Archivio delle
PILLOLE DI STORIA FIDARDENSE
a cura del Centro Studi Storici Fidardensi

 

 

18/09/1860 - LA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO - RIEVOCAZIONE

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I- LA RICORRENZA.

Il prossimo 18 settembre 2008 ricorrerà “il 148.mo Anniversario della Battaglia di Castelfidardo”.  Il nostro auspicio è che nel 2010 (fra due anni appena) la data dello storico evento che “ricongiunse le Marche alla Patria, la via di Roma indicando e aprendo” (A.Vecchini) possa e debba essere ricordata e commemorata con la dovuta dignità e solennità e all’insegna dell’alleanza per la pace e la solidarietà tra i popoli.

Il tema della giornata di studio potrebbe porre l’accento, ad esempio, su “i martiri di quella battaglia”: i morti, i feriti e i prigionieri di entrambi i fronti. Rintracciandoli tutti e di tutti sapere la loro storia personale, le loro azioni in battaglia, capirne i pensieri e le loro angosce nel momento delle decisioni: prima, durante e dopo lo scontro. Si, un martirologio della battaglia. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno del loro passaggio alla vita eterna, detto il «dies natalis» e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie.

Anticipiamo oggi questo scampolo di storia castellana, fermando volutamente la nostra attenzione sul “dopo battaglia”, quando sul campo vengono raccolti i morti  e i feriti e gli sconfitti si arrendono ai vincitori. I primi sepolti provvisoriamente sul terreno dello scontro e i secondi trasportati con qualsiasi mezzo in infermerie d’urgenza allestite financo nelle chiese. I caduti non sempre hanno un nome e i corpi non identificati vengono pietosamente raccolti e sepolti in fosse comuni. Al dolore della morte si assomma così l’angoscia e la disperazione di non poter piangere sulla tomba del “caro estinto”. I feriti dopo giorni di agonia esalano l’ultimo respiro, quando riescono a sopravvivere, molti ritorneranno nella vita di tutti i giorni mutilati (con arti amputati) ed invalidi. Un’altra categoria di combattenti entra nella tragedia della guerra: i prigionieri e gli sbandati.

La storia degli uomini nella diversità. La diversità è un altro motivo delle angosce per l'uomo. Il giorno e la notte regolano la vita. Per "quelli della notte" il giorno è la notte e la notte è il giorno. Gli uomini sono autori e vittime del proprio destino dai segni opposti. Il trovarsi da una parte o dall'altra non importa. Le persone che sopravvivono alle loro miserie e ai loro crimini o periscono sotto la forca, la ghigliottina o il plotone di esecuzione quando hanno dato o credono di aver dato un senso alla loro vita e alla vita degli altri hanno la nostra comprensione.      

L'uomo, seppure nella contrapposizione dei fronti, vive e muore in storie apparentemente uguali, per quanto riguarda il limite temporale e spaziale, ma che sono invece vissute in maniera diversa, sofferte e gioite individualmente. Non tanto il vincere o il soccombere sono importanti per comprendere un uomo, quanto il suo modo di vivere la vita per la vita o per la morte nel giorno o nella notte. In ciò sta la sua grandezza o la sua miseria. "...Da che parte stessero non m'importa, importa invece che abbiano sofferto, combattuto e sperato in buona fede perchè spinti da un ideale, giusto o sbagliato che fosse...coloro che hanno vissuto quei giorni, tutto sommato affascinanti; quando si scelse spesso a caso o per dispetto da che parte stare (una scelta che molti pagarono con la vita e che altri Battaglia di Castelfidardo - Gruppo bronzeo, opera di Vito Pardocontinuano ancora a pagare...)..." E quanto afferma A.Petacco nel risvolto del suo libro "I ragazzi del 44". La Battaglia di Castelfidardo con i suoi protagonisti, grandi e piccoli, meritevoli e colpevoli, si è oggi, come decantata.

La pillola che vi proponiamo, con l’elencazione e l’illustrazione di uomini che hanno offerto anche la vita, giacché “Solo colla virtù e col sacrifizio le nazioni si formano e diventano grandi”, vuol essere “memoria e omaggio” ai protagonisti, volenti e nolenti, di uno spaccato di vita. Intendiamo  riservare nel nostro lavoro un posto soprattutto agli uomini coinvolti anche loro malgrado  negli avvenimenti della storia o della cronaca. La storia non è opera solo degli eroi. La storia vede la partecipazione attiva, anche se indistinta, di tutti, anche di quelli che fino ad un tempo considerati non soggetto, ma oggetto di storia. Il non Cesarismo di Livio ne è la prima prova. "Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? / Ci sono i nomi dei re, dentro i libri. / Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? / Babilonia, distrutta tante volte, / chi altrettante la riedificò? in quali case, / di Lima lucente d'oro, abitavano i costruttori? / Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia, / i muratori?... Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi, / oltre a lui, l'ha vinta? / Una vittoria ogni pagina. / Chi cucinò la cena della vittoria? / Ogni dieci anni un grand'uomo. / Chi ne pagò le spese? / Quante vicende, / tante domande". Questi sono gli interrogativi, tra gli altri, che si pone  Bertolt Brecht in "Chi fa la storia" a cui vorremmo dare una risposta nella elaborazione della nostra opera di ricerca.      Oggi, poi, non si tratta più di giudicare un fatto  o una persona, ma soltanto in che misura quell’evento o quel personaggio racconta un passato che come Castellani ci appartiene.

Il giorno della memoria. Il 4 Novembre rappresenta per noi il giorno di unità nazionale, la giornata delle Forze Armate e del combattente, la commemorazione dei Caduti.
Conclusasi la Grande Guerra, il 27 ottobre 1921 vennero trasportate undici salme nella Basilica di Aquileia. Una donna di Trieste, Maria Bergamas, il cui figlio aveva disertato l’esercito austriaco per combattere nelle file italiane, cadendo in battaglia senza che il suo corpo venisse mai identificato, scelse il corpo di un soldato. Il treno che trasportava l’Ignoto viaggiò sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma, riverito dalla popolazione al passaggio nelle varie stazioni. Il 4 novembre 1921, con una solenne cerimonia, il corpo dello stesso fu solennemente tumulato nel sacello posto sull’Altare della Patria a Roma, progettato alla fine dell’Ottocento per commemorare la memoria di Vittorio Emanuele II. Al Milite Ignoto fu concessa la medaglia d'oro con questa motivazione: "Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria".

Altro “luogo della memoria” è Redipuglia, in provincia di Gorizia, che ospita il più grande Sacrario Militare Italiano realizzato nel 1938. È situato sulle pendici del Monte Sei Busi, teatro di aspri combattimenti nella Grande Guerra, e vi riposano le salme di 100.000 Caduti della Grande Guerra, disposte come in uno schieramento militare. Alla base la tomba del Duca d’Aosta, Comandante della III° Armata, ai suoi lati i generali. Seguono lungo ventidue gradoni le salme dei 39.857 caduti identificati e nell’ultimo gradone, le salme dei 60.330 caduti non identificati. Il primo è il più grande sacrario italiano. Lungo il viale adornato da alti cipressi, segnano il cammino cippi in pietra carsica con riproduzioni dei cimeli e delle epigrafi che adornavano le tombe del primo sacrario. Sulla sommità del colle un frammento di colonna romana, proveniente dagli scavi di Aquileia, celebra la memoria dei Caduti di tutte le guerre, "senza distinzione di tempi e di fortune".

