d'essere ricordato alle giovani generazioni come esempio che onora il sangue italiano.
Il "prode Trombone"- così lo chiama Vittorio Emanuele II - muore nel 1866 a Verona in un ospedale militare austriaco, raccolto nel proprio sangue sul campo di Custoza. Prima di spirare apprende che il Re gli ha decretato la medaglia d'oro al Valor Militare. Alla salma del tenente colonnello Trombone De Mier, cavallerescamente l'Imperatore Francesco Giuseppe fa rendere gli onori da tre reggimenti austriaci, ciò che costituisce un caso unico.

- PONTIFICI. Feriti oltre 400.

- A LORETO, Da Comte de Colleville op.cit. p.188 ss)  Elenco dei 39 feriti del battaglione franco belgio (zuavi) trasportati dai Piemontesi in chiesa a Loreto dove i feriti sono deposti nella basilica su covoni di paglia trasformata in infermeria, poi trasferiti al Palazzo il lirico dei Gesuiti: 1.Georges Guelton (Belgio) Capitano 2 comp. palla in testa, palla al braccio. (deceduto) 2. Hyacinthe de Goesbriand (Bretagna) Sottotenente 1 comp. palla alla testa. 3. Paul De Percevaux (Bretagna) Sottotenente 2 comp. il petto attraversato da una palla (deceduto) 4. Hyppolyte de Moncuit (Bretagna) Sottotenente 3 comp. braccio rotto da due palle 5. Frederic de SaintCernin  (Verdun sur Garance) Sergente 1 comp. palla alla testa 6. Arthur de Cavalhes (Languepoc) Sergente portabandiera 2 comp. Due colpi di baionetta. 7. Joseph Blanc (Lione) 2 comp. Due palle nel petto. (Deceduto) 8. René Francois Jolys (Bretagna) 2 comp. Palla alla ascella, alla gamba e al fianco. 9. Charles de Mantazet (Tolosa) Caporali 1 comp.palla alla gamba 10.Arthur Guillemin (Pas de Calais) 8 comp. colpo di baionetta nel petto 11.Arthur Nouveau de la Carte (Poitou) 4 comp. Il viso trapassato da una palla, palla alla gamba. 12.Henri de la Salmoniere (Anjou) 4 comp.palla al piede. 13. Henri  Carré (Bretagna) Geniere 4 comp. Palla alla spalla. 14. Auguste Droumart soldato 1 comp. 15. Xavier Bouquet  des Chaux 16. Frederic Debosscher soldato 2 comp. 17. Hyacinthe Briot de la Crochais 18. Edme de Montaignac (deceduto) 19. Francois Querre 20. Adolphe Boidin 21. Henri Wyart Soldato 3 compagnia 22. Charles Trevaux du Travail 23. Thibaut de Rohan-Chabot 24. Charles de Bange 25. Marius Martin 26. Celestin Caralp 27. Gustave Capesius 28. Auguste Corriol Soldato 4  compagnia 29. Adolphe de Kermoal 30. Pierre Laigneil 31. Visconte Oscar de Poli 32. Arthur de Chalus (deceduto) 33. Joseph Guerin (deceduto) 34. Leopold Joubert 35. Lanfranc de Beccare (deceduto) 36. Rogatien Picon (deceduto) 37. Alphonse Menare (deceduto)  38. Nicolas Furey 39. Hyacinthe de Lanascol (deceduto) - amputati: 40  Hippolite de Moncuit braccio sinistro. 41. Nicolas Furey gamba destra

25.9. Con avviso la Giunta Provvisoria loretana invita i propri cittadini ad accogliere i feriti della battaglia di Castelfidardo e ad apportare con molta generosità e sollecitudine "bende, pannolini e filacce di lino e di canapa" per bendare le piaghe. I soldati feriti, appartenenti alle due parti belligeranti, vengono sistemati nelle camere del palazzo Illirico, requisendo anche materiale sanitario e masserizie dalle istituzioni ecclesiastiche.

Athanase Charles Maria De Charette. Il mattino del 18 settembre 1860 il gen. de Pidoman e le sue truppe attaccarono i sardi. Il cap. Charette, salita la collina e raggiunta la sommità si impegna in un duello mortale con un capitano piemontese di nome Tromboni, finendo per abbatterlo con un colpo di sciabola.  Charette e il suo avversario erano stati compagni di corso alla scuola di Torino. Il cap.Charette, sempre alla testa della sua compagnia, che comandava con imperturbabile sangue freddo, si batté senza tregua, uccise due ufficiali piemontesi, fece alcuni prigionieri.  Lui stesso fu raggiunto da una palla che lo ferì al braccio sinistro e alla coscia e la sua uniforme fu perforata da otto colpi di baionetta. Infine anche Charette cadde ferito vicino a Louis de Muller, tiragliatore della sua compagnia.  Ed è proprio Muller che solleva il capitano, lo conforta e lo trasporta a Loreto dove i feriti sono deposti nella basilica trasformata in infermeria.

