Archivio delle
PILLOLE DI STORIA FIDARDENSE
a cura del Centro Studi Storici Fidardensi

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 9/12/1946 - S. CASA DI LORETO. LA VENUTA. I BUONI RAPPORTI DI VICINATO TRA CASTELLO E LORETO. L'INGINOCCHIATOIO

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- I -

LA SANTA CASA DI LORETO.

La notte del 9 dicembre, in occasione della “Festa della Venuta”, che ricorda il trasporto a Loreto della casa della Madonna, le campagne nei dintorni si accendono  di fuochi e le campane suonano  a festa. I pellegrini raggiunta la città assistono alla solenne processione con la statua della Madonna. La S. Casa di LoretoLa Vergine Maria esce ancora dalla sua “casa” per andare incontro ai suoi figli. La fama internazionale della città di Loreto è legata infatti al “Santuario mariano” dove si conserva e si venera “la Santa Casa”.

La casa di Maria a Nazaret era costituita di tre povere pareti in pietra addossate e poste come a chiusura di una grotta scavata nella roccia. La grotta è tuttora venerata a Nazaret, nella basilica dell’Annunciazione, mentre le tre pareti di pietra, dopo la cacciata dei Cristiani dalla Palestina, sono state salvate dalla sicura rovina e trasportate prima a Tersatto, nell’odierna Croazia, nel 1291 e poi a Loreto il 10 dicembre 1294.

Circa le modalità della “venuta” a Loreto della Santa Casa di Nazaret si è imposta per lunghi secoli la versione popolare del suo trasporto miracoloso, "per ministero angelico". La ricerca storica degli ultimi decenni, in base a reperti archeologici e numerose prove documentali più obiettive e consistenti, possiede convincenti riscontri per affermare che la Santa Casa di Loreto, come del resto tante altre preziose reliquie della Terra Santa, è stata trasportata per nave, al tempo delle crociate. La versione popolare del trasporto “per mano di angeli” con ogni probabilità è nata dal fatto che nella vicenda hanno svolto un ruolo chiave e primario i regnanti dell’Epiro, appartenenti alla famiglia Angeli, come risulta da un documento notarile del 1294, scoperto recentemente.

La basilica racchiude la Santa Casa come uno scrigno che contiene perle preziosissime: si tratta delle povere pareti legate ai ricordi più cari al cuore della cristianità. Qui fu annunziato il mistero dell'incarnazione, qui ebbe inizio la storia della salvezza con il “sì” di Maria all'annuncio dell'angelo; queste pietre sono state santificate dalla presenza e dalla vita quotidiana della Santa Famiglia e sono testimoni mute e perenni del passaggio del Figlio di Dio sulla terra.

La S. Casa, nel suo nucleo originario, è costituita da sole tre pareti, perché la parte dove sorge l'altare dava, a Nazaret, sulla bocca della Grotta e, quindi, non esisteva come muro.
Il Crocifisso dipinto su legno, sopra la cosiddetta finestra dell'Angelo, assegnato alla fine del sec. XIII, secondo alcuni è di cultura spoletina e secondo altri rivelerebbe segni della maniera di Giunta Pisano. La Statua della Madonna, scolpita su legno di un cedro del Libano dei Giardini Vaticani, sostituisce quella del sec. XIV, andata distrutta in un incendio scoppiato in S. Casa nel 1921. È stata fatta scolpire da Pio XI che nel 1922 la incoronò in Vaticano e la fece trasportare solennemente a Loreto. Fu modellata da Enrico Quattrini ed eseguita e dipinta da Leopoldo Celani che le conferì una tonalità troppo scura rispetto a quella dell'originale.

La Madonna di Loreto viene festeggiata il 10 dicembre, giorno della ricorrenza della Traslazione della Santa Casa. Secondo la leggenda, quando occuparono Nazareth, la casa natale di Maria Vergine, fino ad allora rimasta intatta e venerata in Palestina, venne trasportata in volo dagli angeli, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, prima in Dalmazia e poi nella costa a sud di Ancona, in un bosco di lauri, sulla collina dove attualmente sorge il santuario. Ancora oggi, la sera del 9 dicembre, in tutte le campagne dove gli abitanti hanno visto nel cielo sorvolare la Casetta, vengono accesi grandi falò, i "focaracci" o i “fogarò”, che servono, secondo la tradizione, a illuminare il cammino degli angeli.

 

- II -

IL CIRCOLO GIOVANILE DI A.C. “GIUSEPPE TONIOLO”.Premiazione al Circolo Toniolo con Don Ottorino

Per il nuovo anno sociale 19/47 ritirai la tessera di iscrizione alla Gioventù  Italiana di Azione Cattolica (Giac) di cui era Presidente Luigi Gedda.  Ero Aspirante maggiore al Circolo Giuseppe Toniolo. Presidente diocesano (Recanati) era allora Giuseppe Cecchini, Presidente dell’associazione Claudio Camilletti e Assistente ecclesiastico Don Ottorino Cesana. “Voi lavorate da prodi e il vostro lavoro non rimane sterile esso ha portato già i suoi frutti”, Pio XII alla Gioventù di A.C. il 20 aprile del 1946. Per l’esattezza già all’inizio dell’anno 1946 mi era stata consegnata una tessera provvisoria stampata dalla tipografia Brillarelli.