Di altrettanta importanza e maestosità è il Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari. Inaugurato il 10 dicembre 1967. La struttura custodisce le spoglie di oltre 70.000 Caduti italiani in terra straniera, durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
Sotto il porticato e la scalinata di accesso al Sacrario è aperto un Museo Storico, che rievoca sinteticamente le varie fasi della Seconda Guerra Mondiale e raccoglie numerose documentazioni, fotografie, schizzi, uniformi, armi, cimeli ed effetti personali.

Al tramonto, nove rintocchi di una grande campana - donata al Sacrario da tutte le associazioni combattentistiche e d'arma - ricordano ai vivi tutti i Caduti, così come è inciso nel suo bronzo: "Victi Vivimus".

La costruzione dei monumenti ai Caduti in guerra è tipica del periodo dopo la Prima Guerra Mondiale, nonostante già nella seconda metà dell’Ottocento fossero sorti alcuni monumenti o si fossero infisse sulle facciate di palazzi lapidi in loro onore. Vedi l’Ossario a Castelfidardo realizzato nel 1870 opera di Antonio Bianchi e il Monumento ai Caduti, opera insigne Dello Scultore Vito Pardo, inaugurato nel 1912. Gli internauti possono trovare in questo archivio alcune pillole al riguardo.  
Dopo la Grande Guerra il mondo si trovò di fronte all’agghiacciante dato di 9 milioni di Caduti e di altrettanti invalidi e feriti. In tutti i paesi coinvolti nel conflitto si sentì il bisogno di trovare forme di elaborazione collettiva del lutto. L’orrore spinse alla pietà della memoria e al desiderio di ricordare quanti avevano perso la vita in nome di ideali nazionali. In tutta Europa sorsero monumenti e lapidi, anche se la successiva storia del continente dimostrerà che le "testimonianze a futura memoria" non servirono a far cessare l’orrore della guerra: solo pochi decenni dopo il primo conflitto mondiale, infatti, un’altra guerra metterà in ginocchio il mondo. Non basta, non v’è giorno che da qualche parte della Terra non scoppi un conflitto con il seguito di morti e di tragedie.

   II- CORREVA L’ANNO 1860.

A Castelfidardo, sotto lo Stato Pontificio. Seduta consiliare del 25.1. (vol.865). Magistratura: Anziani: Giovan Battista Sciava, presidente, facente funzione di  Priore, Pietro Buccolini, Giuseppe Fiorani, Pietro Massucci (assente),Romano Sciava (assente), Tommaso Tomasini (deceduto). Consiglieri- Vincenzo Fontanella. Bernardo canonico Bartoloni. Costantino canonico Campanelli. Michele Mordini. Fortunato canonico Mordini. Paolo Rustichelli (assenti)  Lorenzo Tomasini. Sante Carini. Paolo Sannoner. Pietro Massucci. Luigi canonico Giardinieri. Raffaele Zoppi. Pietro canonico Carini. Giuseppe Brunelli. Giuseppe Bonè. Luigi Ghirardelli. Daniele canonico Mordini deputato ecclesiastico. Padre Giuseppe Brinon deputato ecclesiastico. Proposta n.7  Sicurtà per il macello. Beccaio è Andrea Tobaldi.

14.3. Seduta consiliare. È sempre Priore Francesco Zampetti perché la sua istanza di rinuncia era stata respinta. Anziani: Pietro Buccolini, Giovan Battista Sciava, Giuseppe Fiorani. Romano Sciava. Proposta n.3 Provvidenze per il Monte di Pietà rimasto senza fondi. Amministratore Eusebio Sciava.
26.4.Seduta consiliare. Magistratura: Priore Presidente, Gio.Battista Sciava anziano f.f. anziano Pietro Buccolini anziano Giuseppe Fiorani. anziano non int.   Romano Sciava. Priore  non int.   Francesco Zampetti.  Proposta n.6. Provvidenze per il Maestro di Cappella.  In rimpiazzo del defunto Siricio Rossetti, è nominato dalla Confraternita del Sacramento Stanislao Lucasi.
22.5.Seduta consiliare. Magistratura: Francesco Zampetti priore, anziani: Pietro Buccolini, Giovan Battista Sciava, Giuseppe Fiorani e Romano Sciava. (mancano due anziani il primo Pietro Massucci  per non aver preso possesso della carica, il secondo Tomasini Tommaso per essere  passato a miglior vita). Proposta n.2 il maestro di casa Guido Fabi (la livrea). Proposta n.6 Istanza della Conferenza di San Vin­cenzo di Paoli per un sussidio (sussidio consueto annuo di scudi 24 per essere elargito ai poveri). Proposta n.7 Nomina del maestro elementare: primo eletto Don Giovanni Cicerchi con voti 11 contro 3; secondo Don Filippo canonico Carini con voti10 contro 4; terzo Sig.Cesare Massi con voti  9 contro 5.

2.6. “È stato emesso un prestito per sopperire agli urgentissimi bisogni dello Stato che trovasi nella necessità di tutelarsi dagli assalti interni ed esterni di cospiratori che tendono a sovvertire ogni ordine si civile che politico e religioso. Il prestito si eseguisce in 4 rate et nelle somme di franchi 100 o anche 1000 con il 5% di frutto annuo restando così facilitato a tutti di poter concorrere a norma della loro possibilità“. Il Capitolo della Chiesa Collegiata concorre con tre cartelle di Lire 100.

8.8. Seduta consiliare   Ultima riunione del Consiglio sotto lo Stato Pontificio
. Magistratura: Priore Presidente Francesco Zampetti. Anziano Gio Battista Sciava. Anziano Giuseppe Fiorani. Anziano non intervenuto.   Pietro Buccolini. Anziano non intervenuto.  Romano Sciava. Consiglieri: Bernardino Canonico Bartoloni. Giuseppe Brunelli. Fortunato canonico Mordini. Don Carlo Cesanelli deputato ecclesiastico.  non intervenuti: Lorenzo Tomasini. Sante Carini. Paolo Sannoner. Vincenzo Fontanella. Pietro Massucci. Luigi canonico Giardinieri. Raffaele Zoppi. Pietro canonico Carini. Costantino canonico Campanelli. Giuseppe Bonè. Michele Mordini. Luigi Ghirardelli. Paolo Rustichelli. Daniele canonico Mordini deputato ecclesiastico. Proposta n.5  Perizia di scudi 59.90 per i restauri alla fonte detta di Cocchia (alle Crocette).

Dalla presenza e dalla assenza ai vari consigli comunali si evidenzia lo stato di disagio degli amministratori castellani in un periodo di cambiamento e di disordini.

Grandi avvenimenti a livello nazionale sono all'orizzonte. Pio IX si trova a gestire il momento storico della nascita anche in Italia di un moderno stato nazionale unitario. Entro i confini dello Stato della Chiesa le prime città a manifestare l'insofferenza al dominio papale sono in particolare quelle di confine. Bologna insorge più volte negli anni ma viene sempre riconsegnata alle truppe pontificie dagli austriaci, sino al 1859, anno dell'annessione della città felsinea al Regno di Savoia. Sulla scia di Bologna insorge anche Perugia che il 14 giugno 1859 instaura un Governo Provvisorio. Il legato pontificio se ne torna a Roma e lo Stato della Chiesa reagisce in maniera dura, ordinando la repressione dei moti ed inviando duemila guardie svizzere comandate dal colonnello Schmidt. Il segretario di stato di Pio IX, il cardinale Antonelli, autorizza al saccheggio della città le truppe svizzere inviate per riportare entro i confini del dominio della Chiesa la città perugina: il 20 giugno 1859 questi entrarono in città e fecero strage dei rivoltosi, senza risparmiare donne o bambini. I viaggiatori stranieri presenti in città, rapinati, provvidero ad avvertire del grave accaduto la stampa internazionale, avvalorando ancor più agli occhi dei cittadini europei e statunitensi la causa dell'unità italiana. In seguito alla riconquista di Perugia, Papa Pio IX, in considerazione del successo, promuove il colonnello Schmidt a generale di brigata.