I seguenti feriti sono trasportati a Macerata, Osimo e a Jesi: 1. De Chillas Capitano (Savoia) ferita al braccio sinistro. 2. De Charette Capitano (Vandea) palla che ha lacerato il braccio ed è penetrata nella coscia. 3. D’Yvoire Capitano (Savoia) palla al braccio. 4. Lemonnier sergente maggiore (Parigi) palla nel fianco. 5. Fernand Ferron (Bretagne) palla alla gamba. 6. Jules d’Anselme de Puysaye (Avignone) cinque palle nel corpo. 7. Alain  de Kersabiec (Bretagna) palla alla gamba 8. Heurtaux (Parigi) palla sulla mano 9. Maurice de Beasse (Normandia) la spalla lacerata da una scheggia di granata che è penetrata nel petto. 10. Le Merle (Bretagna) palla all’ascella. 11. Alfred Nalbert. (Parigi) palla all’orecchio.

- A MACERATA. I feriti gravi  verranno trasferiti poi anche nell’ospedale di Macerata. Di loro non abbiamo particolari sulla loro sorte, ma solamente una lapide posta nel 1960 sulla chiesetta della Pietà che recita: “In questa chiesa/ giacciono insieme sepolti/ soldati piemontesi e pontifici/ caduti a Castelfidardo/ il XVIII settembre 1860/ raccolti dalla compassione e dalla Carità/ cui la giunta provinciale di governo/ chiamava i maceratesi/ a nessuno secondi/ nell'amore alla Libertà/ nel rispetto della sventura/ Nel centenario della battaglia di Castelfidardo/ a cura del comitato maceratese/ dell'istituto per la Storia del Risorgimento Italiano/              

 - A CASTELFIDARDO vengono posti provvisoriamente alcuni nella chiesa di Crocette ed altri nella chiesa di San Francesco in paese e quindi trasferiti al locale ospedale. Dalla lettera di Eusebio Sciava: “…Solo posso dirvi che le ambulanze hanno trasportato i feriti fino a notte avanzata, e qui collocati nel Convento e Chiesa dè Francescani, se ne contarono sopra duecento; altri erano depositati nella Chiesa delle Crocette. Era una cosa commovente vedere quei carrettoni pieni di feriti, vedere il sangue che grondava, mirare le facce cadaveriche; a questo però non si aggiungeva nè si sentiva un fiotto dei feriti e neppure un sospiro”. Religiosi e castellani si adopereranno  generosamente per la cura dei soldati feriti  raccolti  nel tempio e nell’ospedale.

Chiesa di San Francesco) Joseph Blanc sergente. Col petto sanguinante per due palle il sergente Giuseppe Blanc era stato deposto nella chiesa dì San Francesco a Castelfidardo. Volevano trasportarlo in Osimo egli supplicò lo lasciassero morire ai piedi di un'altare; così fu poco dopo.

Aveva combattuto da leone. A differenza di molti compagni confessava che per un momento la sua gioventù aveva ceduto alle debolezze del mondo. Non poche traversie erano venute a turbare la sua breve esistenza; ma un av­venimento quasi prodigioso fin dalla sua infanzia sembrava aver vaticinato la sorte riservatagli da: Signore. A quattro anni assai intelligente, non par­lava. Un giorno, un santo religioso gli presentò un crocifisso ed il piccino di sbalzo scuotendosi lo ba­ciò ed esclamò: « Croce, croce, croce! ». Veramen­te nei suoi ventotto anni la di lui vita nella croce trovò: pazienza in molti travagli, misericordia sui suoi errori, gloria di Martire nella sua eroica fine. (Canestrari p. 147).