Il Circolo Toniolo teneva banco su tutti i ricreatori giovanili: la strada (allora si stava sempre “de fora” a giocà), le sedi e i campi sportivi e i  locali pubblici. Appena mangiato ci ritrovavamo davanti all’ingresso aspettando che qualcuno arrivasse con la chiave ed aprisse. Erano pomeriggi di fuoco. Nel cortile si giocava a pallacanestro,  a calcio, a chiappà e a fa’ cagnara. Nei locali interni c’era il bigliardo, il tavolo di ping pong, il calciobalilla e tante altre diavolerie estemporanee come il palco per le recite della filodrammatica. Mille attività e iniziative coinvolgevano tutti, dal primo all’ultimo. Una cosa sola era obbligatoria: la visita in chiesa. Un volta, Don Ottorino mi chiese:  - Hai fatto la visita a Gesù?  - Non ancora!  Con un calcio nel sedere mi indirizzò verso la porta della chiesa, rimproverandomi:  - Quando si entra in una abitazione la prima cosa da fare è salutare il padrone di casa.

A San Benedetto si teneva la Messa delle dieci riservata ai giovani del circolo Toniolo. Prima, divisi in gruppi  omogenei di età e di sezione di iscrizione aspiranti, juniores  e senior, si partecipava alla dottrina con insegnanti provenienti dall’Azione Cattolica. A me toccava suor Valentina delle suore di Sant’Anna. Contemporaneamente in fila indiana ci si confessava in sagrestia. Diversi sacerdoti erano con la stola viola, ma io preferivo sempre uno che era il più sbrigativo e dava solamente tre ave maria di penitenza. Mentre i più svelti approfittavano per farsi una partitina a ping pong o a calciobalilla. Poi tutti a messa a pregare ed accostarsi alla comunione. In quella bolgia di preghiere, canti e spinte, stranamente io rimanevo zitto e buono per poi sfogarmi al momento dell’inno del Santus. “Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.  I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli”. L’ultima strofa era il mio forte. Cantavo a squarciagola anche se più tardi scoprii di essere stonato malamente. Al termine della funzione Don Ottorino ci offriva dei formaggini “di cioccolata”.

Dopo la seconda guerra mondiale sotto la direzione di Don Ottorino Cesana, impresso con la glicerina (l'archetipo del ciclostile) prendeva il volo “La Voce del Toniolo”. Nato e cresciuto in una soffitta ha vissuto il suo momento di entusiasmo e la sua ora di simpatia. Poi i giovani sono diventati uomini  ed il giornalino é morto con la loro giovinezza.

A quei tempo leggevo “il Vittorioso”  che mi accompagnerà per un pezzo. Per iniziativa dell'Azione Cattolica Italiana, era nato  a Roma il settimanale per ragazzi Il Vittorioso. Il periodico, fin dal primo numero, si valse esclusivamente di collaboratori italiani, distinguendosi così da ogni altra pubblicazione del genere e anticipando la politica di autarchia di lì a poco imposta dal fascismo agli editori di fumetti. Fu questa una precisa scelta programmatica, poiché i responsabili cattolici ritennero non adatti ai giovani i comics americani. I racconti perlopiù furono a sfondo patriottico-avventuroso, un misto di ideali cristiani e nazionalisti. Ma soprattutto furono racconti in linea con la posizione assunta dalla Chiesa di Roma nei confronti del fascismo. Gli eroi si distinsero per le loro gesta nobili e valorose, compiute generalmente in terra straniera in difesa della giustizia, della fede e della patria. Chiesa di S. BenedettoAveva visto la luce nel gennaio 1937 e continuerà per trent'anni, fino alla fine dl 1966.

Il personaggio animato più famoso di Jacovitti era ed è tutt’ora Cocco Bill.  Già all'età di sette anni Jacovitti cominciò a mostrare il suo interesse per i fumetti. Si trasferì, ancora bambino, con la famiglia prima a Macerata e poi a Firenze dove frequenterà il Liceo Artistico. Nel 1939, ancora sedicenne, ebbe ad iniziare la sua carriera pubblicando per la rivista satirica fiorentina "Il brivido" la striscia "Pippo e gli inglesi" che lo fece subito notare procurandogli la collaborazione per il settimanale Il Vittorioso dell'editrice cattolica AVE, che l'avrebbe fatto conoscere a tutta l'Italia (rinomato era il diario scolastico "Diario Vitt", utilizzato da molti giovani dell'epoca). Questa collaborazione, nata nel 1940, sarebbe continuata fino al 1966, quando il Vittorioso chiuse i battenti. Jacovitti è entrato a pieno titolo negli annali storici del fumetto italiano, soprattutto grazie alla forma caricaturale dei suoi personaggi. I comics di Jacovitti hanno riscosso il plauso della critica, e si sono intrecciati spesso con gli accadimenti di portata epocale che hanno contraddistinto l'evolversi dell'Italia. La caratteristica forma anatomica dei piccoli personaggi ai quali ha dato vita sulla carta, la loro espressione a volte gioiosa, a volte grottesca, i suoi salumi ed affettati diversificati sparsi nei posti più impensati, lo hanno reso popolare al grande pubblico.

In contrapposizione a “Il Vittorioso” c’era “L’Intrepido” la rivista giovanile più popolare degli anni  '70. Aveva in realtà una lunga storia editoriale che parte dagli anni '30. Il giornale esordì, infatti, nel 1935 come settimanale d'avventure edito dalla Casa Editrice Moderna (poi Universo) dei fratelli Del Duca di Milano e, a parte l'interruzione nel periodo bellico 1943-1945, uscì ininterrottamente fino al 1998. Il primo ciclo (1935-1951) fu caratterizzato da un formato giornale 23x30 cm e fumetti sentimentali e avventurosi, tra cui Dick l'Intrepido che diede il titolo alla testata.