.2. Una dimostrazione patriottica in Osimo. “Allorché, re­citandosi alla «Fenice» l'Attila del Verdi, dato con la celebre Sternini, il Go­vernatore dovette assistere impotente dal suo palco a una improvvisa esplo­sione di entusiasmo patriottico da parte del pubblico insolitamente numeroso. Vincenzo Rossi, Erminio Marcosignori, Augusto Lardinelli ed altri avevano già fatto venire da Ancona e da Jesi un bel gruppo di patriotti, (Solo in Ancona ne erano sbarcati 70 già il 27 gennaio, 144 il 22 marzo e 200 il 28 dello stesso mese) e tutti insieme erano andati a teatro portando sotto i mantelli corone e nastri tricolori. Alla strofa: Anche noi donne italiche cinte dì ferro il seno, sul fumido terreno forti vedrai pugnar lanciarono corone e nastri sul palcoscenico. A quel gesto tutti si alzarono in piedi battendo le mani e gridando. Al Governatore non rimase altro che riferire, il giorno dopo, alla Delegazione di Ancona, confessando di non aver potuto ar­restare alcuno.
Poiché non c'era tempo da perdere, dato che erano frequenti gli arrivi di volontari esteri per l'esercito pontificio e che l'opera riorganizzativa del Lamoricière procedeva con alacrità fin dal suo arrivo (25 marzo), il Piemonte mobilitò il IV e V Corpo d'Armata.

.3. In Vaticano. Con la scomunica maggiore, irrorata nel marzo 1860, la Chiesa col­piva la maggior parte degli Italiani che, sia direttamente sia indirettamen­te, partecipassero al processo unitario. A cominciare dai membri di Casa Savoia, funzionari, militari, diplomatici e semplici cittadini. La bolla pa­pale costituì fino al Novecento la maggior arma nella lotta tra il Vaticano e la nuova Italia.

8.4. A Roma il giorno di Pasqua il proclama ai soldati del generale pontificio: "Soldati! Essendosi Sua Santità il Papa Pio IX degnato di chiamarmi all'onore di comandarvi per difendere i suoi diritti misconosciuti e minacciati, io non ho affatto esitato a riprendere la mia spada. Agli accenti della gran voce che, or non è molto, dall'alto del Vaticano faceva conoscere al mondo i pericoli del Patrimonio di San Pietro, i cattolici si sono commossi e la loro emozione si è subito estesa su tutti i punti della terra. Infatti il cristianesimo non è solo la religione del mondo civile, esso è il principio e la vita stessa della civiltà e il papato è la chiave di volta del cristianesimo. Tutte le nazioni cristiane sembrano avere oggi la coscienza di queste grandi verità che costituiscono la nostra fede. La Rivoluzione, come una volta l'Islamismo, minaccia oggi l'Europa, ed oggi, come allora, la causa del Papa è quella della civiltà e della Libertà nel mondo. Soldati Abbiate fiducia e crediate che Dio sosterrà il nostro coraggio in proporzione alla causa, la cui difesa Egli affida alle nostre armi. Il Generale comandante in capo Generale De Lamoricière”

5.5. Garibaldi salpa da Quarto per la Sicilia. Garibaldi inizia la travolgente conquista del Regno borbonico. Cavour si preoccupa di bilanciare la portata politica della fulminea azione garibaldina entrando nello Stato Pontificio. Si assicura il benestare di Napoleone III (fais vite, mais fait vite), ma è indispensabile che l'operazione inizi con una sommossa popolare creando un pretesto per giustificare l'intervento armato del Piemonte.

7.9. Garibaldi entra trionfalmente a Napoli. Ora l'Italia è spezzata in due tronconi. Nord e sud sono ormai liberi, al centro le tre regioni sotto lo Stato Pontificio (Lazio, Umbria e Marche) tagliano l'Italia in due. Il governo piemontese forte del tacito accordo con Napoleone III aveva deciso di agire; agenti piemontesi furono inviati in Umbria e nelle Marche per fomentare disordini.  Furono repressi e Charette fu citato all'ordine del giorno per avere, nell'agosto 1860, disperso i partigiani a Civitacastellana. Il governo piemontese, perfettamente al corrente dell'azione dei suoi agenti e molto deluso per i risultati ottenuti, protestò ufficialmente contro i « massacri commessi dai mercenari del gen. La Moricière » e ne chiese l'immediato licenziamento.  Il segretario di Stato, Antonelli, rispose aspramente, ma Cavour ormai aveva deciso di attaccare e non aspettò nemmeno la risposta.

Questa è la situazione dello schieramento delle truppe pontificie alla vigilia dell'invasione sarda: Prima Brigata generale Schmdit a Foligno con 4 battaglioni, una compagnia di gendarmeria mobile, la sesta batteria con sei pezzi e un distaccamento di Gendarmeria  a cavallo. Seconda Brigata generale De Pimodan a Terni con 4 battaglioni e mezzo, due squadroni di Dragoni, uno squadrone cavalleggeri, l'undicesima batteria con sei pezzi. Terza Brigata generale De Courten a Macerata con 4 battaglioni, uno squadrone di Gendarmi, la 7° e 10° batteria con 12 pezzi. Questa Brigata è destinata a completare i presidi di Ancona nel caso in cui questa piazza fosse seriamente minacciata. Riserva colonnello Cropt sotto gli ordini del Generale in capo a Spoleto con il 1° reggimento straniero, 2 battaglioni di volontari pontifici a cavallo l'8° batteria con sei pezzi. Guarnigioni di sicurezza ad Ancona, Pesaro, Perugia, Orvieto, Rocca di Viterbo, Spoleto e Roma

    III- L’INVASIONE PIEMONTESE DELLO STATO PONTIFICIO. LA MARCIA DEI DUE ESERCITI. OBIETTIVO ANCONA.

11.9. Inizia da parte dell'esercito piemontese la “campagna delle Marche e dell'Umbria”. L’invasione dello Stato Pontificio con la battaglia di Castelfidardo che costituirà l’episodio decisivo. Il IV ed il V corpo d'armata con alla testa rispettivamente i generali Enrico Cialdini e Marozzo della Rocca, alle ore 12 varcano il confine e passano il Tavullo, seguendo il primo la via litoranea ed il secondo la Val Tiberina. Il totale delle forze dell'armata di invasione è il seguente: IV Corpo d'Armata uomini 25734 cavalli 3910. V Corpo d’Armata uomini 13070 cavalli 1761 per un totale di uomini 38804  cavalli 5671(Vigevano). Accentuata e precisa nell'esercito piemontese la sua ripartizione in due masse di manovra: il IV corpo d'armata, su tre divisioni, deve operare nelle Marche; il V, su due divisioni, ha per teatro di operazioni l'Umbria.
Più incerta invece l'impostazione del problema militare nell'esercito pontificio: le due masse, una gravitante fra Macerata ed Ancona, e l'altra fra Perugia e Terni, non sono giustamente collocate in un adatto dispositivo di manovra.
Lo Stato Pontificio
In stretta coordinazione di sforzi, con la irruente avanzata delle "bande di insorti", l'esercito piemontese ha iniziato così la sua marcia rispettivamente su Pesaro, difesa dal col. Zappi e su Umbertide.