I medici dott. Pellegrini ed il chirurgo Ghinozzi si sono prestati per la cura dei ricoverati nella locale infermeria. 9.9.1861 Seduta consiliare vol.865.Proposta n.40 Istanza dei Fisici locali per un com­penso per la cura dei feriti e malati militari ricoverati in que­sto ospedale civile in occasione della guerra del 18 settembre  1860 lire 79,80 (Francesco dott.Pellegrino 1° medico- Annibale Ghirozzi chirurgo)

Annibale Ghinozzi. Tra i figli più illustri di Forlimpopoli va ricordato il medico Carlo Ghinozzi (1811-1871), successore del Bufalini alla scuola di perfezionamento di Firenze. Figlio del giureconsulto Giovanni, viene coinvolto nei moti rivoluzionari del 1831. Deve emigrare in Toscana, dove compie i suoi studi di medicina e conosce Maurizio Bufalini (esercita la professione di medico condotto anche ad Osimo dal 1832 al 1835), che poi sostituisce alla Scuola di Perfezionamento di Firenze. E’ socio di varie accademie scientifiche e pubblica numerosi lavori importanti fra i quali “Delirium tremens” e “Le considerazioni delle affezioni neuroparalitiche e di quelle relative alla difterite”. Un fratello di Carlo, Annibale Ghinozzi nato a Forlimpopoli il 19 agosto del 1818, anche lui medico, impalma Giulia dei Conti Orsi Mangelli di Forlì nata il 18 luglio del 1826. Dopo undici figli erano nati in coppia Giulio e Giulia. La contessa è di portamento e d’aspetto nobile, ma ancor più nobile d’animo. Sulla direttrice verso Bologna, a un passo da Forlimpopoli appare la città di Forlì, nata come Forum Livii  tra il terzo ed il secondo secolo avanti Cristo. Qui si può ammirare proprio il Palazzo Orsi Mangelli fatto costruire nel XVII secolo dalla famiglia Merlini. Nel 1802 il Conte Paolo Orsi Mangelli acquistò l’immobile, che il pittore bolognese Angelo Zaccarini aveva decorato verso la metà del Settecento. Il palazzo nel 1925 muta radicalmente la sua fisionomia assecondando i desideri di Raffaele e Paolo Orsi Mangelli. Dal 1989 l’edificio ospita l’Università degli Studi di Bologna.
I coniugi Ghinozzi-Mangelli si  trasferiscono nelle Marche. La diligenza che li trasporta viene fermata ai confini dello Stato Pontificio e perquisita. Tutto va bene perché le guardie hanno rispetto della aristocratica signora e non trovano i foglietti di propaganda della carboneria sostenente l’Unità d’Italia che la nobil donna Giulia tiene ben nascosti addosso. Le Marche, la regione confinante con l’Emilia e Romagna,  abitata dai Piceni e dai Galli, poi assoggettata dai Romani, sono donate da Pipino alla Chiesa che vi governò  nel bene e nel male fino al 1860. 
Il 26 gennaio del 1857 nel corso della Seduta del Consiglio Comunale di Castelfidardo, il dott. Annibale Ghinozzi viene eletto chirurgo stabile. Il dott. Annibale, per la battaglia  avvenuta nella collina di Montoro Selva il 18 settembre del 1860, consuma tutte le lenzuola del corredo della moglie per farne bende adatte a coprire le ferite dei soldati assistiti nel locale ospedale civile e anche ricoverati nella ampia chiesa di San Francesco. Dalla municipalità castellana si loda lo zelo ed il patriottismo di Annibale Ghinozzi, chirurgo ottimo patriota, si è molto distinto nel prestare gli ausili dell’opera sua ai militi feriti nella battaglia del giorno 18 spirante. Il 9 settembre del 1861, viene finalmente deliberato per i  Fisici locali, che sono il dott. Francesco Pellegrino primo medico e il nostro Annibale, un com­penso di lire 79,80 per la cura dei feriti e malati militari ricoverati in ospedale in occasione della battaglia.  Nel maggio del 1862, i Ghinozzi con i figli Amilcare di sei anni ed Emilia di otto, lasciano Castelfidardo per ritornare a Camerino.

I feriti gravi verranno quindi trasferiti a Osimo e a Jesi:

- A JESI niente sappiamo di quei ricoveri, per cui sarebbe opportuno operare una adeguata ricerca.

- A OSIMO riuniti in sei locali vengono curati dai 200 ai 300 feriti tra piemontesi e pontifici, ricoverati anche nelle stesse stanze.