 

IL FOGARO’ PER LA VENUTA.

La notte del 9 dicembre, in occasione della “Festa della Venuta”, che ricorda il trasporto a Loreto della casa della Madonna, per una pia tradizione, le campagne nei dintorni, e non solo, si accendono  di fuochi per illuminare il percorso in cielo della Santa Casa, sorretta dagli angeli. In una riunione al Circolo Toniolo, Don Ottorino aveva invitato tutti gli iscritti a organizzare la “veglia per la Venuta” e accendere un grosso “fogarò” agli spiazzi. La cosa era possibile in pieno centro abitato in quanto lo spiazzo era ancora in terra battuta e abbastanza ampio, anche se non era a livello. Detto e fatto. D’accordo tutte le famiglie del rione “Spiazzi”, uomini. donne e bambini si misero al lavoro per rendere l’avvenimento davvero eccezionale. Cosa che fu veramente.

In ogni casa, per il “fogarò” si raccolse carta di giornali e di pacchi, scatole e scatoloni, qualche libro ormai ridotto a brandelli,  e si accatastò tutto in un angolo aggiungendo sedie rotte e spagliate e qualche rudere di mobiletto tarlato da record dalle tarme, qualche zocco tolto dall’arola e materiale diverso  soprattutto infiammabile, come i manifesti affissi con la colla di farina e pennello che cadevano a brandelli . Per la veglia, invece, alcuni genitori avevano tolto appesa dal soffitto qualche sfilza di salciccie, salami, lonze e coppe e dalla madia file di pane fatto in casa. Altri avevano annunciato la disponibilità di qualche bottiglione di vino nuovo e di diversi ciauscoli.  A casa mia, mamma aveva pensato di contribuire con un buon ciambellone fatto da lei. Per motivi organizzativi i ciambelloni furono invece cinque  o sei.

Tra lume e scuro iniziarono i preparativi diretti personalmente da Don Ottorino attorniato da una schiera di bardasci e fetò. In mezzo agli spiazzi venne sistemata la legna per  la “pira”, mentre le donne del caseggiato portavano da casa le sedie e le mettevano in fila attorno a mò di gradinata. Su un tavolo, frattanto, veniva depositato ogni ben di Dio. Mariettì, che s’era portato l’organetto, cercava di trovare un posto che non fosse troppo vicino al foco pe nun scottasse e  per evitare che lo strumento di legno e celluloide non prendesse fuoco.

Don Ottorino, dall’altare aveva annunciato “urbi et orbi” come la mezzanotte fosse l’ora esatta in cui la Casetta della Madonna guidata dagli angeli sarebbe passata sopra la nostra testa proveniente da Nazaret e diretta a Loreto. Pertanto  con la piazzetta ormai gremita di gente si passò senza alcun ritardo al rito dell’accensione del focaraccio. Attimi di disorientamento totale. Don Ottorino si alzò la sottana nera (sotto portava i pantaloni) per cercare in tutte le tasche i furminanti di legno. Niente. Li aveva dimenticati in sagrestia ormai chiusa a sette mandate. Corse per lo spiazzo allarmato l’interrogativo: “Hai un furminante? “. Alla domanda quasi tutti rispondevano “no”.  La tragedia incombeva. Quando una vecchina di una casa accanto vicino a Rigo de Riccio, il sartore, arrivò con un moccolo di candela accesa. Con la mano cercava di riparare la fiamma dai rifoli di vento. Inutilmente che la fiamma si spense. Un “ooooooohhhhh” di disapprovazione si levò tonante dalla piazza. “Chi è che fuma?” fu il secondo interrogativo “passa parola” . Palmè che abitava di fronte proprio vicino a Palmina che vendeva con il carriolo le sumente sa le fave abbrustolite, le scarobbie e i lupì, fumava il sigaro, ma siccome lui era miscredente era andato a letto.  Lo stesso Don Ottorino si fece coraggio e bussò alla porta. Il cane York, noto per stare ore intere accovacciato davanti alla porta di casa, abbaiò del brutto. Palmè si presento al sacerdote con camicia da notte, berriolo di lana in testa con pon pon, scialpa al collo e ai piedi le ciavatte. Palmè, miracolato per l’occasione, affidò a Don Ottorino la scatola con un solo furminante, l’ultimo rimasto.  Con quella preziosa reliquia in mano il Don, elevando una prece di richiesta di aiuto alla Madonna, si accinse ad accenderla. La gente che gli si era stretta attorno prevedeva già la catastrofe. Alla prima strofinata, con mano tremante,  il furminante non dette segni di vita. Don Ottorino, come un atleta alle olimpiadi, studiò allora il respiro si raccolse un attimo, e giù per la seconda strofinata. Appena un filino di fumo con qualche scintilla fu il risultato. La gente innervosita non si dava pace.  Don Ottorino passò alla terza prova. E il fuoco fu ! Non peraltro lo stesso Padreterno ci mise sette giorni per fare il mondo. 