12.9. Il gen. Cialdini, a mezzogiorno, a Cattolica, passa il confine pontificio e marcia su Pesaro che si arrende.
Il gen. La Moricière, lasciando Schmidt con la sua brigata in Umbria, anche per evitare l'accerchiamento, muove con la brigata Kropt a Narni.  Di buon mattino parte da Spoleto per raggiungere Foligno direzione Ancona via Tolentino- Macerata.
De Pimodan parte da Terni, ha una marcia indietro.

13.9. Il generale piemontese è a Fano. Perugia è investita dalle truppe piemontesi.
La notizia che anche Fano è successivamente caduta, provoca nel gen. La Moricière la decisione di raggruppare cioè le brigate che sono in Umbria e puntare con esse su Macerata. Da tale località può essere facile raggiungere il grosso presidio della fortezza di Ancona.
I due comandanti sono ora impegnati in una corsa senza quartiere: il La Moricière per arrivare nella Dorica e Cialdini  per tagliargli la strada.
Il gen.De Courten, da parte sua, occupata Urbino e Pesaro dalle truppe piemontesi, ripiega su Senigallia ed Ancona, dove può mettersi in salvo senza combattere. Il 13 a sera, infatti, riparano in Ancona la colonna pontificia del Kanzler, che si è scontrata oltre Montemarciano col gen.Leotardi, nonché quella del De Courten con il 1° reggimento indigeno comandato dal col.Serra.

14.9. Perugia alle 17,50 si arrende ai Sardi. Cialdini è a Senigallia e a Mondolfo dove fa sostare le truppe in attesa di vettovagliamenti. Il gen.Kanzler, a Senigallia, riesce a sfuggire all'attanagliamento, sacrificando la retroguardia Rooner in un combattimento.
La Moricière è a Tolentino.

15.9. Cialdini è a Jesi, dopo tredici ore di marcia forzata.  La Moricière raggiunge Macerata con una marcia notturna senza incidenti.

16.9.Finalmente nelle primissime ore dell'alba il generale Cialdini arriva a Osimo, compiendo tra disagi e la stanchezza cinquantasei chilometri in solo ventotto ore. Osimo vede i soldati dell'11° e 16° battaglione bersaglieri e più tardi quelli della brigata Como. Sempre la mattina del 16, partono da Jesi tutte le altre forze della VII divisione che giungono alle ore 10. Vengono sistemati in Osimo il quartier generale del IV Corpo di Armata ed il Comando della VII Divisione, dipendente dal gen. Leotardi, che prende alloggio nel palazzo Guarnieri.
In questa gara la posizione di Osimo è importantissima: arrivarvi prima significava il successo quasi assicurato a tutta l'operazione di guerra. Le truppe piemontesi vengono così disposte: due battaglioni del 23° reggimento fanteria fuori di Porta Vaccaro, due del 24° verso la Misericordia, il 15° parte a San Sabino e parte all'Abbadia, due cannoni vengono piazzati a Piazzanuova ed alcune compagnie del 24° vengono inviate a San Biagio per far fronte ad una eventuale uscita del De Courten da Ancona.
Nel pomeriggio del 16 uno squadrone dei lancieri viene inviato per esplorare i dintorni giungendo fino a Loreto, ritirandosi immediatamente dopo aver avuto notizia dell'arrivo prossimo di La Moricière. 

“Dal generale Cialdini al generale Villamarina. Dal Quartier Generale di Osimo 17 settembre 1860. La S.V.Ill.ma parta immediatamente colla Brigata Regina e il battaglione bersaglieri per la posizione delle Crocette, ove accamperà nel versante settentrionale, cioé a dire verso Ancona. Mandi ordine al 15° Reggimento di mandare due battaglioni a San Sabino. Lasci quattro pezzi a questi due battaglioni coi quali dovrà rimanere il colonnello. Faccia dire ai due battaglioni che resteranno alla Badia di portarsi a rinforzare i due battaglioni di San Sabino se fossero attaccati vivamente, oppure la Brigata Como se il brigadiere  Cugia li richiedesse. Le manderò alle Crocette una batteria di grosso calibro. Il generale comandante Cialdini.”

La Moricière lascia Macerata il 16, nelle prime ore del pomeriggio, dopo un giorno di sosta, e per la strada di Montelupone, giunge alla sera a Porto Recanati ove provvede a mettere al sicuro nel "San Paolo" il tesoro di guerra e pernotta in casa Lucangeli. Qui il La Moricière lo passa aspettando Pimodan. Due motivi lo convincono di tale decisione: il primo credendo che Cialdini si trovi ancora a Senigallia. Senza dubbio male informato. Infatti il gen. Leotardi confesserà che i Piemontesi sono al corrente di tutte le mosse dei pontifici per telegrafo e lo stesso telegrafo sostiene falsamente che i piemontesi sono ancora a Senigallia. Solo a Tolentino si scoprirà tutto. Per il secondo motivo, La Moricière avrebbe potuto raggiungere Osimo prima di Cialdini ed arrivare ad Ancona, ma deve abbandonare le forze di Pimodan.
Il maggiore  Ludovico Sparagana la sera del 16 è lasciato in posizione e difesa di Porto Recanati fintantoché non è stato imbarcato il tesoro di guerra (mezzo milione) su un vaporetto, terminata l'incombenza, marcia su Loreto in sostegno dell'artiglieria assumendo il difficile incarico di retroguardia. Giunge alla 8 e mezzo di sera a Loreto ed ha l'ordine di accamparsi sulla Piazza della Fontana.
Durante la notte tra il 16 e il 17 un drappello del cap.Palfy, ungherese, in una escursione, è andato a constatare se il ponte sul fiume Musone era distrutto o custodito dai piemontesi. Cialdini, De Lamoricière, De Pimodan

17.9. Così il 17 Cialdini completa le posizioni estendendosi a Castelfidardo con la IV divisione, che si stabilisce alle Crocette. Occupa la strada per Ancona e schiera al di qua del Musone fino alla confluenza dell'Aspio i suoi uomini.
Ad Osimo sono presenti il I ed il IV battaglione del VI reggimento fanteria, una sezione della I° batteria del V reggimento, il comando della VII divisione (Vigevano p.331).
Da Arezzo, frattanto, il gen.Della Rocca, con il V° corpo d'armata, invade l'Umbria ed il 14 occupa Perugia, difesa dal gen. Schmidt. La pronta e geniale soluzione di lasciare l'Umbria, passare l'Appennino per Colfiorito e raggiungere Macerata, da al La Moricière due grossi vantaggi: sottrarsi alla minaccia del V° corpo d'armata piemontese e creare un vuoto tattico intorno a Foligno. Al felice esito strategico fortemente contribuisce il gen. Schmidt.
Il gen.Della Rocca, informato però della cosa, inverte anch'esso la marcia e si dirige per Colfiorito, cercando a marce forzate di arrivare alle spalle degli avversari a Macerata seguito anche dalla III° divisione.
La situazione operativa nei due campi si fa ormai critica. Poco più di due marce divide le truppe di La Moricière, in via di adunata fra Macerata e Loreto, dall'avanguardia del V° corpo e della III° divisione, nonché una giornata dalle truppe del IV° corpo, già segnalate in arrivo con cavalleria e bersaglieri a Osimo e Castelfidardo.
Ancora il De Courten, il 17, sale da Ancona verso Camerano, con 1800 uomini e due batterie, nella speranza di incontrare e soccorrere La Moricière, ma ignaro di quanto sta avvenendo ritorna in città senza affatto impegnarsi, aggravando la posizione già precaria del suo comandante supremo.
Dopo aver marciato per sei giorni fra i monti senza riposo e   con scarsi rifornimenti, la colonna De Pimodan raggiunge Loreto la sera del 17.
La sera del 17 il maggiore Ludovico Sparagana si pone col suo battaglione  agli ordini del colonnello Cropt per far parte l'indomani della colonna di sostegno.