Osimo per i feriti. Carlo Grillantini scrive (pp.690-707 e 768-771): “E' tuttavia giusto tener presente tutto l'apporto dato alla causa comune dal Comitato centrale emigrati, sedente in Bologna e presieduto dal nostro Rinaldo Simonetti, e al quale faceva capo il Comitato di Ancona. Da questo era venuta la ricordata nomina del Frisciotti (Cav. Pier Francesco Frisciotti Pellini, di Civitanova), congiuntamente a quella del conte Francesco Saverio Grisei di Morrovalle, i quali costituirono i « Cacciatori delle Marche». E passiamo a dire quanto ci è stato possibile rintracciare sull'opera della città nostra verso i combattenti e i feriti della battaglia di Castelfìdardo. Dopo aver costituito, nei giorni immediatamente precedenti, una specie di Comitato di provvigione o di soccorso (Ne fecero parte Fr. e Lor. Fiorenzi, B. Bellini, Aug. Sinibaldi, Ant. Lardinelli e Fr. Mazzoleni, con Fr. Petrini segretario), lo stesso pomeriggio del 18 settembre quando il campo di battaglia era ancora quasi nel più completo abbandono, per la fuga dei pontifici e per la scarsità dei servizi di cui poteva disporre l’esercito piemontese – molti concittadini sin recarono vcon vetture sul luogo, e si diedero a soccorrere  i  feriti,  portandone  parte  a Loreto e parte in Osimo sistemandoli alla meglio nell'Ospedale e negli Istituti non solo, ma un po' nelle varie chiese, ad eccezione della Cattedrale e di quelle troppo piccole, e un po' nelle case private. Le signore e le donne dell'aristocrazia e del popolo fecero a gara nel preparare bende e nell'assistere i degenti. Quel giorno era la festa del nostro compatrono S. Giuseppe da Copertino; ma — come ci raccontavano i nostri vecchi che ne furono testimoni — mentre sul presbiterio si salmodiava e si dava la benedizione ai pochi fedeli, si udivano i lamenti dei feriti giacenti sui lettucci di fortuna, sistemati nella parte della chiesa più prossima all'ingresso principale e separata dal resto a mezzo di un tendone.

Sei Ospedali. Da incartamenti trovati in casa Lardinelli e dal verbale 15-II-1861 delle se­dute consigliari, abbiamo appreso che, passato il primo momento convulsiona­rio, i feriti e malati furono raccolti in sei ospedali, alla cui direzione amministra­tiva fu preposto il cav. Alessandro Lardinelli, già allora pars magna, insieme con il fratello Antonio, del movimento di appoggio all'azione piemontese.

Da dette carte rileviamo che tra i sei ospedali c'erano quello comunale (detto anche Ospedale vecchio), un secondo a San Marco, un terzo a S. Niccolò, un quarto a San Silvestro, il quinto all'Orfanotrofio femminile (che aveva poi un'appendice nel vicino palazzo Pini), e il sesto a S Francesco. Di questo di S. Francesco non ab­biamo trovato nulla di scritto, ma ricordiamo di aver sentito raccontare dal vec­chio padre Cesanelli che i frati dovettero per qualche tempo, per girare nel loro convento, camminare tra i letti dei feriti. Quanto all'Ospedale presso l'Orfano­trofio, ne abbiamo una riprova nel registro dei defunti della parrocchia di San Gregorio (30-X-1860), dove è detto che ivi fu sepolto in un primo tempo lo zuavo pontificio Giuseppe Guérin, seminarista, deceduto all'Orfanotrofio. Tutti questi ospedali il 23 settembre erano pienissimi. Una situazione del 15-X-1860 dà presenti ancora 315 degenti. Vi prestarono servizio una decina di medici oltre i flebo­tomi, e quattro cappellani cappuccini. Servivano le Figlie della carità, oltre molto personale civile.

Alcuni ricoverati: Ubaldo De Rohan, Conte Di Chabot:   ferito da una palla alla mano destra e condotto in Osimo, fu operato; poco dopo tornò ai suoi. Federico Di Saint-Sernin  e De La Salmonière non meglio identificati.