Il "fogarò" per la venutaUna volta acceso il falò, i ragazzi del circolo Toniolo, incaricati con tanto di carta scritta e bracciali biancogialli, provvedevano ad alimentarlo a dovere. Poi gli uomini, più coraggiosi, con una pala asportarono la brace e la misero da una parte. Sopra sistemarono un’enorme graticola che accolse fumanti e profumanti insaccati. Le donne e le ragazze incominciarono a girare con i bottiglioni in mano per riempire i bicchieri degli assetati, anche se qualcuno, sorpreso sprovvisto dell’utile contenitore, si attaccava al bottiglione bevendo a gargalozzo.  Quella doveva essere la cena per tutti i convenuti. In effetti chi si sbefurcò e chi nun toccò na cica de pa’.

Sistemata la panza, in attesa del transito angelico e divino della mezzanotte, Don Ottorino aveva preparato uno spettacolino di canti corali, suonate di organetto, poesie in vernacolo, e una predica ad hoc che toccò i cuori di tutti i “focaracciari”. 

Finito anche questo diversivo, la veglia da materiale si spiritualizzò con la recita del santo rosario e le litanie alla Madonna.  Lo spettacolo era davvero “spettacoloso”.  Le facce che uscivano dai cappotti, dalle scialpe e dai maglioni degli astanti (si era in inverno), illuminate dal fuoco, si erano dipinte di rosso fuoco.  Fuori dal perimetro del calore del fogarò si moriva dal freddo gelido, imbrombuliti. “Ave  Maria grazia plena dominu stecum …. Santa maria mater dei  ora pro nobi speccatoribus …Ammene” … “Salu sinfirmorum. Ora pro nobise…”

Una folata di vento trasportò il fuoco anche sui rami degli alberi dei tigli che adornavano la piazzetta traformandoli a delle torce. Erano sei per la precisione, disposti solamente in due lati dello spiazzo. Ricordo che due alberelli servivano come porte quando si giocava a calcio fino a quando la guardia municipale, Giardinieri o Palladino, non arrivava. In un attimo gli spiazzi si illuminarono “d’immenso” (Giacomo Leopardi, il poeta del dolore, forse mi ha copiato l’immagine!). Un castellano in periferia vedendo tutto quel fuoco che si levava sopra i tetti,  telefonò ai vigili del fuoco di Osimo. “ Pronto, correte subito, Castello brucia tuttu”.  Il vigile a conoscenza della santa tradizione non si allarmò  e disse fra sé: “Sti castellà, enne tutti della branciola scanzapreti e tutti lì a cenne i fochi per la Madonna…”. E non si mosse. Frattanto i presenti corsero con dei secchi prelevati alla svelta dalle case vicini (uno addirittura con una mastella) alla pompetta dell’acqua che zampillava allora vicino alla magione di Don Giovanni Barbaccia. Era come seccare il mare con una conchiglia…. Renato de Ridò corse alla stalla per far scappare i quattro cavalli, che solitamente tiravano il carro da morto di prima classe, che dormivano in piedi beatamente. Non torneranno più a casa.

Quando le fiamme, ormai alte, stavano per avvicinarsi alle case si vide puntuale a mezzanotte, come aveva predicato Don  Ottorino, una stella luminosa che attraversò il cielo lasciando una scia bianca. Era la casetta che arrivava dalla Palestina sorretta dagli angeli per atterrare a Loreto.

Quindi. d’improvviso il tempo cambiò e venne giù tanta acqua che sembrava il diluvio universale. Il fuoco. i fuochi e i focarelli accesi in giro si spensero in una nuvola di fumo.  Don Ottorino, felice di aver portato a termine “la Festa della Venuta”, era corso a casa con la pelle viola e tutto mollo zuppo. Anche tutti gli altri, uomini, donne e bambini si rifugiarono più de fuga che di prescia dentro casa ficcandosi dentro il letto, lasciando tutto lo spiazzo in disordine. “Domà, mettemo a posto gnicò !” disse l’ultimo fuochista rimasto solo sotto l’acqua che aveva formato, per il pavimento in discesa, dei torrenti impazziti che trascinavano via tutto.

Quando al mattino arrivarono gli scopini per la abituale pulizia delle strade trovarono nella piazzetta di tutto e di più e i tigli bruciacchiati in agonia; la cenere che si era compattata con la pioggia formava una coltre durissima simile all’asfalto; sedie rotte e buone accatastate, cartaccia, fette di salame, tozzi di pane. Mentre sa i scoponi e badili rimettevano in ordine lo spiazzo, alcuni si riunirono per spostare una cassa li abbandonata. Palanchì, alzò il coperchio e inebriato da un appetitoso profumino trovò incartati  cornicchi di pa’ e ciauscolo e un bottiglione di vino  rosso novello. Si fermarono subito per la inaspettata e gratuita “pausa  pranzo”.

L’amministrazione comunale, dopo che il giardiniere comunale aveva sentenziato la morte di tutti gli alberi di tiglio per il fuoco, ordinò la messa a dimora di alberi di acacio. Costavano di meno ed erano più profumati. Gli spiazzi, luogo dei giochi della mia infanzia e adolescenza, continuarono a chiamarsi “piazza dei Tigli”, ma c’erano ora gli acaci e poi erano stati pomposamente battezzati dopo la Grande Guerra: “Piazza Trento e Trieste”.  

Negli anni avvenire la pia tradizione del fogarò continuò. La casetta, sempre in orario, a mezzanotte sorvolò Castello. Don Ottorino non c’era più. Era salito in Paradiso e assisteva allo spettacolo annuale della traslazione appostato dietro una nuvola  insieme a tanti castellani che nel frattempo lo avevano raggiunto e a una schiera di angeli che  facevano il tifo per  i colleghi maratoneti.  Come quando passava giù la nazionale il giro d’Italia, con Bartali e Coppi, o  le Mille Miglia. 