A Castelfidardo.
Si costituisce una Giunta Provvisoria e si affigge un manifesto proclama. “Abitanti di questa Terra. In questi momenti supremi in cui un'armata di italiani spinge l'abnegazione all'eroismo onde ridonarci la Patria, nessuna dimostrazione d'amore è troppa inverso questi che quasi non siam degni di chiamare fratelli. Concorra dunque l'intero paese nel dare ogni maggiore dimostrazione di benevolenza a questi Eroi. La Giunta municipale fa il possibile per sopperire ai bisognosi e voi coadiuvate con tutti quei mezzi che sono in vostro potere e sono invero moltissimi dove il Popolo senta della Patria come oggi in faccia all'Europa sarebbe vergogna non sentire. Dalla Residenza Municipale, questo di' 17 settembre 1860. La Giunta municipale: Francesco Tomasini, Pietro Francalancia, Giambattista Sciava”.

La marcia dei Piemontesi agevolata. Gli insorti. Quando Cialdini varca il confine ha la strada spianata dai volontari. Il Montefeltro, Urbino, Cagli, Pergola, Fossombrone, Sassoferrato e Fabriano (tutti centri strategicamente importanti) sono in parte in possesso degli insorti o stanno per esserlo. Le truppe piemontesi sono state in grado di percorrere la via più breve per raggiungere Castelfidardo, senza sciupare altre energie, senza dilungarsi in operazioni che avrebbero reso più difficile l'impresa militare. Il telegrafo. Il gen. Leotardi confesserà che i Piemontesi sono al corrente di tutte le mosse dei pontifici per telegrafo. Le intercettazioni avranno un ruolo determinante negli spostamenti dei due eserciti. La burla di Filottrano. La Moricière, già in Umbria per fronteggiare un possibile attacco di Garibaldi, si porta a marce forzate a Macerata. La via più breve per le truppe pontificie da Macerata ad Ancona è quella per Osimo, poi c'è quella per Recanati e Castelfidardo e infine la più lunga per Montelupone, Porto Recanati Loreto. Cialdini vuole impedirgli i percorsi migliori e gioca d'astuzia: spedisce a Filottrano uno squadrone di lancieri che fanno chiasso e confusione come se fossero cento volte tanti, e ordinano 24.000 razioni di pane, lasciando intendere che fosse per arrivare l'intero esercito piemontese. La Moricière informato cade nel tranello e per passare indisturbato sceglie la via più lontana, quella per Loreto. I cannoni rigati. “Il nemico, avendo cannoni rigati, di cui  mancavano i pontifici, e la po­sizione avanzata che occupava non essendo che di 2200 metri circa dal guado po­sto al confluente dell'Aspio e del Musone, per cui doveva passare il mio convoglio, io doveva necessariamente pigliare le due cascine e sostenermici più lungamente che fosse possibile.(Relazione del Gen.Lamoricière).

La diversa valutazione sui fiumi Aspio e Musone. La distruzione dei ponti. I ponti di Loreto sul Musone e sul Vallato erano già stati rotti (Ufficio Storico, La battaglia p.14). Dobbiamo parlare ora di David Bocci, portorecanatese essendo ivi nato il 29 gennaio del 1829. Ingegnere idraulico, presidente dell’ufficio speciale per l’inalveazione del Brenta. Fa lungamente valere la sua competenza in terra veneta. Nel 1860 Bocci dirige le azioni preparatorie alla Battaglia di Castelfidardo. Ha una parte importante e delicata. Ha infatti dal colonnello Casanova l’ordine di portarsi nottetempo con degli operai fidati agli avamposti sotto Loreto per la demolizione del ponte sul Canal Vallato; ciò che faranno con successo, ma non senza suo grave pericolo. Ecco in proposito il testo preciso dell’ordine ricevuto: ”Si rompa il ponte sul Canal Vallato, dove sta la barricata armata da due pezzi agli avamposti. Castelfidardo 17 settembre 1860. Il Colonnello comandante la Brigata Bergamo A.Casanova”. Il  guado del Musone e dell’Aspio. La giornata del 17 viene diversamente impiegata dai due avversari più direttamente interessati. Cialdini lasciate le forze necessarie a guardare l'uscita principale della fortezza di Ancona, ha imposto alle sue truppe uno sforzo superiore al normale per arrivare sull'orlo collinoso di Castelfidardo per prevenirvi il nemico e su esso ostacolargli la marcia su Ancona. La Moricière, nonostante avesse deciso di forzare il giorno successivo il Musone, nella parte prossima al mare (a tale proposito ha fatto scendere da Loreto la colonna del col. Kropt fino a Porto Recanati) intende attendere l'arrivo della colonna Pimodan. Dopo l'arrivo di questi viene deciso il da farsi, sfruttare l'itinerario Porto Recanati-Numana, come quello più adatto a sfuggire ad uno scontro a campo aperto con un avvSituazione forze contrapposte la sera prima della battagliaersario più forte ed in posizione favorevole.
Cialdini completa le posizioni estendendosi a Castelfidardo con la IV divisione, che si stabilisce alle Crocette. Il guado del Musone, poco a valle della confluenza dell'Aspio, è giudicato diversamente. Il giorno 17 la ricognizione fatta eseguire da Cialdini dal Luogotenente Piola Caselli è stata negativa: Nota (1) L.II, v.99 -
Partiti (il tenente colonnello Piola con due battaglioni bersaglieri) alle 10 della sera, ritornarono a giorno fatto coll'acquistata sicurezza che nessun carro potrebbe mai passare l'Aspio di rive scoscese e profonde, né passare il Mu­sone dal confluente alla spiaggia, perchè troppo grosso d'acque sostenute dal ma­re. (Relazione del Gen.Cialdini); mentre La Moricière ha una risposta contraria e cioè che il guado è possibile (due soli ad est della strada Loreto - Crocette - Camerano in contrada Scossicci)  per far passare le artiglierie ed il carreggio. Questo risultato positivo rafforza l'idea del comandante pontificio di passare da quella parte, per poi raggiungere Numana, Sirolo e Ancona senza urtare nel grosso delle truppe piemontesi. “Le rive del fiume, benché erte, hanno dei pendii sufficientemente facili a salire; il fondo del guado è di chingia e l'altezza dell'acqua non era più di tre o quattro pollici (dai 50 ai 70 centimetri) il nemico, avendo cannoni rigati di cui noi mancavamo, e la posizione avanzata che occupava non essendo che a 2000 e 200 metri circa dal guado posto al confluente dell'Aspio e del Musone, per cui dovea passare il mio convoglio, io doveva necessariamente pigliare le due cascine di cui si tratta, e sostenermi più che mi fosse possibile" Egli ripartisce quindi le sue forze in tre colonne che avvia su tre itinerari diversi, in effetti poco discosti dalla strada Porto Recanati-Numana: sulla sinistra di quest'ultima: cinque battaglioni con due batterie, agli ordini del gen.Pimodan;  al centro, sulla strada vera e propria, quattro battaglioni ed il parco di artiglieria col proprio quartier generale; a destra il carreggio e la riserva di artiglieria.