I meriti delle nostre donne. Un'ampia relazione fatta dal Magg. medico Angelo Zavattaro, in occasione della chiusura di questi ospedali (7 gennaio 1861), ci fa sapere che vi furono ac­colti sul principio dai 200 ai 300 feriti, e poi parecchie centinaia di malati; e mette in magnifica luce la «non lenta compartecipazione di ogni classe di citta­dini » all'opera di assistenza, sia verso i militari piemontesi che verso quelli ponti­fici; partecipazione che attesta nella vetusta Osimo, meglio che la virtù citta­dina, la generosa e non municipale carità patria, e parla in sua lode meglio che non si saprebbe fare da chi scrive. Questi, continua la relazione, non incon­trarono negli osimani odi e rancori ma solo, e non altrimenti che quelli, le più pietose cure e premurose sollecitudini». E ricordando la materna opera delle donne, cita Matilde e Maria Fiorenzi, Rosa Grossi Sinibaldi, Ernesta Lardinelli. Becci, Agnese Blasi Poggi, Paola Lardinelli, Adelaide Regolanti. Esiste poi una lettera (18-III-1861) del Presidente della Commissione municipale di carità di Osimo, Giovanni Sinibaldi, che dà atto al Lardinelli, ringraziandolo, della retta gestione e della illuminata direzione. Altre notizie che possono interessare.     La bontà del Card. Brunelli fu allora particolarmente notata per le sue frequenti visite ai malati delle due parti, i quali — per ordine dello stesso Commissario Valerio, come da lettera in archivio Lardinelli - erano alloggiati nelle stesse stanze. In quelle circostanze, nonostante che quasi tutti gli avvenimenti di carattere politico, oltre che quelli militari, fossero atti di ostilità verso la Chiesa, regnava una certa armonia (almeno in superficie) tra le Autorità civili e quelle ecclesiastiche. Era un ordine del Gover­no piemontese. Proprio il giorno successivo alla battaglia, Rinaldo Simonetti scriveva da Pesaro al Commissario Valerio: «E' necessario che ti avverta che non bisogna fare alcun atto contro il Cardinale. Potrò comunicarti domani a voce le ragioni. Addio ». (Pesaro 19 sett. 1860).

Gratitudine di ospiti. La gratitudine delle famiglie di tutti questi feriti e malati fu largamente dimostrata in più circostanze. Presso la famiglia del conte Augusto Sinibaldi ab­biamo visto una serie di ritratti in fotografia, inviati dagli zuavi che furono qui ed ebbero contatto con lui; ritratti che portano parole di riconoscenza. Dietro una di questi si legge: « A mon tres cher ami Auguste Sinibaldi, en souvenir des bontés qu'il a eu pour moi en Osimo. - G.lhe De Goèsbriand». Una magnifica lettera pervenne al Lardinelli da Vienna, "scritta in data 24 gennaio 1861 da tale Carlo Boy, il quale, rinnovando i ringraziamenti « Al Lardinelli e a tutti coloro che si sono presi così amorosamente cura di lui » esclama: « Oh! la buona gente di Osimo che non dimenticherò mai fin che vivrò ». E aggiunge un grato pen­siero anche per il Conte Sinibaldi e per il Segretario del Cardinale. Purtroppo non abbiamo trovato altrettante notizie di militari italiani”.

Figure di osimani: Cardinale Giovanni Brunelli (1795-1861). “… Del resto, che egli possedesse un gran cuore e fosse animato da fervido zelo, ne dette prova in occasione delle frequenti visite fatte personalmente, e fatte "fare, ai feriti di Castelfidardo ricoverati nei nostri Ospedali, e delle quali troviamo testimonianza esplicita, tra l'altro, nell'Ebreo di Verona scritto dal Bresciani”. Alessandro Lardinellì (1835-1932). E' un nome che risponde a un uomo il quale per la sua longevità appartenne a varie epoche, compresa quella di cui ci occupiamo, e nella quale svolse principalmente la sua attività. Nel '60 aveva solo 25 anni è già era sulla breccia per il movimento unitario, tanto che — come vedemmo — fu chiamato a far parte della Giunta provvisoria di Governo. Do­veva avere già una notevole esperienza di vita, se troviamo nel Diario Frezzini, sotto la data 28 agosto 1849: « Alessandro Lardinellì è partito quest'oggi per la Svizzera, per quivi studiare la mercatura sotto un celebre mercante di cui non ricordo il nome ». Vedemmo anche quanto seppe fare dopo Castelfidardo, quan­do a lui faceva capo la amministrazione dei servizi ospitalieri qui apprestati per l’occasione”. Antonio Lardinetti (1836-1926) ebbe parte attiva alla vita cittadina, poco meno del ricordato fratello Alessandro. Educato anch'egli in Svizzera (1849-1851), diede prova dei suoi sentimenti unitari, partecipando all'azione di rottura dei ponti sull'Aspio, durante la campagna che portò alla giornata di Castelfìdardo, e facendo poi parte della deputazione agli Ospedali per i feriti, di cui il fratello Alessandro aveva la presidenza”. Paola Morilegi, (moglie di Benedetto Lardinelli), Educata da Anna Fabrizi — vedova del celebre musico perugino Francesco Morlacchi (1784-1841) maestro  di Cappella di Dresda  e autore drammatico, qui morto nerl 1851, fu tra le donne che più si prodigarono  nell’assistenza ai feriti di Castelfidardo; passò poi a seconde nozze con il nostro storico Giosuè Cecconi”.

 

Continua...

Pagina successiva >>

 

 

     Castelfidardo  Visita l'Archivio delle Pillole di Storia