A proposito, “Don Ottorino, quando rtorni a vedé a passà la casetta, nun te scordà dei furminanti di legno in sagrestia. Nun se sa mai. Quaggiò in tera potrebbero averne bisogno” . 

 

 -  III –

CASTELFIDARDO E LA SANTA CASA LAURETANA.

            Le notizie che seguono vogliono evidenziare il rapporto di buon vicinato tenuto nei secoli, il legame non solo religioso, tra Castelfidardo, la Santa Casa e la città lauretana.

DAL QUATTROCENTO.

                     Mappa transazione della S. Casa   La traslazione. La casa della Madonna. 9-10.12.1294 Nella notte tra il 9 ed il 10 la Santa Casa di Loreto giunge nella terra della Marca.[i]  La casa della Vergine sarebbe stata sollevata e trasportata miracolosamente prima a Tersatto, presso Fiume in Dalmazia, poi in diversi luoghi del territorio recanatese, fino ad essere collocata dove attualmente sorge il Santuario lauretano della Santa Casa. .2.1470 Breve di Paolo II nel quale il Papa afferma che nella chiesa di Santa Maria di Loreto, miraculose costruita, si venera un'immagine della Beata Vergine collocatavi con un volo angelico. 1470-73 Relazione di Pietro di Giorgio di Tolomeo nella quale si afferma che la chiesa di Santa Maria di Loreto non è altro che la casa o meglio la camera abitata dalla Vergine Maria a Nazareth. 13.12.1626 A Castello per onorare la traslazione della Santa Casa "si faccino nella vigilia e nelle feste allegrezze di fuochi in piazza, nella torre e nel torrione della porta del cassero e si faccino sparare 4 o 6 mortaretti e tutti i contadini del territorio debbono delle due sere fare anch'essi allegrezza di fuochi come si fa nei paesi vicini".


               Signoria di Carlo Malatesta (1407-1426).
7.1431 Pandolfo Malatesta visita il Santuario di Loreto.

               Signoria di Francesco Sforza (1433-1447) 17.12.1433  Osimo cede allo Sforza. Il Vitelleschi fugge all'avvicinarsi dello Sforza che è già a Loreto, questi entra ben accolto anche  a Recanati, ma con lui entra anche la tirannia.[ii] 19.11.1435 La concubina di Francesco Sforza desidera andare a Loreto a visitare il Santuario della Madonna. La notizia è giunta al Consiglio di Recanati ed il consigliere Francesco Giacomi propone: "s.f. adventus dixit quod honoretur magnifice de caponibus, cera, confectis et aliis et provideatur ut honoretur ad prandium".1.4.1437 In consiglio della città di Recanati si discute della venuta di Francesco Sforza, di Alessandro e Sigismondo Malatesta (promesso sposo di Polissena figlia di Francesco Sforza) alla Santa Casa di Loreto con quattrocento cavalieri. 13.4.1437 Il consigliere Ser Antonio Vanni propone agli illustri visitatori del Santuario loretano: "s.f. ducis Atrii quod donentur due aut tre scattule et sex para caponum et una salma vini, aut quatuor aut sex fiaschi". [iii] 3.2.1438 Gli Sforzeschi hanno occupato Loreto, Recanati teme molto per sé. Si pensa a rinforzare le mura della città:  "distributionis armorum quod dentur XII baliste et XII targoni per quarterium sive rotelle".[iv] 2.4.1470 Alessandro Sforza visita il Santuario di Loreto.

                       Lavori, disagi e comodità. 1454 Il rettore del Santuario di Loreto Pier Giorgio Tolomei, detto il Teramano, fa costruire un ponte in legno sul Musone. 1494 Castel Ficardo sollecita il Comune di Recanati a scrivere al Governatore della Marca chiedendogli provvidenze contro gli zingari, i quali sotto il pretesto di venire a visitare il santuario di Loreto, commettono guasti nel territorio castellano. 1.10.1498 Vi è un'osteria alla Fonte del Poticcio che viene affittata dal Comune a tale Agostino Allegrotti da Pavia e poi messa all'asta un anno dopo.  Il Governatore di Loreto vuole che si lasci questa osteria perché ricettacolo di ladri. 30.7.1507 Il Commissario del Papa dimorante a Loreto vuole che si bruci l'osteria di Villa Poticcio per i ladri che ivi convengono.  10.8.1508 Per comodità dei pellegrini in transito da Ancona alla Santa Casa di Loreto,  castellani  concedono la terra per la strada. "Ser Ambrosius Ser Bernardini tradidit et concessit viam,que frequentatur a peregrinis a civitate Ancone ad divinam Mariam de Laureto,ad commoditatem peregrinantium per possessionem Ser Marini,que est in contrada Varulliani iuxta domini Joannis Francisci" 28.4.1510  L'architetto della Basilica di Loreto chiede legna per cuocere la calce, il Consiglio la nega e da' facoltà ai Priori di ricorrere a Roma. 1.8.1510 Il Governatore di Loreto vuole che si accomodi il "ponte del Moscione". La Comunità da' la legna. 5.1.1511 Il Governatore di Loreto insiste sulla richiesta di 4000 tavoloni per la Basilica.[v] 7.9.1513 Un breve giunto da Roma da' facoltà al Governatore di Loreto di prendere tutta la legna che vuole e senza pagarla. 1568 a questo anno si fa risalire il collegamento tramite corrieri di Roma con Loreto ed Ancona.[vi] 3.9.1570 Per comodità del popolo che va alla Madonna di Loreto si provvede a un pezzo di strada in contrada detta della Porta del Sole. 19.3.1589 Si deve accomodare il Ponte di Poticcio, si incaricano i priori di negoziare la cosa con il Governatore di Santa casa per fare un cosa a modo. 22.4.1607  Il ponte di Poticcio: nonostante molte spese è "in tutto impraticabile". "si facci murato".