      IV- 18 SETTEMBRE 1860. LA BATTAGLIA SULLA DORSALE DEL MONTE ORO ALLA CONFLUENZA DEI  FIUMI ASPIO E MUSONE. 

Giorno di riposo? Data la stanchezza tra gli uomini dei due eserciti, enorme per le marce forzate compiute, da parte dei piemontesi si è frattanto radicata l'idea che forse il 18 settembre si sarebbe trascorso senza altre fatiche. Cialdini sa che i pontifici devono percorrere una strada obbligata e li attende. Quando alle 9 del giorno 18 dal suo osservatorio avanzato non vede ombra di nemico pensa a ragion  veduta che l'operazione sia rinviata al giorno seguente e ritorna al prossimo quartier generale.
Da parte pontificia si è concertato diversamente. La colonna del gen.Pimodan ha il compito di ricacciare indietro e trattenere le truppe piemontesi, mentre la colonna comandata dallo stesso La Moricière deve approfittare per dirigersi per Numana verso Ancona. Le truppe pontificie bivaccano nella piazza della Madonna a Loreto. 
Alle ore 7 del mattino ufficiali e soldati di La Moricière si accostano alla Mensa Eucaristica al Santuario della Madonna di Loreto.  Viene fatto il caffé e ci si occupa della distribuzione dei viveri che arrivano assai tardi. La carne non è ancora cotta al momento dell'adunata, cosi ché gli uomini debbono prendere le armi essendo quasi digiuni.
La prima colonna al comando del De Pimodan lascia la piazza alle ore 8,15, la seconda alle ore 9. Immediatamente si dirigono per la strada di Porto Recanati piegando a sinistra e nascostamente tra la folta vegetazione si stabiliscono sulla riva destra del Musone.

Prima fase dello scontro. Verso le ore 9,30 del mattino. L’offensiva della colonna Pimodan. Tutto sembra tranquillo. Quando risuonano le prime fucilate scambiate fra una pattuglia del 101° compagnia del 26° battaglione bersaglieri piemontese, in avanscoperta oltre il Musone, e l'avanguardia della colonna di sinistra di Pimodan, composta da un gruppo di carabinieri svizzeri. Questo presso la casa Arenici (casa Ascani).
Alla 4° compagnia irlandese, partita da Foligno con la Brigata Kropt e Pimodan, è serbata la maggior prova di tutti gli irlandesi del battaglione S.Patrizio. Il suo comportamento allo scontro di Castelfidardo sarà degno del gen. Pimodan che ne sarà l'anima ed il martire. Sono infatti gli irlandesi che per primo compito devono aiutare a traghettare i cannoni ed a portarli in prima linea. Così in una mischia a corpo a corpo per salvare l'artiglieria minacciata da un attacco del 104° compagnia bersaglieri del cap.Nullo, gli irlandesi si distinguono per impeto e per bravura nel difenderla. 


Alle ore  9,50 i carabinieri svizzeri sono a casa Catena (S.Casa di sotto).
La 101° compagnia del 26° battaglione bersaglieri e la 47° compagnia del 12° battaglione bersaglieri, distese lungo il fiume, nel piede del versante compreso tra l'Aspio e la strada di Loreto contrastano ora vivamente la testa della colonna pontificia del gen.Pimodan affermatasi sulla sponda sinistra del Musone dopo aver guadato il fiume a cinquecento metri circa dalla confluenza dell'Aspio, con avanti il 1° battaglione carabinieri svizzeri.
Le truppe piemontesi soddisfatto il compito di trattenere temporaneamente il nemico. si ritirano, abbandonando casa Catena ( e più indietro e in basso casa Andreani) e ripiegando in alto verso nord, allo scopo di mettersi in posizione di agire con il fuoco contro l'ala destra della schiera avversaria.
A seguito di questo primo successo il gen. Pimodan ordina al magg.Becdelievre di avanzare con gli zuavi e di occupare la casa soprastante casa Cardella (S.Casa di sopra). In questa seconda azione attendono le truppe pontificie il resto del 26° battaglione bersaglieri con alla testa il cap. Barbavara. Lo scontro assume maggiore veemenza e durezza: una nutrita fucileria, assalti alla baionetta e le batterie pontificie che continuano a tuonare stabilite fino sotto la casa Catena, da poco conquistata.

Ore 10,15: intervento di un secondo battaglione pontificio: il 1° battaglione cacciatori indigeni che costringe gli uomini del 26° bersaglieri, impegnatosi totalmente, di ripiegare in direzione ovest su casa Serenella del Mirà (casa Cardella - S.Casa di sopra) alle pendici della collina di Monte Oro. I franco-belgi (zuavi) che li seguono, avanzano subito dopo alla baionetta. I cacciatori indigeni non oltrepasseranno quella casa e combatteranno solo nei pressi.

Ore 10,30: a casa Cardella (S.Casa di sopra) il 26° battaglione bersaglieri e la 47° compagnia, qui ripiegati da casa Catena, lottano disperatamente per contenere l'attacco dei battaglioni pontifici, sostenuti da due mezze batterie di artiglieria, poi abbandonano la casa alle punte degli zuavi e dei carabinieri svizzeri. Gli zuavi della terza fila si spostano in testa: il capitano della 1° compagnia Charret si scontra in un corpo a corpo con i piemontesi avendo la meglio. Gli zuavi o franco belgi avrebbero dovuto operare un secondo assalto per confermare la loro posizione, ma solo deve rinunciare all'idea.

ISchizzo della Battaglia di Castelfidardo - opera di M.Peruzzi pontifici stanno dunque per giungere al ciglio della collina quando avviene il contrattacco piemontese.

“…Da entrambe le parti tuonano i cannoni e nell'aria sibila­no le palle di piombo, portando la morte; i giovani colpiti ca­dono per ogni dove. Pimodan incalza con straordinario impeto: folgorante avanza fin sotto le soglie, scaccia i nemici ed occupa una casa. Nessun indugio: lieto del successo, vo­la velocemente pieno di ardore, conducendo avanti l'attacco, e furente si porta all'altra casa. L'azione incalza e già Blumensthil posiziona l'artiglie­ria e magistralmente dirige a distanza i colpi di cannone. In una nuvola di fumo e tra la gragnola di piombo sibilante, sta Daudier che assale il nemico con sicuri attacchi, anche se minore di forze e di truppe. Tutto il colle rintrona per gli scoppi. Non meno impavi­do, sebbene con una coscia trapassata da una pallottola va­gante, il forte Richter rifulge tra i tanti. Fuckmann resta imperturbato e, resistendo in cima al colle, respinge tutti gli assalti con ferma vigoria. Infiammato contro l'esercito nemi­co. Becdelièvre, si precipita e lo costringe a ritirarsi. Ma sopratutti, il comandante della schiera, Pimodan, rinomato nelle armi, infuria nel combattimento. Contro di lui da ogni parte si addensano le fitte truppe dei Sardi. La mischia si fa furio­sa. Come il gonfio fiume che, superate le sponde, sta per inondare i campi con i suoi flutti impetuosi; i contadini ac­corrono e per mezzo di grossi tronchi senza indugio s'adoprano a chiudere il varco che l'onda percorre: uno porta i pali, un altro i pioli. Tutto il campo brulica di gente che s'affretta, men­tre il torrente lotta per la via sbarrata. Allo stesso modo si serrarono le schiere sarde e Pimodan fu sommerso da fitte orde…
Quattro cannoni e due obizi della batteria Richter erano arrivati
all'altezza della posizione presa da noi; questa batteria fu con somma abilità di­retta dal colonnello Blumasthil, ed arrecò gravi danni al nemico. Il capitano Richter benché avesse una coscia traversata da palla, stava in mezzo al fuoco; ed il tenente Daudier, posto allo scoperto in mezzo ai suoi obizi suppliva col suo coraggio e colla profonda sua intelligenza dell'arte all'inferiorità della nostra artiglieria.Il maggiore Becdelievre. radunando gli avanzi del suo battaglione, ed alcuni di­staccamenti degli altri due, si lanciò addosso a quei tiraglioli, e li costrinse a ripie­garsi nel bosco, ond'erano usciti. Il battaglione dei bersaglieri pontificii, comandato dal valoroso maggiore Fuckman, restò fermo al suo posto e difese colla maggiore fermezza la posizione affi­datagli” (Pasquale Marinelli op.cit).

Seconda fase. La controffensiva dei Piemontesi. Ore 11.00: il gen.Villamarina, comandante la IV divisione piemontese, dopo la segnalazione pervenutagli dall'osservatore cap. Di Prampero, ordina al 1° reggimento fanteria della Brigata regina, al comando del gen.Avenati, di buttarsi al contrattacco. Il 1° battaglione del 10° fanteria, comandato dal magg.Morgiandi, il più vicino alla strada, è il primo ad ordinarsi e prendere le armi. Poi si avviano gli altri tre battaglioni e quindi il quarto. Nasce un violento scontro fra i battaglioni 1° e 2° del 10° reggimento fanteria sull'altura di Monte Oro (zona ossario), con alla testa il col.Bossolo, e la prima linea pontificia di tre battaglioni, guidata da Pimodan che vi resta ferito.
Entra quindi in azione la seconda batteria (4 pezzi) del 5° artiglieria, con cannoni rigati, al comando del cap.Sterpone e dal ciglio di Monte Oro prende a fulminare su casa Catena (S.Casa di sotto), tirando a 800 metri. A sostegno inoltre dei due battaglioni duramente impegnati, anche il 3° ed il 4° battaglione del 10° fanteria si gettano nella mischia ed arrestano l'avanzata nemica.
Casa Cardella (S.Casa di sopra) in fiamme, viene tosto oltrepassata. Segue ora un nuovo attacco di Becdelievre con Pimodan già ferito con conseguente timida ritirata piemontese.

Terza fase. La crisi dei pontifici e l’inseguimento dei piemontesi. Sono le ore 11,30 a Monte S.Pellegrino (case Romani). Anche il 9° reggimento fanteria della brigata Regina, con alla testa lo stesso brig.Avenati, guadagna l'altura a nord del Monte Oro per aggirare il fianco sinistro delle truppe pontificie, mentre un'altra batteria, la 4° dell'8°artiglieria, al comando del cap.Rizzetti, provoca con le altre forti perdite nella seconda linea pontificia.

Ore 12, Crollo della resistenza pontificia. La Brigata Regina. Dalle pendici orientali della collina di Monte Oro, la duplice e concorde e decisa azione dei due reggimenti della brigata regina (il 10° ed il 9°) determina il crollo della resistenza pontificia, mentre i tiri di artiglieria provocano vuoti paurosi sull'immediato rovescio della prima linea e l'artiglieria pontificia è presto ridotta al silenzio dai tiri bene aggiustati. Avanza correndo il 10° fanteria con alla testa il colonnello cav.Antonio Bossolo. Il comandante Avenati informato dal capitano osservatore Conte Antonino Di Prampero del movimento avversario e preso gli ordini dal comandante della 4 Divisione gen. Bernardino conte  Pes di Villamarina del Campo fa avanzare il 10°. Il 10° reggimento con i superstiti del 26° bersaglieri ed appoggiato da una sezione di batteria si getta su casa Cardella (Santa Casa di Sopra), conquista casa Catena (Santa Casa di Sotto). Giungono ora di rincalzo, d'ordine del gen.Cialdini il 9° reggimento alla cui testa si mette lo stesso brigadiere  Avenati, seguito da una mezza batteria del 5° artiglieria campale, e tre squadroni di Milano che si tengono pronti per la carica nella piana.

Ferito mortalmente il gen.Pimodan, sul campo pontificio rimangono il gen. Becdelievre, il cap. Charrette ed il magg.Fuckmann, i quali in qualche modo cercano di prendere in mano la nuova caotica situazione. Masse pontificie che si ritirano verso le boscaglie del Musone si scontrano con altre che avanzano, truppe di seconda schiera che senza muoversi di posto hanno aperto il fuoco mascherando con una linea di fumo la loro presenza alla artiglieria piemontese.
Frattanto le truppe piemontesi continuano a conquistare terreno. La cavalleria, comandata dall'austriaco Odescalchi, sotto i tiri dei cannoni si sbanda e in fuga porta il panico nelle file pontificie. Soltanto lo squadrone delle guide rimane al suo posto, con il magg.Bourbon Chalus, e copre la ritirata. Non saremo che ad una fase del combattimento, ancora tutta da decidere, se in questo momento, alle truppe del primo scaglione pontificio che si battono leoninamente da sole, non venissero a mancare tutti i rinforzi per un panico che si impossessa e dei battaglioni del secondo scaglione e di quelli della brigata Kropt, traghettati più a destra e imprudentemente fermatisi alle spalle di quelli di Pimodan. Mentre la situazione viene aggravandosi per i pontifici, per la ferita riportata dal gen. Pimodan, sarebbe stato giovevole l'intervento dei due battaglioni di seconda linea, ma uno di questi debolmente comandato, esita, poi fa una conversione e volge le spalle, subito seguito dall'altro battaglione.

piano della battaglia-marcia dei pontificiLa Colonna La Moricière. Il gen. La Moricière con la sua colonna ha alle 9,45 del mattino operato un primo forzamento del Musone per raggiungere Numana ed Ancona. Dalle ore 10 alle 11,45 circa, egli sorveglia le fasi dello scontro, stabilendosi a duecento metri dal guado del Musone presso la casa Camilletti (casa Sampaoli). Solo più tardi il generale pontificio giudica opportuno di intervenire. Ordina a tre battaglioni ed alla cavalleria di avanzare e si porta egli stesso sul luogo della mischia, spingendo avanti le riserve Pimodan: il 2° battaglione cacciatori indigeni avanza e immediatamente si pone in precipitosa fuga mentre il 2° battaglione austriaco si muove in avanti e combatte. Ma il 1° reggimento stranieri di La Moricière deve ripiegare di fronte all'urto del 10° reggimento fanteria piemontese e trascina con sé i reparti retrostanti.
È circa mezzogiorno quando lo stesso La Moricière, vista la battaglia perduta, affida il comando al col. Goudenhoven e gli ordina appena possibile di raggiungere Ancona, dove egli stesso si dirige con una scorta di pochi cavalieri.
Intanto l'ondata della Brigata Regina e dei Bersaglieri superstiti riesce a vincere definitivamente la resistenza del 1°  battaglione dei cacciatori indigeni del magg. Fuckmann e la cavalleria dei Lancieri di Novara, guidata dal gen. Griffini, procede ad un energico inseguimento, insieme all'11° battaglione bersaglieri. I pontifici in ritirata si disperdono, quelli della colonna Pimodan ripassano il Musone verso Loreto e Recanati e quelli di La Moricière verso il mare a Porto Recanati. Cerca il La Moricière, da principio di porgere un argine all'incalzare della Brigata Regina e di aggirarla sul fianco.
Allo sbandamento delle truppe pontificie sotto l'incalzare delle batterie piemontesi, la cavalleria dispersa, ed i cannoni ora inutilizzabili per le difficoltà del terreno, la posizione sfavorevole e scoperta ai tiri dei pezzi avversari e la scomparsa dalle scene del valoroso gen.Pimodan e le esigenze del piano di guerra che vuole La Moricière in Ancona, costringe definitivamente il generale francese di abbandonare il campo e di tentare la via della città dorica.