 

DAL CINQUECENTO.

Un Castellano Governatore della Santa Casa. 1507 Con il permesso pontificio l'Abate Pietro Antonio Perotti dona alla Santa Casa di Loreto l'Abbazia di San Lorenzo  con le sue ville e boschi, case e prati,  oliveti e campi (e) in benemerenza di questa cessione o donazione gli viene dato l'ufficio di governatore [vii]. Dal 1507 il curato di San Pietro viene nominato quindi dal Governatore della Santa Casa di Loreto. 3.1507 Giulio II si reca a Loreto e passa in vicinanza della Selva di Castello. .7.1510 Pietro Antonio Perotti, generale dei monaci Silvestrini, và governatore a Loreto. "...Se ne concepiscono liete speranze, per la quasi comunità della Patria, e poichè essendoci in Recanati un monastero del suo ordine, il comune aveva gia avuto relazioni con esso [viii]. 5.9.1510 Si da' notizia del prossimo passaggio di Giulio II. [ix] 7.9.1510 Il Papa giunge a Loreto e prosegue qualche giorno dopo per Bologna passando per il territorio di Castello.9.9.1510 Il Papa è in Ancona. I Castellani spediscono solenni ambascerie per presentare a Giulio II gli omaggi di fedeltà e di obbedienza e, come loro ordinava il Cardinale Gonzaga Legato della Marca, non mancano di concorrere alle spese del viaggio papale e con donativi. 10.6.1511 Il Papa Giulio II ritorna a Loreto proveniente da Bologna e riceve lungo la strada il saluto festoso della comunità castellana. 27.6.1512 Con breve di Giulio II, il generale dei silvestrini Pietro Antonio Perotti è nominato Governatore della Santa Casa di Loreto (1512-1519) in luogo di Domenico de "Anguillara", vecchio e infermo, e il giorno successivo presta giuramento nelle mani del Papa stesso. [x] 28.6.1512 "Atto di giuramento prestato da d.Perotto nelle mani del pontefice". Il governatore Perotti essendo di Castelfidardo attendeva a favorire i suoi concittadini “con pregiudizio ed oltraggio ai recanatesi :"..." [xi] 13.2.1519 Il castellano Pietro Antonio Perotti, gia Abate di San Lorenzo, Generale dei Silvestrini e Governatore della Santa Casa di Loreto, è eletto vescovo di Salona e lascia l’incarico di governatore.

4.7.1521 Tre modioli di terra facente parte dell'abbazia di San Lorenzo "ceduta dal Perotti in perpetuo alla Santa Casa " sono concessi ad un certo Bartolomeo [xii]

                      La chiesetta dei frati. 25.7.1515 Fra Giorgio Bonadei da Savona, eremita dei frati minori, edifica una cappella sulla via che da Loreto porta ad Ancona e chiede alla Comunità il legname necessario per il tetto e gli infissi. 8.1.1516 È stato fatto un furto sacrilego nella chiesa in contrada Montoro, furto compiuto da parte degli uomini della Santa Casa che hanno asportato l'immagine della Vergine. La Comunità interviene per la restituzione del quadro.

               Il Santuario di Loreto  Mamma li turchi! .6.1518 I turchi, che hanno messo a guasto S.Maria di Portonovo, il Castello del Poggio, Porto Recanati, tentando di depredare il Santuario di Loreto. Il Papa chiede che si fortifichi Loreto per resistere agli attacchi futuri. Castel Ficardo deve inviare 500 tavoloni tolti alla Selva ed accogliere e vettovagliare molti soldati mandati a difesa contro le orde turche. [XIII]                  

1519 I paesi vicini a Loreto, e segnatamente Castello, ottenevano o compravano la protezione lauretana, e sotto quel mantello invadevano e devastavano i pascoli di Recanati, a talpunto che ormai non si trovavano più mandriani o pastori ai quali si potesse affittarli. [xiv]