Fine del combattimento. Alle ore 14,30 tutto è terminato. Il La Moricière con 80 fanti e 45 cavalieri superstiti e la bandiera del 1° reggimento stranieri, tenendo i più remoti sentieri per Numana, Sirolo, convento del Conero, ove sosta per rifocillarsi, costa del Poggio, Trave, Pietralacroce penetra in Ancona verso le ore 17,30 dello stesso giorno, appena prima che un'avanguardia piemontese giungesse da Camerano ad occupare quei luoghi.

Un castellano alla battaglia.  È Raffaele Baldassari, 1834-1908.  “Mia madre Solidea - ricorda il cav.  Alfredo Pellegrini - mi diceva sempre che suo padre Raffaele Baldassari, nato nel 1834, prese parte casualmente alla battaglia.  Nel 1860 mio nonno aveva 26 anni e faceva il cenciaiolo, mestiere tipico dell'epoca. Il 18 settembre di quell'anno non fu come gli altri.  La mattina Raffaele uscì di casa molto presto per andare in campagna a cercare stracci.  Per caso si portò proprio in quella zona nella quale qualche ora dopo si sarebbe combattuta la battaglia tra piemontesi e pontifici. Quando iniziarono gli spari, mio nonno si rese subito conto che si trattava di due eserciti contrapposti. Dapprima si riparò sotto un ponte (forse quello del Musone o di Mariabella).  Quando uscì fuori, lo videro subito i soldati dell'esercito pontificio e lo invitarono ad aiutare a caricare i loro fucili con la canna.  Egli vide in terra molti soldati caduti. Per questo, la sera tardi, quando fece ritorno nella sua casa in Borgo Cialdini, era più silenzioso del solito, molto stanco e senza il suo consueto fagottello di stracci. E non suonò neanche, come era solito fare, il suo organetto, cantando le canzoni di allora della Repubblica romana».(Loretta Bompezzo).

Casa Andreani-Catena (S.Casa di sotto) Ricordi. Un nipote di Andreani riferisce di aver inteso raccontare dallo zio Giuseppe figlio di Raffaele e di Angela Zandri , i quali abitavano la casa Andreani-Catena (una delle tre protagoniste della battaglia del 18 settembre di Castelfidardo) quanto segue: "Quando ci fu la battaglia tra i Papalini e gli Italiani tutto il campo era arato e pronto per la semina di autunno. Quel giorno nelle prime ore della mattinata vedemmo cadere delle cannonate una qua un'altra la' . Tutta la famiglia ,dopo le prime cure agli animali di cortile e alla stalla, anziché andare a lavorare per il campo, pensò prudentemente di porsi al riparo dietro la casa verso il mare ,nella parte opposta alla direzione delle cannonate. Aspettammo che la battaglia finisse con i soldati che andavano avanti e indietro sparando. Nel pomeriggio, quando tutto divenne tranquillo incominciammo a girare intorno casa per vedere cosa era successo e trovammo per terra due o tre morti. Uno che nel pomeriggio avevamo preso per morto alla sera era ancora vivo. Raffaele lo soccorse come poté, aiutato da Angela, ma il soldato morì il giorno dopo. Il 19 mattino un carretto con i cavalli   portò via i cadaveri”.

Hanno preso parte al combattimento: Piemontesi: Il 9° e il 10° Reggimento fanteria della Brigata Regina, l'11°,12° e 26 Battaglione bersaglieri,  i Lancieri di Novara e la Brigata Dho di rtiglieria.  In tutto 4.880 uomini, 45 cavalli e 14 cannoni. Il 10° reggimento fanteria della brigata regina è decorato della medaglia d'oro al valor militare. Pontifici: Colonna Pimodan – 1° battaglione carabinieri svizzeri, 1° battaglione cacciatori indigeni (magg.Ubaldini), 1° battaglione tiragliatori zuavi (Becdelievre), il 2° battaglione austriaco e mezza batteria dell'11° (cap.Uhde - 2 cannoni e 1 obice) e l'altra  mezza batteria (ten.Daudier). Colonna La Moricière -  il 1° reggimento stranieri e la cavalleria. In tutto 6.800 uomini, 45 cavalli e 16 pezzi.

Il dispaccio del Generale vincitore. La sera del 18 settembre il vincitore di Castelfidardo Enrico Cialdini invia il seguente dispaccio al gen.Cucchiari, di stanza a Bologna: "Il gen.La Moricière ha attaccato questa mattina alle ore 10 le mie estreme posizioni sul contrafforte che partendo da Castelfidardo, alle Crocette, va salendo presso il mare. Tutti i prigionieri affermano ch'egli capitanava 11.000 uomini e 14 pezzi d'artiglieria, avendo riunito alle truppe di Foligno tutte quelle che aveva a Terni, Ascoli e altrove. Egli ha fatto concorrere all'attacco una colonna di 4.000 uomini usciti di Ancona. Queste truppe ingaggiarono la pugna con vero furore; il combattimento fu breve, ma violento e sanguinoso: fu mestieri prendere d'assalto le case di campagna ad una ad una, e dopo una resa simulata, i difensori assassinavano i nostri soldati con colpi di pugnale; molti feriti hanno dato colpi di stile ai nostri che andavano a soccorrerli. I risultati della giornata sono i seguenti: si è impedita la riunione del corpo di La Moricière con la piazza (di Ancona), si sono fatti 600 prigionieri, fra i quali 30 ufficiali superiori: si sono presi sei pezzi di artiglieria, e fra gli altri quelli da Carlo Alberto a Pio IX donati nel 1848, molti cassoni, carri di bagagli, una bandiera, infinità d'armi e di sacchi dei fuggitivi. Tutti i feriti del nemico, tra i quali è il gen.Pimodan che dirigeva la colonna d'attacco, sono in nostro potere, e di più un considerevole numero di morti. La colonna uscita di Ancona ha dovuto retrocedere; ma ho grande speranza di prenderne gran parte questa notte. Giungono a tutti i momenti numerosi prigionieri e disertori. La flotta è arrivata: essa ha aperto il fuoco contro la piazza d'Ancona.”

A Castelfidardo. La Municipalità fa affiggere il seguente manifesto: “In nome di sua Maestà Vittorio Emanuele II. La Giunta Provvisoria di Governo in Castelfidardo. Cessata finalmente anco per noi la tirannia Papale, i sottoscritti hanno preso possesso di tutti i poteri Governativi e Municipali. Essi sperano che tutti gli onesti vorranno coadiuvarli nel disimpegno del loro difficile assunto, e che il paese darà prova di quel senno e di quella moderazione, che hanno sempre costituito le principali virtù di un popolo civilizzato. Castelfidardo li 20 settembre 1860 Francesco Tomasini, Pietro Francalancia, Giambattista Sciava”. Nel quadro del personale amministrativo “si loda lo zelo ed il patriottismo di: Amilcare Ghirozzi, chirurgo, Lorenzo Sciava dispensiere delle lettere, Domenico De Lupis, maestro in pensione, Raffaele Testa, famiglio”.

 

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