            Gli agostiniani a Castello. Frattanto nel 1521 gli agostiniani prendono in enfiteusi i beni dell'Abazia di San Lorenzo dentro le mura di Castel Fidardo e fanno un accordo per cui assumono anche l'amministrazione della cura. Prendono possesso della chiesa di San Pietro succedendo ai Silvestrini, rettori della abazia. Viene loro affidata dalla Santa Casa di Loreto per mano di Geronimo Pietro Ciccolini. 1567 La chiesa di S.M.Annunziata (già della Pietà) tenuta dagli Osservanti viene abbandonata da questi. Subentrano i Padri Agostiniani. [xv] I Clareni alla fine del secolo XV si dividono in due congregazioni una delle quali sotto Pietro Spano si unisce agli Osservanti, l'altro che persiste nell'antica forma di Romiti (sospetto) che si riunisce in seguito con gli Agostiniani. 10.12.1622 La parrocchia di San Pietro passa dalla proprietà della Santa Casa a quella dell'ordine degli Agostiniani. 17.3.1650 Inquisitione e recognitione dello stato del suddetto monastero (di Sant'Agostino): Ha la chiesa sotto il titolo e l'invocatione della SS.Annunziata. Ha in cura propria due chiese, una delle quali è parrochia de lavoratori e familiari di detta Casa di Loreto e di altri particolari, la quale è dell' istessa Santa Casa sotto l'invocatione di S.Pietro apostolo con due cappelle. L'altra chiesa, chiamata la SS.Maria Vergine del Carmine (la Chiesa dei Lumi) vicino al Monastero che è di S.Giovanni Laterano di Roma. Come si legge più sopra, la parrocchia di San Pietro ha ora uno status particolare: funge da parrocchia  per la Santa Casa di Loreto. La parrocchia di S.Pietro Apostolo passa dal 1622 agli Agostiniani. San Pietro é la parrocchia dei mezzadri della Santa Casa, allorché il territorio dei Laghi , venduto dal comune alla amministrazione lauretana, viene bonificato e arricchito di abitazioni per coloni mezzadri. Il 10 dicembre del 1622 anche la parrocchia passa dalla Santa Casa alla cura degli Agostiniani. Dai registri della parrocchia di San Pietro si nota dal 1590 al 1605 l'amministrazione del battesimo in media a dieci bambini mentre le sepolture sono in media sei all'anno. Nello Stato delle anime del 1630 la parrocchia registra 73 nuclei familiari con relative abitazioni e su 48 di queste 17 famiglie risiedono nel centro storico e 31 in campagna. [xvi] Quando nel 1639 le chiese di Santo Stefano, di Sant'Abbondio e di Santa Maria della Mucchia si fondono formando l'Unione dei Preti, nella fusione non compare la chiesa parrocchiale di San Pietro. Il 25 aprile del 1641 si tiene a Castelfidardo nella chiesa di San Pietro la Congregazione Provinciale degli Agostiniani. Si fanno musiche, prediche ecc. [xvii] L’abbandono e demolizione della chiesa di San Pietro nel 1801. 17.3.1650 "inquisitione e recognitione dello stato del suddetto monastero (di Sant'Agostino)" Ha la chiesa sotto il titolo e l'invocatione della SS.Annunziata. Al presente vi abitano di famiglia 4 sacerdoti: il padre bacelliere Gasparo Servi nativo di Camerano d'Ancona,  ma figliolo di questo convento priore,il padre maestro Enrigo Andrei il padre fra Stefano Manfri, il padre fra Carlo Sperelli tutti dall’ istesso luogo chierici uno che si chiama fra Guglielmo da Orciano conversi uno che si chiama fra Francesco Conti da Castello che in tutti sono 6... Ha in cura propria due chiese, una delle quali è parrochia de lavoratori e familiari di detta Casa di Loreto e di altri particolari, la quale è dell' istessa Santa Casa sotto l'invocatione di S.Pietro apostolo con due cappelle. L'altra chiesa, chiamata la SS.Maria Vergine del Carmine vicino al Monastero che è di S.Giovanni Laterano di Roma. 1801    La parrocchia di S.Pietro, già affidata agli eremiti di S.Agostino, viene trasferita nella chiesa dell'Annunziata. La chiesa di S.Pietro prossima a rovina verrà demolita [xviii] La chiesa (dell'Annunziata) ed il convento di S.Agostino (officiata dai Padri Eremitani Agostiniani fin dal 1560) prendono così a funzionare come parrocchiale, dopo aver abbandonato i padri agostiniani la cura delle anime che avevano nella Chiesa di S.Pietro.[xix]
Una tela del Menzocchi (scomparsa).
18.7.1567  Pier Paolo Menzocchi da Forlì, stuccatore e pittore, figlio del pittore Francesco Menzocchi chiamato a lavorare a Loreto (1545-1551), dipinge una tela "Madonna di Loreto con in basso i Santi Pietro e Paolo e due Angeli" per la Chiesa di S.Pietro.[XX] 10.7.1571. In un documento conservato nell'Archivio della Santa Casa di Loreto, si ricorda che: "Magistro Pier Paulo pittore Menzocchi fa la cona dell'altare nel Benefitio a C.Fidardo". È la nuova chiesa di Sant’Agostino o quella di San Pietro? Il dipinto citato dal Serra (1925) é di m.2,64 x 1,98 e  riproduce secondo una iconografia tipicamente cinquecentesca la Madonna di Loreto con i Santi Pietro e Paolo e angeli musicanti ed é firmato e datato 18 luglio 1567: "P.Paulus Mintiochius / pictor Forlivensis ex voto / fecit XVIII Julii DLXVII".La selva tutta in piano

Io la tela, perché di tela si tratta, l’ho vista e toccata. Abbandonata su un angolo del coro e piegata in quattro o più parti la tela piena di polvere e vistosamente scrostata nelle piegature me l’ha mostrata l’agostiniano priore del convento negli anni cinquanta quando sono andato per una corrispondenza giornalistica. Entrambi rivelammo lo scandaloso abbandono dell’opera pittorica vicina alla completa rovina. Raccomandai al Sacerdote di fare il possibile per il suo recupero. (Inutilmente. Della tela oggi non vi è più traccia…)

                        Vicende della Selva e dintorni. 2.11.1536 Gli Amministratori del Santuario della S.Casa di Loreto acquistano per 6.000 fiorini più di cento ettari della " Silva Ficarda" nella Vallata del Musone. [xxi] 30.6.1546 La Santa Casa compera per 11.000 fiorini 214 ettari di selva in contrada Mirano, alla confluenza dell'Aspio e Musone. La possessione del Mirano. Una vasta area boschiva di oltre duecento ettari, appartenente al Comune di Castelfidardo e posta alla confluenza dei fiumi Aspio e Musone, viene acquistata dagli amministratori della Santa Casa di Loreto che ne due decenni successivi procederanno ad un suo parziale diboscamento [xxii] 22.1.1549 Il governatore di Loreto è Vescovo. Molte terre del territorio castellano sono proprietà della Santa Casa. 1563 Secondo il "Catasto di beni di Santa Casa" la possessione di "San Lorenzo" è così ricordata "terra lavorativa, arburata, et ortiva e prativa sono coppe trecento che sono some trentasette coppe quattro, delle quali coppe 21 di prato" [xxiii] 13.11.1569 nella "possessione del Mirano" (vasta area boschiva venduta da Castelfidardo a Loreto nel 1546 per la metà ormai dissodata) viene costruita una casa "con palombara contigua" [xxiv] 5.9.1570 Sui confini della Selva con Loreto c’è da discutere. Nella Selva sono le ghiande, le ghiande son il cibo per i maiali e ai maiali è interdetta l’entrata nella selva. Perché le ghiande siano divorate e i maiali saziati, se ne decide la vendita e si pone un custode alle ghiande. [xxv] 22.1.1589 I pecorari si lamentano di non poter pascolare nelle selve di Santa Casa. Il Consiglio stabilisce di mandare il Cancelliere ed altri due uomini a trattare con mons.Rev.mo Governatore di Santa Casa per voglia dare opportuni rimedi altrimenti occorrerà ricorrere a Cardinale Protettore per non essersi osservato quanto si era capitolato tra la Santa Casa e la comunità. 7.3.1624 Tutta l'area boschiva (ancora vasta circa  cento ettari) della Possessione del Mirano acquistata dal Santuario nel 1546 rimasta dopo il dissodamento del 1581, viene data in affitto per dieci anni ad Antonio Ghinelli che si impegna ad abbatterla [xxvi] 1678 Verso la metà del Seicento, quando ormai le terre del Mirano (La possessione del Mira' acquistata dal santuario nel 1546) sono state completamente dissodate ed è stato raggiunto un primo, seppur parziale, controllo delle acque dell'Aspio e del Musone attraverso alcuni interventi di bonifica, si giunge alla divisione dela vasta "possessione" in due grandi poderi: Mirano di sopra e Mirano di sotto, entrambi "arativi, prativi, arborati e sodivi".[xxvii]

1.5.1809 Beni della Santa Casa da affittarsi nell’asta dei giorni 1 e 4: [xxviii]

Fattoria Panocchi Girolamo

Comune di Castelfidardo

Descrizione

Poderi

Ettari

Musone Montoro                                      

3

12,8

Casone del Molino                                                

1

65,8

Poticcio    

1

6,6

La Villa e Lago                                                  

2

7,2

Pescara, Montoro e Lago                                     

2

96,1

Mirano di sopra e di sotto                                     

3

237,3

Squartabove e Vallato                                           

1

14,7

Traversa,  Musone e Felci                                    

2

92,7

Noce o Merla e Piano Lungo                                

2

85,4

Grugnaletto e Rigo                                               

2

56,6

Pergolata, Piana, Fornaci e Montecamillone        

2

8,3

Bove morto, Purgatorio e Panici                           

2

7,2

Giardino

1

4,1

Crocette e Pescara                                               

1

28,5

Galeazza, Fonte d’Olivo e San Vittore                 

1

65,1

Chiusa

2

8,4


 

Note:

[i] G.Angelita, Lauretanae Virginis historia in P.V.Martorelli Teatro istorico della Santa Casa Nazarena della b. Vergine Maria, vol.I Roma 1732 p.521.

[ii] Cecconi 111.114).

[iii] Rosi 46)

[iv]  Rosi 56

[v] M.Leopardi,cit.vol.2. pp.24-25 – Pigini-Bontempi, cit.p.94

[vi]  Moroni Un borgo 60.

[vii]  Vogel 257 - Leopardi II 34 - Leopardi 126 - Vogel I,349

[viii]  Leopardi II p.30

[ix] M.Leopardi, op.cit. vol.2 p.22

[x]  Grimaldi ,p.851-858

[xi]  Leopardi pp.10 e 11 e 44

[xii]  A.S.C:Lo. Istromenti 5, f.15 -  Grimaldi

[xiii] Cecconi.150

[xiv] M.Leopardi, op.cit. vol.2 p.75

[xv] J.A.Vogel ms.vol.III f.210

[xvi] Moroni, Castelfidardo nell’età moderna, pp.126-130

[xvii]  A.S.Cf. Rif. 25.4.1641

[xviii] Nel giubileo p.79

[xix] Vogel I,349

[xx]  Moroni.42

[xxi]  Leopardi.108

[xxii] A.S.C.Lo. Istromenti vo.6 f.147  -  Moroni.108 - Moroni Formazione 67.

[xxiii] Grimaldi - Pigini p.89

[xxiv]  A.S.C.Lo. Depositario vol.14 - Moroni Formazione p.67- Moroni Le palombare p.50

[xxv] ivi.p.94

[xxvi] A.S.C.Lo. Istromenti vol.24 f.162  - Moroni Formazione p.67

[xxvii]  A.S.C.Lo.Catasto dei beni della Santa Casa, 1678 - Moroni Formazione p.67

[xxviii] Moroni Il patrimonio p.32

 

Continua...

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